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Focus attualità

Aya Sofya potrebbe tornare a essere una moschea

Interno di Aya Sofya, Istanbul [Artur Bogacki / Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 03/07/2020 13:58:50

Santa Sofia, l’ex basilica cristiana e attualmente uno dei musei più visitati di Istanbul, potrebbe essere riconvertita in moschea per decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Fatta inizialmente costruire da Giustiniano nel 532, venne convertita in moschea nel 1453 quando Mehmet II conquistò Costantinopoli e ribattezzò la città Istanbul, ponendo definitivamente fine all’impero bizantino. Santa Sofia venne trasformata in distretto museale nel 1934 per volere di Mustafa Kemal Ataturk, primo presidente della Turchia moderna.

 

La BBC scrive che giovedì 2 luglio il Consiglio di Stato, il più importante tribunale amministrativo della Turchia, ha rimandato di una quindicina di giorni il pronunciamento di un verdetto definitivo sulla possibilità di trasformare l’ex basilica nuovamente in luogo di culto islamico. La sedua è durata solamente 17 minuti.

 

Come scrive l’agenzia Fides, è vero che al momento il Consiglio ha confermato la validità dei pronunciamenti precedenti del tribunale, con i quali lo stesso organo aveva respinto i tentativi si trasformare il distretto museale in una moschea; d’altra parte però il Consiglio di Stato ha anche riconosciuto «che un intervento diretto del Presidente turco sulla controversa questione, attraverso un decreto presidenziale ad hoc, può cambiare l’attuale stato di cose e legittimare il riutilizzo di Ayasofya come luogo di culto islamico».

 

Secondo l’ex parlamentare Aykan Erdemir sentito da Al Jazeera, la decisione della Corte non è un pre-requisito per la riconversione dell’edificio in moschea, ed è probabile che la strumentalizzazione della questione da parte di Erdogan serva per distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni della Turchia: l’indebolimento dell’economia, la pandemia di Coronavirus e il sostegno popolare in calo.

 

Come ricorda Mustapha Akyol sul sito di Foreign Policy, «per Erdogan sarebbe un enorme passo simbolico verso il rafforzamento del suo nazionalismo religioso. Ma per molti altri, tra cui la minuscola minoranza cristiana turca e milioni di altri cristiani in tutto il mondo, sarà un’inquietante eco delle sanguinose conquiste del Medioevo – non la coesistenza pacifica a cui la maggior parte delle persone aspira nel mondo moderno».

 

Anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo è dello stesso avviso: Santa Sofia è il centro vitale in cui Oriente e Occidente si uniscono, trasformare l’edificio in moschea vorrebbe dire rompere quest’armonia e «spingere i cristiani del mondo contro l’Islam», scrive Asia News.

 

Il patriarca armeno Sahak II, invece, si è espresso a favore della decisione dicendo che la preghiera dei credenti «si addice di più allo spirito del tempio che ai turisti curiosi che corrono in giro a scattare foto», e ha poi aggiunto che all’interno dell’edificio potrebbe essere trovato uno spazio di preghiera anche per i cristiani, riporta Christianity Today. Gli armeni rappresentano la più grande comunità cristiana rimasta in Turchia con circa 90.000 membri, anche se a lungo Santa Sofia ha funto da cattedrale per la Chiesa greco-ortodossa, che ora conta 2.500 membri.

 

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo si è pronunciato a favore del mantenimento delle funzioni museali dell’edificio, così da  mantenerlo accessibile a tutti, mentre la Grecia, per cui la basilica è un simbolo della fede ortodossa, si è dichiarata fortemente contraria e si è appellata all’UNESCO, che ha affermato che la Turchia dovrebbe consultarsi con l’organizzazione prima di cambiare lo status di un monumento patrimonio dell’umanità.

 

I figli del Califfato abbandonati in Siria

 

Nelle zone settentrionali della Siria, sotto il controllo delle Syrian Democratic Forces, vivono ancora decine di migliaia di stranieri che avevano abbandonato il loro Paese per unirsi alle fila dell’autoproclamato Stato islamico, dopo che sei anni fa Abu Bakr al-Baghdadi proclamò da Mosul la rinascita del Califfato.

 

Nel campo di al-Hol, all’interno della zona di amministrazione autonoma curda, vivono circa 14.000 donne e bambini da più di 60 Paesi diversi, scrive il Washington Post. Nel mese di giugno operatori umanitari, ricercatori e funzionari hanno cercato di contare e registrare le famiglie presenti per capire esattamente chi viva nel campo ed eventualmente fare pressioni sui Paesi di provenienza affinché li rimpatrino Rimpatrio che, come mette in evidenza Formiche.it, dovrebbe bilanciare le esigenze securitarie e la tutela dei diritti umani, soprattutto dei bambini, alcuni dei quali orfani. Molti finora sono morti per malnutrizione o ipotermia, cause teoricamente non gravi e di norma facilmente evitabili.

 

Nelle condizioni attuali, mostra la BBC, il campo rischia di essere una «bomba a orologeria», con bambini più estremisti dei proprio genitori, madri che aspettano la rinascita dello Stato islamico e trafficanti di esseri umani che hanno trovato l’opportunità di inserirsi in questo contesto chiedendo tra i 1.700 e i 3.000 dollari a persona a chi vuole a tutti i costi abbandonare la regione e raggiungere la Turchia passando per Idlib.

 

I Paesi dell’Europa occidentale hanno finora esitato a riportare in patria i foreign fighters, a differenza di altri Stati, come il Kosovo, la Turchia, la Russia, il Kazakistan e l’Uzbekistan che hanno rimpatriato molti dei loro concittadini e li hanno inseriti in programmi di deradicalizzazione. Anche se alcune ricerche del Soufan Center hanno sottolineato che tra gli ex combattenti prevalga la disillusione nei confronti del Califfato, l’opinione pubblica occidentale teme che con il rientro dei foreign fighters possa aumentare il rischio d attentati sul suolo nazionale. Secondo Foreign Policy in realtà, si corrono rischi maggiori a lasciare donne e bambini in Siria: «Tenere i combattenti e le loro famiglie nei campi aumenta la probabilità che alla fine alcuni, verosimilmente molti, di questi individui fuggano o vengano rilasciati andare per una qualche convergenza di circostanze. […] Una volta fuggiti, queste famiglie dello Stato islamico straniere non saranno meno radicali di prima. Continueranno ad essere una minaccia reale nella regione, e molti potrebbero essere in grado di trovare la via del ritorno in Europa ad un certo punto. Lasciare la situazione così com’è sta permettendo alla malattia del jihadismo di inasprirsi e di crescere in una nuova generazione – e noi ne subiremo di nuovo le conseguenze prima o poi».

 

La Francia recentemente ha rimpatriato dieci bambini figli di jihadisti grazie alla cooperazione con le forze curde, racconta Le Monde, anche se il Ministro degli Esteri francese non ha fornito dettagli sul luogo di arrivo né le modalità con le quali hanno lasciato la Siria.

 

Software di spionaggio contro giornalisti e attivisti

 

Omar Radi è un giornalista marocchino. Per circa un anno, a sua insaputa, il governo del Marocco ha avuto accesso al suo cellulare, spiega Forbidden Stories, una rete di giornalisti che si occupa di mettere in evidenza il lavoro di reporter minacciati, imprigionati o uccisi. L’estate scorsa Omar ha incontrato a pranzo l’amico e attivista per i diritti umani Maati Monjib. Entrambi sapevano di essere già sotto l’occhio del governo marocchino, e Maati era sicuro che il suo telefono fosse stato hackerato. Quello che non sapevano è che anche il cellulare di Omar era stato preso di mira.

 

Dopo essere stato arrestato l’anno scorso per un tweet che criticava una decisione giudiziaria contro alcuni esponenti del movimento dell’Hirak, il giornalista ha capito che qualcosa non andava e si è rivolto al Security Lab di Amnesty International. Ne è emerso poi un report, secondo il quale il software utilizzato per l’attacco è Pegasus, un prodotto della compagnia israeliana NSO.

 

Carola Frediani, che ha ricostruito parte della vicenda nella sua newsletter Guerre di rete, spiega come funziona uno spyware: secondo il report di Amnesty gli attacchi sono avvenuti “per inoculazione”. In questo modo un sito malevolo riesce a installare lo spyware senza che l’utente se ne renda conto (basta cliccare su un sito a connessione non cifrata, cioè HTTP anziché  HTTPS), e da quel momento in poi ogni cosa all’interno del cellulare o del computer della vittima può essere captata. L’attacco può avvenire in due modi: «o attraverso un accesso diretto all’infrastruttura dell’operatore telefonico; o attraverso una prossimità fisica al target che permette […] di simulare un ripetitore cui il telefono si aggancia», per cui tutto il traffico mobile può essere rediretto. Non è ancora chiaro come il telefono di Radi sia stato hackerato.

 

Da tempo NSO è accusata di collaborare con diversi regimi autoritari dandogli la possibilità di spiare giornalisti, attivisti per i diritti umani e funzionari di governo. Sebbene NSO abbia sempre dichiarato che il suo software di hacking sia stato creato per le forze dell’ordine al fine di rintracciare terroristi e altri criminali, Citizen Lab, un laboratorio interdisciplinare dell’Università di Toronto di cui aveva parlato il Guardian, ritiene che il software Pegasus sia stato utilizzato contro diverse personalità, tra cui il giornalista Ben Hubbard che ha pubblicato un libro sul principe ereditario Mohammad bin Salman e l’attivista Ahmed Mansoor imprigionato negli Emirati Arabi Uniti. Sempre secondo le indagini di Citizen Lab, sono 45 i Paesi che avrebbero il software in dotazione. Lo stesso spyware è probabilmente stato utilizzato da MbS per hackerare il cellulare di Jeff Bezos nel 2018, secondo un’inchiesta delle Nazioni Unite, di cui Business Insider scriveva già a gennaio di quest’anno.

 

A seguito della pubblicazione del report di Amnesty, Omar Radi è stato convocato dalla Corte d’appello di Casablanca per rispondere a delle accuse di finanziamento da parte di agenzie di intelligence straniere, come spiega lui stesso in un recente tweet. Negli anni passati Omar Radi era stato arrestato più volte: nel 2017 per il suo supporto al movimento del Rif, mentre a marzo di quest’anno ha passato quattro mesi in prigione per aver condannato, in un documentario, l’incarcerazione dei manifestanti legati al movimento dell’Hirak. Ha poi realizzato diverse inchieste, tra cui un’indagine sulla cessione di terreni costosi a personaggi vicini alle autorità marocchine.

 

Una diga al centro dei dissensi tra Egitto ed Etiopia

 

La settimana scorsa avevamo accennato alle tensioni per le risorse idriche tra l’Egitto, l’Etiopia e il Sudan, che avevano portato il Cairo a rivolgersi alle Nazioni Unite per risolvere la disputa. Secondo Pierre Blanc, professore di geopolitica a Sciences Po a Bordeaux, stiamo assistendo a «uno spostamento di potenza»: se infatti l’Egitto e il Sudan a lungo si sono arrogati il diritto del controllo sulle acque dell’Etiopia, ora Addis Abeba, oltre essersi rafforzata militarmente, gode dell’appoggio di potenze internazionali come Israele e la Cina, che ha finanziato le infrastrutture idriche etiopi. Il fatto che l’Egitto si sia appellato a un foro internazionale dimostra al contrario una certa fragilità.

 

Come riporta Al Jazeera, l’Etiopia ha dichiarato che questo mese comincerà a riempire il serbatoio della diga, chiamata GERD (Great Ethiopian Renaissance Dam), anche in assenza di un accordo con i propri vicini. Il Ministro degli Esteri etiope Gedu Andargachew ha poi aggiunto che «l’insistenza dell'Egitto sul controllo del flusso del fiume» ha ostacolato i lavori dell’opera, che dovrebbe fornire energia elettrica a 100 milioni di etiopi.

 

Che questa tensione possa trasformarsi in un conflitto aperto? È quello che si chiede Egyptian Streets. Per l’Egitto infatti, la diga è una minaccia alla propria sicurezza nazionale e mentre il Cairo e Addis Abeba negli ultimi anni hanno alzato i toni, il Sudan si è trovato intrappolato nel confitto di interessi tra gli altri due Stati.

 

Alcuni Stati arabi hanno espresso la loro contrarietà nei confronti del progetto etiope, scrive Al Monitor, ma per fermarne la costruzione è necessario che il sostegno all’Egitto si materializzi in azioni concrete. Per esempio, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, importanti investitori in Etiopia, dovrebbero ritirare i loro finanziamenti dal Paese, se volessero realmente schierarsi dalla parte egiziana della disputa.

 

Le Nazioni Unte hanno dichiarato che la cooperazione per la gestione delle risorse idriche transfrontaliere è di fondamentale importanza, e anche Middle East Eye scrive che un contesto geopolitico meno bellicoso potrebbe permettere a tutti e tre i Paesi coinvolti di concentrarsi su altri problemi: nel caso dell’Egitto le tensioni crescenti con la Libia, mentre nel caso dell’Etiopia una serie di disordini interni che nell’ultima settimana hanno reso necessario l’intervento dell’esercito.

 

Secondo il sito filo-qatarino, per risolvere il problema l’Egitto dovrebbe in primis riconoscere la crescente influenza etiope non solo nel bacino del Nilo ma nella più ampia area del Mar Rosso. D’altra parte, però, l’Etiopia non ha finora rassicurato i vicini sulla disponibilità d’acqua sufficiente nei periodi di siccità.

 

In breve

 

Un recente report getta nuova luce sul trattamento della minoranza uigura in Cina: secondo documenti ufficiali, nei campi di rieducazione vengono praticate «restrizioni riproduttive» che rientrano nella definizione di genocidio delle Nazioni Unite  (Foreign Policy).

 

In Iran ci sono state delle esplosioni sospette in stabilimenti dove probabilmente era in corso la costruzione di centrifughe nucleari di ultima generazione (New York Times).

 

Israele ha temporeggiato sull’annessione della Cisgiordania, che sarebbe dovuta avvenire mercoledì. Questo è dovuto in parte alle altre priorità di Israele e in parte all’incertezza sul futuro inquilino della Casa Bianca (Haaretz).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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