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Medio Oriente e Africa

In Siria ognuno combatte la propria guerra

Distruzione a Homs, Siria [Shutterstock.com]

Nonostante il successo contro Isis, le battaglie continuano. Chi sono tutti gli attori internazionali, regionali e locali del conflitto

Ultimo aggiornamento: 11/04/2018 13:08:59

A sette anni dall’inizio della guerra civile nel marzo 2011, la fine del conflitto in Siria sembra lontana e la situazione sul terreno rimane critica e incerta. Anzi, lo scenario siriano lascia intravedere quelli che potrebbero essere i sintomi di un nuovo preoccupante ciclo di conflitti incrociati, tra crescenti timori di un'espansione regionale e internazionale delle battaglie. 

 

L'ultimo capitolo della guerra in Siria si è aperto nelle scorse ore. L'Amministrazione Trump assieme agli alleati francese e britannico minaccia un intervento militare in seguito a un presunto attacco chimico a Douma, sobborgo di Damasco, sabato notte. Gli Stati Uniti e i loro partner interazionali accusano il regime di Bashar el-Assad di essere all'origine dell'attacco che avrebbe ucciso decine di civili.

 

Damasco sostenuto dalla Russia nega. Il timore per l'allargarsi di una guerra civile che si è spezzettata già in diversi conflitti regionali è alto in queste ore, dopo che Mosca ha accusato Israele - che già in passato, e senza mai ammetterlo, ha compiuto raid in Siria contro obiettivi legati all'Iran - di aver bombardato una base aerea siriana, da cui operavano forze militari di Teheran, da anni impegnate a fianco del regime di Assad. 

 

Il presunto attacco chimico di Douma, inoltre, sembra aver imposto un cambio di strategia alla Casa Bianca. Se nei giorni scorsi, la posizione degli Stati Uniti era contradditoria - da una parte il Pentagono che assicurava una permanenza delle proprie truppe nella regione, dall'altra Donald Trump che annunciava un ritiro -, subito dopo le prime notizie dell'utilizzo di gas tossici a Douma il presidente ha consegnato a un tweet la sua volontà di intervenire. 

 

La situazione sul terreno

Con la caduta di Raqqa, in Siria, e di Mosul, in Iraq, lo Stato Islamico è relegato in aree marginali. Di fatto, con molte ambiguità, la lotta a Isis metteva apparentemente d’accordo tutti gli attori presenti in Siria. Ora, con la sconfitta del “Califfato”, viene meno la giustificazione utilizzata da molti per la partecipazione al conflitto, ed emergono evidenti gli interessi di parte. 

 

Secondariamente, la “Pax Russica”, ovvero il processo di stabilizzazione operato da Mosca nel salvare il regime di Bashar el-Assad, non decolla: un conto è vincere la guerra contro i ribelli anti-governativi, un conto è imporre una pace che superi i veti incrociati dei propri alleati. In altri termini la Russia, pur tenendo le fila dell’alleanza con Turchia, Iran e governo siriano, non riesce a bilanciare gli interessi degli alleati e spingerli ad accettare un compromesso di non belligeranza.

 

Nel frattempo, però, Mosca si trova costretta a equilibrismi politici e diplomatici alla lunga insostenibili, che la espongono a un gioco pericoloso. Ad esempio, il Cremlino ha buoni rapporti sia con Israele sia con l’Iran, ma rifornisce di armi le forze siriane e iraniane che Israele bombarda, senza però essere contrastato dai russi stessi; un altro esempio dell’ambigua posizione di Mosca è dato dal coordinamento sul terreno con Ankara, mentre mantiene buoni rapporti con i movimenti curdi siriani, cui si oppone l’azione del presidente e alleato Recep Tayyip Erdoğan. Il Nord della Siria in cui si trovano i curdi è teatro di un'operazione militare della Turchia dal 20 gennaio.

 

Inoltre, dopo aver faticosamente negoziato la realizzazione di quattro zone di “de-escalation”, la Russia vede ora due di queste investite dagli attacchi di quello stesso governo siriano che sostiene, nella Ghouta e a Idlib.

 

Rimane da fare un’importante considerazione in merito alle forze anti-governative. All’inizio della guerra civile, il governo siriano aveva ben chiaro che la sua unica salvezza sarebbe stata quella di porsi agli occhi del mondo come alternativa a una vittoria jihadista. Di conseguenza, complice anche l’appoggio di Mosca e Teheran, il regime ha concentrato i suoi sforzi militari contro l’opposizione moderata, lasciando che fossero gli americani a occuparsi dello Stato Islamico. Così oggi, crollato il “Califfato”, le forze ribelli sono deboli, divise e incapaci non soltanto di affermarsi sul campo, ma soprattutto di costituire un fronte politico unito. L’unica eccezione sono i curdi, che godono dell’appoggio americano, con i quali Assad ha mantenuto la neutralità fin dall’inizio del conflitto.

 

Fatte queste premesse, per comprendere meglio la crisi siriana è utile analizzarla tenendo presente tre diversi livelli di lettura, in realtà strettamente interconnessi. Innanzitutto, c’è la dimensione internazionale più ampia, che vede un ruolo centrale della Russia, uno secondario americano e quello inconcludente delle Nazioni Unite. C’è poi il livello regionale, che vede il coinvolgimento nella crisi principalmente di Turchia, Iran, delle milizie sciite libanesi di Hezbollah, di Israele. Infine c’è il livello locale siriano, che vede le forze governative contrapposte a diversi gruppi di ribelli islamisti e moderati.

 

Il livello internazionale

A livello internazionale, mentre l’Onu ha sponsorizzato gli inconcludenti colloqui di Ginevra, Russia, Turchia e Iran si sono impegnati su due iniziative complementari: da un lato gli accordi di Astana, finalizzati ad attuare una serie di cessate il fuoco e di zone di “de-escalation”; dall’altro i negoziati di Sochi, con l’obiettivo di negoziare un accordo di pace e redigere una nuova Costituzione.

 

In realtà, tutte le tregue negoziate sono state rapidamente violate, mentre ad oggi funzionano soltanto le zone di de-escalation tra Dara‘a, nel Sud-est della Siria, e Quneitra, nel Golan. Intanto gli Stati Uniti accettano di buon grado un ruolo secondario, avendo compreso l’attuale complessità del conflitto siriano, e si dedicano a obiettivi limitati come la lotta terrorismo e il preservare i rapporti con la Turchia.

 

Il livello regionale

A livello regionale si assiste invece a un crescente e preoccupante dinamismo. Da un lato c’è la Turchia in scontro frontale con i curdi del Rojava, - nel Nord della Siria -, che ha conquistato Afrin, e che mira a ritagliarsi zone cuscinetto in territorio siriano a ridosso del suo confine. Poi ci sono l’Iran, Hezbollah e diverse milizie da loro create, che si stanno consolidando sul terreno in vista di un possibile confronto con Israele.

 

Il livello locale

Infine, c’è il livello locale, dove ciò che si nota è innanzitutto una estrema frammentazione dei gruppi e una continua fluidità delle alleanze. In Siria, risulta evidente una dinamica di proxy war: gran parte delle forze sul terreno sono legate a uno sponsor regionale.

 

Il presidente Assad appare come il grande vincitore della guerra civile siriana, ma in realtà ha perso il controllo di larghe porzioni del Paese: controlla forze armate estremamente fragili e limitate, e deve fare affidamento sull’appoggio aereo russo e su quello sul terreno di gruppi legati all’Iran come Hezbollah.

 

Il governo siriano conta sulle sue Forze armate, che più che un esercito sono una esangue compagine di milizie. Poi ci sono le Forze di Difesa Nazionale, ovvero milizie statiche legate al governo e addestrate da Hezbollah e dall’Iran e, infine, una pletora di unità irregolari di varia natura e incerta affidabilità, spesso né più né meno che gang criminali.

 

A combattere il lo Stato Islamico, mantenendo una sorta di entente cordiale con il governo, nel Rojava ci sono le Forze Democratiche Siriane: milizie arabo sunnite, turkmene e assire ma di fatto per lo più composte da forze curde dell’Unità di Protezione Popolare (YPG). Anche se sono addestrate, armate e appoggiate dagli Stati Uniti, Washington sta in questi mesi sacrificando i cantoni curdi a Ovest dell’Eufrate, lasciandovi penetrare la Turchia in nome della sopravvivenza dell’alleanza NATO.

 

I ribelli islamisti costituiscono un panorama estremamente differenziato. Da un lato c’è il Fronte di Liberazione Siriano, dove sono confluite Ahrar al-Sham e la brigata Nureddin Zengi, due delle più importanti forze ribelli del Nord siriano. Si tratta di movimenti jihadisti, ma legati a una dimensione nazionalista siriana e senza le aspirazioni transnazionali del “Califfato”.

 

Dall’altro ci sono gruppi jihadisti salafiti come Hay'at Tahrir al-Sham, ad Idlib e nel Nord ovest, in una posizione critica: stretto tra forze del governo e altre milizie ribelli. E mentre molti gruppi jihadisti sembrano disposti a de-radicalizzarsi per integrarsi con altre milizie più moderate, sparse sul territorio rimangono ancora attive forze legate sia a Isis sia ad al-Qa‘ida.

 

Tra le forze ribelli c’è anche l’ormai disgregata compagine dell’Esercito Libero Siriano, inizialmente composto da unità ribelli dell’esercito, ma che dopo una serie di rovesci si ritrova divisa in numerosi gruppi che nel Nord appoggiano sia i governativi sia i turchi e persino i jihadisti, mentre nel Sud hanno una maggior coesione e rappresentano ancora la maggiore forza di opposizione al governo siriano.

 

In conclusione, in Siria siamo ben lontani da una fine delle ostilità, anzi, dopo la sconfitta dello Stato Islamico continua la spietata offensiva del governo per riconquistare terreno, si sta inasprendo il conflitto tra turchi e curdi nel Nord, mentre presagi di guerra si stanno addensando su Sud del Libano e Golan.

 

Il rischio è sempre più quello di iniziative unilaterali da parte dei molti attori locali e regionali che, sfuggendo al controllo dei loro sponsor internazionali, rischiano di scatenare inediti cicli di conflitto: di fondo, in Siria, ognuno combatte la propria guerra.

 
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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