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Classici

Il califfo e l’asceta

Cupola della Roccia a Gerusalemme, costruita dal sultano 'Abd al-Malik [Victorgrigas - Wikimedia Commons]

Quando Hasan di Basra ammonì il califfo di attenersi ai versetti coranici che descrivono l’uomo come responsabile dei propri atti

Questo articolo è pubblicato in Oasis 26. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 23/07/2019 12:35:27

Leggi l’introduzione a questo classico: Quando l’Islam discute sulla libertà 

Quando il sovrano omayyade ‘Abd al-Malik scrive al venerato Hasan di Basra per chiedergli di discolparsi da alcune voci che lo volevano sostenitore del libero arbitrio, questi risponde senza soggezione, ammonendo il califfo ad attenersi ai versetti coranici che descrivono l’uomo come responsabile dei propri atti

 

Nel nome di Dio clemente e misericordioso

Copia dello scritto di ‘Abd al-Malik Ibn Marwān ad al-Ḥasan Ibn Abī al-Ḥasan al-Basrī, che Dio abbia misericordia di entrambi.

 

Da ‘Abd al-Malik, comandante dei credenti[1], ad al-Ḥasan Ibn Abī al-Ḥasan. Pace a te. In primo luogo, mi unisco a te nel lodare Dio al di fuori del quale non vi è dio e gli chiedo di benedire Muḥammad, suo servo e suo Inviato. Quanto al resto, è giunta notizia al comandante dei credenti che tu avresti enunciato a proposito del decreto divino formule inaudite tra quanti ci hanno preceduto. Infatti non sappiamo di alcuno tra i Compagni del Profeta, che Dio sia soddisfatto di loro, che si sia pronunciato sulla questione nel modo a te attribuito. Il comandante dei credenti ti conosceva come un uomo buono, virtuoso, perspicace, amante della conoscenza e zelante per essa e non può credere che tu abbia fatto queste affermazioni. Scrivi dunque al comandante dei credenti spiegando qual è la tua posizione e da che cosa la derivi, se da uno dei Compagni dell’Inviato di Dio, da una tua personale opinione o da un’affermazione contenuta nel Corano. Noi infatti non abbiamo mai sentito questo discorso prima d’ora. Fa’ dunque pervenire al comandante dei credenti la tua opinione al riguardo e chiariscigliela. Su di te la pace, la misericordia di Dio e le sue benedizioni.

 

Al-Ḥasan al-Basrī, che la misericordia di Dio sia su di lui, gli rispose così.

 

Nel nome di Dio clemente e misericordioso. Ad ‘Abd al-Malik, comandante dei credenti, da al-Hasan Ibn Abī al-Hasan al-Basrī. Pace a te, o comandante dei credenti. Mi unisco a te nel lodare Dio al di fuori del quale non vi è dio. Quanto al resto, possa Dio beneficare il comandante dei credenti e renderlo un governante che agisce in ubbidienza a Dio e segue il suo Inviato, affrettandosi a mettere in pratica quanto gli è ordinato. In verità le genti del bene sono un modello, oggi trascurato, a cui guardare e da imitare nel loro modo di agire. Il comandante dei credenti, che Dio lo benefichi, si trova a vivere in un’epoca in cui queste persone, da molte che erano, sono diventate poche; noi però abbiamo potuto conoscere, o comandante dei credenti, i pii antenati (salaf) che agivano secondo i comandi di Dio e ne hanno trasmesso la saggezza. Costoro si conformavano alla tradizione (sunna) del suo Inviato, senza negare alcuna verità o affermare alcuna falsità. Attribuivano a Dio – sia benedetto – solo quelle qualifiche che Egli stesso si è attribuito e invocavano unicamente quelle prove che Dio stesso ha fornito alle sue creature nel suo Libro.

 

Dice l’Altissimo, e la Sua parola è verità: «Io non ho creato i jinn e gli uomini altro che perché M’adorassero. Io non voglio altro da loro: non voglio cibo, non voglio che mi nutrano» (Cor. 51,56-57). Così facendo Dio ha loro ordinato quell’adorazione in vista della quale sono stati creati. Non avrebbe certo creato una cosa per poi mettere un ostacolo alla sua realizzazione, perché l’Altissimo «non è ingiusto coi [suoi] servi» (3,3).

 

Nessuno tra i pii antenati ha mai rifiutato questa affermazione o ha mai cercato di piegarne il senso, perché essi erano concordi e non ordinavano nulla di male, come afferma l’Altissimo benedetto: «Rispondi: “Ma Iddio non ordina la turpitudine! State dicendo contro Dio cose che non sapete? Di’: “Il mio Signore ha piuttosto comandato l’equità”» (7,28-29). In questo modo Egli vietava loro la turpitudine, il male e la sopraffazione, «ammonendovi, che abbiate a meditare» (16,90).

 

Il Libro di Dio infatti è vita nella morte, luce nelle tenebre, sapere nell’ignoranza e Dio non ha lasciato per i Suoi servi altra prova dopo di esso e dopo l’Inviato di Dio. E nel Libro si legge: «affinché chi doveva perire perisse per una ragione e per una ragione vivesse chi era destinato a vivere, perché Dio è, in verità, ascoltatore sapiente» (8,42).

 

Rifletti o comandante dei credenti sulla parola «[monito] a chi vuole, di voi, avanzare, e a chi vuole indietreggiare. Ogni anima è pegno per quel che s’è acquistata» (74,37-38). Come mostra questo passo, l’Altissimo ha posto negli uomini una potenza con cui avanzare o indietreggiare e li ha messi alla prova per vedere nei fatti come avrebbero agito. Se le cose stessero come sostengono i partigiani dell’errore, gli uomini non dovrebbero né avanzare né indietreggiare, e chi avanza non dovrebbe essere premiato per quello che ha fatto né chi indietreggia essere biasimato per quello che non ha fatto perché tutto ciò, secondo la loro opinione, non proverrebbe da loro né su di loro ricadrebbe, ma sarebbe un’azione del loro Signore. Ma allora Dio non avrebbe detto: «E così Dio travierà molti e molti guiderà al Vero, ma chi travierà non saranno che gli empi, i quali violano il patto di Dio dopo averlo accettato, spezzano ciò che Dio ha ordinato sia unito e portano la corruzione sulla terra: e questi son coloro che perdono» (2,26-27).

 

Rifletti su questo, comandante dei credenti, e sforzati di comprenderlo, perché l’Onnipotente afferma: «Annuncia la lieta novella ai Miei servi, i quali ascoltano la Parola e seguono la sua essenza più bella: essi son coloro che Iddio guida, essi son coloro che han sano intelletto» (39,17-18). Porgi l’orecchio alla parola dell’Altissimo là dove dice: «Ma se la Gente del Libro credesse e temesse Iddio, noi li purificheremmo delle loro malvagità e li faremmo entrare nei giardini di delizie. E se essi mettessero in pratica la Tōrāh e il Vangelo, e quel che è stato loro rivelato dal loro Signore, godrebbero dei frutti che hanno sulle loro teste e sotto i loro piedi» (5,65-66). E ancora: «E se la Gente delle Città avessero creduto e avessero temuto Dio, avremmo riversato su di loro benedizioni dal cielo e dalla terra. Ma ci hanno smentito e allora li abbiamo annientati in ricompensa di quel che s’erano acquistati con il loro operare» (7,96).

 

Sappi, o comandante dei credenti, che Dio non ha disposto le cose in un modo ineluttabile per i suoi servi, ma ha detto: «Se farete così, io agirò contro di voi; se farete colà, io agirò a vostro vantaggio». Dio ricompensa i suoi servi soltanto sulla base delle opere, come ha detto: «Aumenta d’un doppio, aumenta il tormento del Fuoco!» (38,61)[2]. E in un altro passo Dio ci ha chiarito chi ha tratto in inganno queste persone: «E diranno ancora: “Signore! Ma noi ubbidimmo ai nostri prìncipi e ai nostri capi e ci han traviati lungi dalla Via!”» (33,67). Sono i prìncipi e i capi ad aver proposto [a questi dannati] la miscredenza e ad averli traviati lungi dalla retta via su cui si trovavano, perché l’Altissimo afferma: «E lo guidammo per la retta Via, che Ci si mostri grato, o Ci si mostri ingrato» (76,3), che cioè sia riconoscente verso Dio per averlo guidato sul retto cammino con la sua grazia o che si riveli ingrato. «E chi è grato a Dio lo fa a suo stesso profitto e chi è ingrato nessun danno può fare al Signore, ché Egli basta a se stesso ed è generoso» (27,40). E sempre l’Onnipotente dice: «Ed ecco, Faraone aveva traviato il suo popolo» (20,79). Attieniti, o comandante dei credenti, alla parola di Dio, secondo cui fu Faraone a traviare il suo popolo, e non metterti a disputare con Dio sulla sua parola. Non attribuirGli se non quanto Egli accetta Gli sia attribuito, poiché ha detto: «Noi siamo che guidiamo. Noi teniamo in pugno la vita futura e la prima!» (92,12-13). La guida viene dunque da Dio, e l’erranza dagli uomini.

Sappi, o comandante dei credenti, che Dio non ha disposto le cose in un modo ineluttabile per i suoi servi, ma ha detto: «Se farete così, io agirò contro di voi; se farete colà, io agirò a vostro vantaggio»

Ancora rifletti, o comandante dei credenti, su questa parola dell’Onnipotente «Ma non ci spinsero al male altro che i malvagi» (26,99), e su questa «E as-Sāmirī li ha traviati» (20,85), e su questa «Satana semina zizzania fra di loro, ché Satana è per l’uomo dichiarato nemico» (17,53) e ancora su questa parola dell’Altissimo «[Il castigo] ve lo mostrerà Dio, se vuole, e voi non prevarrete contro di Lui!» (11,33), cioè non riuscirete a salvarvi dal Suo castigo se si abbatterà su di voi e non potrete impedirlo; in quell’ora – dice Noè – non vi gioverà il mio ammonimento, se anche vorrò rivolgervi una buona parola nel momento in cui il castigo cadrà su di voi. Noè infatti sapeva bene che quando il castigo si fosse abbattuto sul suo popolo ed essi lo avessero contemplato con i loro occhi, a nulla sarebbe valsa la loro fede [tardiva], come l’Altissimo ha spiegato a proposito delle nazioni annientate nel passato: «Ma a nulla giovò loro la Fede, dopo ch’ebbero visto l’Ira nostra: tale è il costume di Dio che già Egli usò coi Suoi servi. Periscano così i Negatori!» (40,85). Il costume di Dio infatti è di non accettare il pentimento quando il peccatore è già arrivato a scorgere il castigo con i suoi occhi.

 

Quanto alla parola «mentre Dio vuol perdervi. È Lui il vostro Signore, e a Lui sarete riconsegnati» (11,34), in questo passo con “perdizione” (ghayy) s’intende il castigo, come nel versetto «Ma altri succedettero loro, che persero la preghiera e seguirono le passioni e incontreranno perdizione» (19,59), cioè un castigo doloroso. Gli arabi infatti dicono: Tizio oggi è andato in perdizione nel senso – per dire – che il principe lo ha percosso violentemente e gli ha inflitto un castigo doloroso.

A chi tra loro obbedisce ai comandi, Dio apre il petto perché si dia tutto a Lui, come ricompensa per la sua obbedienza in questo mondo effimero, rendendogli lievi le opere di bene e pesanti la miscredenza, l’empietà e la ribellione

Tra i passi che i nostri avversari adducono nella disputa vi è la parola: «Perché colui che Dio vuole guidare al Bene, gli apre il petto a che si dia tutto a Lui[3], e colui che vuole traviare, gli rende stretto il petto e ansioso, come di chi salga in alto nel cielo. Così Iddio impone sozzura a quei che non credono» (6,125). Questi ignoranti hanno interpretato il passo nel senso che l’Altissimo selezionerebbe alcune persone per aprir loro il petto, senza opera buona da parte loro, e altre persone per chiudergli il petto, cioè il cuore, senza miscredenza da parte loro né empietà né deviazione, di modo che questi ultimi non avrebbero modo di ubbidire ai comandi divini e sarebbero destinati al fuoco eterno. Ma le cose, comandante dei credenti, non sono come sostengono questi ignoranti nel loro errore. Il nostro Signore è troppo misericordioso e giusto e generoso per comportarsi così con i suoi servi. Come potrebbe agire in questo modo, se si legge che «Iddio non imporrà a nessun’anima pesi più gravi di quelli che possa portare. Quel che avrà guadagnato sarà a suo vantaggio e quel che si sarà guadagnata sarà a suo svantaggio» (2,286)? Dio ha creato i jinn e gli uomini per adorarlo e ha formato loro orecchie, occhi e un cuore con cui riuscirebbero a compiere ben più di quell’adorazione che Dio ha loro imposto.

 

A chi tra loro obbedisce ai comandi, Dio apre il petto perché si dia tutto a Lui, come ricompensa per la sua obbedienza in questo mondo effimero, rendendogli lievi le opere di bene e pesanti la miscredenza, l’empietà e la ribellione. Diventa allora capace di eseguire tutti i comandi e rispettare tutti i divieti: così ha decretato Dio a proposito di chiunque, grande o piccolo che sia, prende il cammino dell’ubbidienza. Invece chi tralascia l’ubbidienza ingiuntagli da Dio e si sprofonda nella miscredenza e nel traviamento in questo mondo effimero, pur potendo pentirsi e ravvedersi, Dio rende il suo cuore stretto e ansioso, come di chi salga in alto nel cielo, come punizione per la sua miscredenza e il suo traviamento in questo mondo effimero. È un obbligo la penitenza e un appello [da parte di Dio]: così ha stabilito l’Onnipotente riguardo a quanti prendono il cammino della miscredenza e dell’empietà.

 

Comandante dei credenti, se Dio ha parlato nel suo Libro di apertura e chiusura del cuore, lo ha fatto per misericordia da parte Sua verso i suoi servi e per indurre gli uomini a compiere le opere con cui si meriteranno l’apertura del cuore, nella sua sapienza, e per metterli in guardia dal compiere le opere per cui si meriteranno, nella sua sapienza, la chiusura del cuore. Non ha ricordato queste cose per scoraggiarli e farli disperare della Sua misericordia e del Suo favore né per tagliarli fuori dalla Sua indulgenza, dal Suo perdono e dalla Sua generosità, se agiscono bene. L’Onnipotente infatti ha chiarito ogni cosa nel Suo Libro «col quale guida chi segue il Suo compiacimento sulle vie della Pace e li trae fuori dalle tenebre verso la luce col Suo permesso, e li conduce su un retto sentiero» (5,16).

 

[Sommario del glossatore]

 

Poi al-Ḥasan al-Basrī continua il suo scritto ricordando che i pii antenati tra i Compagni del Profeta si attenevano alle sue parole senza rifiutarne alcuna o discuterne alcuna perché erano concordi su ogni cosa, senza negare alcuna verità né affermare alcuna falsità, attribuendo a Dio solo quelle qualifiche che Egli stesso si è attribuito e invocando unicamente quelle prove che Dio stesso ha fornito alle sue creature.

 

Quindi l’autore spiega al comandante dei credenti che ha iniziato a parlare del decreto divino soltanto perché sono comparse delle persone che hanno cominciato a negarlo. «E poiché gli innovatori hanno prodotto il loro discorso sulla religione, ho citato dei passi del Libro di Dio che li contraddicono». Di lì l’autore ricorda alcuni passi del Libro di Dio e della Tradizione del Profeta che il comandante dei credenti non ignora, ma anzi ben conosce. In questo scritto di al-Hasan si trova, dopo il Libro di Dio, guarigione e prova sicura.

 

Ti ho dunque inviato, o comandante dei credenti, una copia dello scritto di al-Hasan, perché tu possa leggerlo e comprenderlo, perché Dio aggiunga guida alla tua guida e scienza alla tua scienza. Comprendilo bene e meditalo e agisci al riguardo secondo la tua opinione e la tua ragione, a beneficio tuo e dei musulmani. Non introdurvi ambiguità, perché esso è chiaro per chi lo medita con la sua ragione e accetta la Giustizia di Dio.

 

Sappi infine che tra quanti hanno conosciuto personalmente i pii Compagni dell’Inviato di Dio nessuno sa più cose su Dio, comprende più in profondità la religione di Dio e interpreta più rettamente il Libro di Dio, di quanto faccia al-Hasan, in forza della sua bontà, affidabilità in fatto di religione, onestà e interessamento per i musulmani. Onoralo dunque di un onore per cui tu possa sperare la ricompensa dell’Altissimo nell’aldilà e nell’aldiquà.

 

[Tratto da Rasā’il al-‘adl wa l-tawhīd, a cura di Muhammad ‘Imāra, Dār al-Shurūq, al-Qāhira 19882, vol. 1, pp. 111-117, traduzione dall’arabo di Martino Diez]

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 

Note

[1] “Comandante dei credenti” è il titolo con cui erano anticamente designati i califfi. ‘Abd al-Malik regnò dal 685 al 705 ed è il rifondatore dell’impero omayyade dopo la crisi seguita alla morte di Mu‘āwiya (r. 661-680). A lui si deve la riunificazione dell’impero, l’adozione dell’arabo come lingua ufficiale e la creazione di un conio islamico. Ordinò l’edificazione della Cupola della Roccia a Gerusalemme.

[2] L’invocazione “aumenta d’un doppio il tormento del Fuoco” è rivolta dai dannati a Dio. Nel passo in questione essi chiedono doppia punizione per chi li ha ingannati convincendoli ad adorare gli idoli. Di qui il nesso con la successiva citazione coranica.

[3] Il passo può anche essere tradotto: “gli apre il petto all’Islam”, a seconda che si intenda qui islām come l’atteggiamento trans-storico di riconosciuta dipendenza da Dio che il Corano insegna o come il nome della religione storica portata da Muhammad.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Hasan al-Basrī, Il califfo e l’asceta, «Oasis», anno XIII, n. 26, dicembre 2017, pp. 84-100.

 

Riferimento al formato digitale:

Hasan al-Basrī, Il califfo e l’asceta, «Oasis» [online], pubblicato il 5 febbraio 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/califfo-e-asceta.

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