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Classici

Quando l’Islam discute sulla libertà

Nell’Islam classico si parla di libertà? La risposta è, senza dubbio alcuno, sì. Ma non nelle discipline che verrebbe istintivo immaginarsi

Questo articolo è pubblicato in Oasis 26. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 05/02/2018 15:57:50

Nell’Islam classico si parla di libertà? La risposta è, senza dubbio alcuno, sì. Ma non nelle discipline che verrebbe istintivo immaginarsi. Il termine infatti non occupa grande spazio nei trattati classici di giurisprudenza o di teoria politica, dove l’accento è posto piuttosto sui diritti di Dio e sulla giustizia del sovrano. È invece centrale nella riflessione teologica delle prime generazioni di musulmani. L’uomo è libero? Oppure è “costretto” dall’onnipotenza divina, che lo predestìna all’inferno o al paradiso? A questa domanda la nascente comunità islamica darà risposte antitetiche, fin dall’epoca del califfato omayyade (661-750), quando presero forma le due scuole della Jabriyya, predestinazionista, e della Qadariyya, sostenitrice del libero arbitrio.

 

Il dibattito sul volere divino

 

Tra i numerosi testi dedicati al tema, abbiamo scelto di tradurre l’Epistola ad ‘Abd al-Malik, attribuita a Hasan al-Basrī. Nato a Medina verso il 642, Hasan morì a Basra nel 728 ed è sepolto nella vicina al-Zubayr. Figura di grandissimo peso nella seconda generazione dei musulmani, Hasan è un asceta particolarmente venerato dai sufi, che lo considerano un anello fondamentale nella trasmissione del sapere mistico, ma è universalmente apprezzato, tanto dai sunniti quanto dagli sciiti, per i suoi detti memorabili, ispirati al timore di Dio e al disprezzo del mondo. Nel testo, che traduciamo integralmente a partire dalla più breve fra le tre recensioni attestate, il califfo omayyade ‘Abd al-Malik (r. 685-705) scrive con la schiettezza tipica dei primi musulmani al venerato asceta per chiedergli di discolparsi da alcune voci che lo volevano teorizzatore del libero arbitrio. E con altrettanta schiettezza Hasan risponde, ammonendo il califfo ad attenersi ai versetti coranici che descrivono Dio come giusto e l’uomo come responsabile dei propri atti. «Non attribuirGli – ingiunge Hasan al califfo – se non quanto Egli accetta Gli sia attribuito, poiché ha detto: “Noi siamo che guidiamo. Noi teniamo in pugno la vita futura e la prima!” La guida viene dunque da Dio, e l’erranza dagli uomini».

 

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