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Classici

Un musulmano in faccia alla croce

Muhammad Kâmil Husayn si misura con il tema della Crocifissione di Cristo in un romanzo ambientato a Gerusalemme il Venerdì Santo

Questo articolo è pubblicato in Oasis 15. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 23/04/2018 14:30:53

"La fortuna aiuta gli audaci" deve essersi detto Muhammad Kâmil Husayn (1901-1977), quando, primo autore musulmano, scelse nel 1954 di misurarsi con lo spinoso tema della Crocifissione di Cristo, dando alle stampe la Città iniqua. Per la quasi totalità dell’Islam infatti la morte di Gesù è soltanto apparente: un sosia ne avrebbe preso il posto sulla croce. Si comprende allora quanto sia insolita la scelta di Kâmil Husayn di ambientare un intero romanzo a Gerusalemme il Venerdì Santo.

 

 

L’intuizione da cui parte l’autore è che la vicenda personale di Cristo qual è intesa dall’Islam non intacca il dramma degli altri attori della Passione, i quali sono all’oscuro dell’intervento divino. Per loro è come se Cristo morisse realmente in croce. In tal modo il Venerdì Santo diventa l’occasione per una meditazione islamica sul tema della giustizia e dell’ingiustizia. Nella Città iniqua non si deve cercare la precisione storica. Il Gesù che viene descritto ha molti tratti del predicatore riformista che l’esegesi liberale di inizio Novecento aveva immaginato e diversi episodi suonano strani per il lettore cristiano.

 

 

Anche il personaggio di Caifa non sfugge a questa regola. Più che il sommo sacerdote dei Vangeli ricorda un filosofo. È addirittura fautore della non-violenza, riecheggiando in questo le convinzioni dell’autore, noto pacifista. Ciononostante, Caifa arriva alla conclusione che la predicazione del Nazareno rappresenti un pericolo: non per il suo contenuto, ma per la divisione che rischia di seminare nel popolo, proprio nel momento in cui esso ha più bisogno di mantenersi unito contro l’occupante romano. In tal modo il Sommo Sacerdote approda alle medesime conclusioni a cui è arrivato, poche pagine prima, il muftî di Gerusalemme, preoccupato anch’egli dalla fitna, la discordia civile.

 

 

Il lessico islamico che è qui impiegato è naturalmente frutto di un anacronismo voluto: la passione di Cristo infatti non è utilizzata in funzione anti-ebraica, ma per una critica che investe in primo luogo un certo modo legalista d’intendere l’Islam. Lo si comprende in particolare dal modo in cui è presentata la decisione di uccidere Gesù. Essa è frutto di un consenso, tecnicamente una delle fonti della Legge, espresso dagli uomini di scienza (ahl al-‘ilm) al termine di un’accurata consultazione (shûrà, altro termine densissimo). Se all’inizio del suo ragionamento Caifa è certo della guida che religione e ragione alleate insieme possono fornire nei dilemmi morali, tutto il suo interrogarsi non lo conduce ad altro che a mettere in dubbio tale convinzione. Resta solo la logica del fatto compiuto. Tuttavia per giungere a questa conclusione Caifa deve sacrificare la voce della propria coscienza. Crede di farlo per il bene della religione, ma ne scoprirà ben presto gli effetti devastanti.

 

 

La Città iniqua si conclude con una sconfitta: la voce della coscienza cede all’ambizione e alla ragion di Stato e Cristo si avvia verso il Calvario. Proprio questa sconfitta, nota acutamente il Vescovo anglicano Kenneth Cragg, potrebbe rendere comprensibile il tema cristiano della redenzione, tradizionalmente ostico ai musulmani. Tuttavia, nonostante un breve accenno alla “debolezza di Dio”, a Kâmil Husayn preme piuttosto sottolineare il ruolo insostituibile della coscienza individuale nelle scelte etiche. L’alternativa è, per Caifa, un fallimento che l’adeguamento alla volontà generale non basta a giustificare. Neppure ai suoi occhi.

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