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Cristiani nel mondo musulmano

Benvenuto in prigione, benvenuto in Eritrea

L’uomo ti squadra, socchiude la porta, ti saluta così. Ad Asmara sono le sei di mattina e loro sono già un centinaio. Uomini, donne con bimbi in braccio e figli per mano, ragazzini dallo sguardo sperduto, anziani senza espressione. Una folla silenziosa, radunata nei cortili. “Ogni mattina aumentano, vogliono cibo, soldi per sopravvivere, consigli per fuggire. La Chiesa è l’ultima speranza, tutto il resto è stato distrutto. Restano solo il partito, lo stato e la paura.” La paura è anche qui. «Non scriva il mio nome, un confratello è già stato arrestato... Noi li sconsigliamo ma qui la gente pur di fuggire è pronta a tutto...... voi non lo sapete, ma gli scheletri disperati che raccogliete sulle vostre coste sono solo i più fortunati, i sopravvissuti». Dai racconti affiora la spiegazione del grande esodo che spinge migliaia d’eritrei ad affrontare i rischi di una fuga disperata pur di lasciarsi alle spalle una patria trasformata in galera.

 

 

In Eritrea va così dal 2001, da quando il presidente Isaias Aferwerki approfittando della distrazione di una comunità internazionale sgomenta per l’11 settembre sferra il colpo di grazia all’opposizione. Il 19 settembre 2001 spariscono nelle galere di regime 15 fra generali e ministri. La loro unica colpa è aver criticato la paranoia di un leader che dopo la disastrosa guerra del 2000 con l’Etiopia si prepara ad imporre una mobilitazione permanente, a isolarsi dal mondo, a rispolverare le ricette apprese nei campi d’addestramento cinesi frequentati all’inizio della sua carriera di guerrigliero e futuro tiranno.

 

 

Il primo segnale della nuova dittatura è la coscrizione obbligatoria permanente varata nel 2002 con lo Warsai Yekalo (“giovani e veterani”), l’editto che impone il servizio militare obbligatorio e permanente fino ai 50 anni per gli uomini e ai 47 anni per le donne. L’effettiva applicazione avviata nel 2007 trasforma il paese in un’immensa caserma. «Quell’editto è una reazione all’isolamento internazionale - spiegano gli esponenti della comunità internazionale presenti in Eritrea – con quella legge il regime si assicura gli effettivi per reagire ad un attacco imprevisto, si garantisce manodopera a basso costo e il controllo di vaste masse di disoccupati capaci di alimentare rivolte o proteste».

 

 

A inasprire il controllo sociale contribuisce l’obbligo per studenti e studentesse di frequentare il dodicesimo anno di scuola obbligatorio a Sawa un campo militare trasformato nel grande laboratorio sociale del regime. A Sawa si selezionano i futuri quadri del regime, si plasma la truppa da utilizzare come bassa manovalanza, s’individuano i potenziali ribelli da relegare nei centri di rieducazione e prigionia. «Terminato l’addestramento di sei mesi – spiega in un rapporto di Human Right Watch un ex-funzionario del regime - i coscritti diventano manodopera a basso costo da impiegare in coltivazioni, officine e aziende di stato, ma anche in bar, negozi e ristoranti gestiti dalle gerarchie del potere. Il tutto al costo dei 400 Nafka (20 Euro) mensili pagati ai coscritti».

 

 

Chi non accetta le regole rischia di ritrovarsi nella fornace di Klima, una base nel deserto della Dancalia dove acqua e cibo razionati mettono a dura prova la capacità di sopravvivenza dei coscritti. Fuori da Sawa le prospettive non sono migliori. Le donne sposatesi e rimaste incinte durante una rara licenza in compagnia del fidanzato ottengono il congedo, ma devono rassegnarsi ad una vita da vedove bianche, lontane dai mariti e prive di risorse. Chi non fa in tempo a sposarsi prima del servizio nazionale deve rinunciare all’idea di una moglie o di un marito. La prima conseguenza è la rarefazione della famiglia. «La situazione è terrificante - conclude un sacerdote - i giovani non possono sperare né in una moglie, né in un lavoro. Sono uomini senza futuro, schiavi costretti a scegliere tra prigionia, lavori forzati e i rischi di una fuga dove la morte è l’approdo più probabile.»

 

 

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