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Cristiani nel mondo musulmano

Cambiamento culturale: la scomessa egiziana

Non si contano gli avvenimenti dolorosi che hanno colpito duramente negli ultimi tempi le comunità cristiane del Medio Oriente. Tra le numerose analisi e spiegazioni avanzate, resta irrinunciabile il dovere di chi governa in questi Paesi di ricercare i colpevoli e punirli. Va osservato che qui in Egitto sono stati molti i segni di solidarietà dei musulmani nei confronti dei cristiani: molti di loro hanno partecipato, per esempio, alle messe nelle chiese in segno di solidarietà, anche disposti a morire con i loro fratelli cristiani.Ma questo non basta: vanno indagate le cause di tali avvenimenti e questi vanno compresi nel contesto storico generale del Medio Oriente.

 

 

Certamente va rilevato che la situazione dell’Egitto, come di tutto il Medio Oriente, già segnato da una storia di violenze e tensioni soprattutto dal primo conflitto arabo-israeliano del 1948, si è ulteriormente e particolarmente aggravata a causa della pesante crisi economica e finanziaria mondiale, che si sta abbattendo in modo inedito e drammatico sulle persone che qui vivono. Alcune minoranze, come quelle cristiane, possono essere prese di mira per provocare ulteriore agitazione nel Paese. In questo orizzonte le politiche occidentali non sempre sono state d’aiuto, anzi, a volte hanno contribuito a rendere più complesse le situazioni, come nei casi dell’Iraq e dell’Afganistan.

 

 

Ma tornando all’Egitto in particolare va contestualizzata la situazione della comunità copta. I copti sono i cristiani egiziani, discendenti della prima comunità cristiana fondata secondo la tradizione da S. Marco, attorno all’anno 60 DC. Essi hanno conosciuto periodi pacifici e periodi turbolenti. Con la conquista araba del 640 DC sono passati sotto l’ordine islamico come ‘protetti’ (dhimmi), cioè essi stavano sotto la protezione dello stato islamico e non avevano l’obbligo della sua difesa. Però dovevano pagare una tassa personale, accettare una posizione subordinata nella società, molte volte obbligati ad un certo tipo di abbigliamento ed altre forme di distinzione. Tale lunga tradizione di discriminazione sociale alla quale è stata sottoposta ha creato nell’animo della comunità copta un senso di “assedio” e innescato una posizione di autodifesa.

 

 

Se i rapporti tra la comunità islamica e quella cristiana hanno conosciuto vicende alterne, oggi permane il ricordo generale di un passato di convivenza pacifica. Nell’epoca moderna gli stati arabo-islamici del Medio Oriente hanno adottato molte misure liberali ispirate alle leggi europee, soprattutto al Codice Napoleonico, ma permangono ambiti di conflitto, come ad esempio la questione molto critica dei permessi per la costruzione di chiese, le leggi personali, ecc. Negli ultimi anni, con l’acuirsi della pressione fondamentalista, i cristiani si sentono molto più emarginati, danneggiati, faticano a trovare lavoro o fare carriera, ad esempio.

 

 

Ciò che oggi appare come questione emergente è la necessità di realizzare un profondo cambiamento culturale, che porti ad un vero stato di diritto uguale per tutti, dove si garantisca la formazione di un pensiero critico e si difendano in modo incondizionato i diritti umani fondamentali. Un’idea sostenuta certo dai cristiani, ma anche largamente da certe comunità musulmane, e radicalmente osteggiata dal fondamentalismo religioso islamico che costituisce il problema numero uno per tutte le società del Medio Oriente e non solo.

 

 

Il fondamentalismo preoccupa tutti, ma poco forse ancora è stato fatto per studiarne le vere cause e trovarne il giusto rimedio, al punto che oggi sembra acuirsi. Occorre affrontare con decisione questa difficoltà che vivono le società islamiche tradizionali nell’incontro-scontro con i modelli proposti dall’Occidente, avendo ben presente la storia dei Paesi del Medio Oriente che hanno attraversato varie fasi, da quella più liberale fino a metà del ’900 a quella segnata dal nazionalismo di tipo socialista. In Egitto questa è coincisa col periodo di Nasser. Col fallimento di questo nazionalismo arabo si è aperta la fase del fondamentalismo religioso che intende risolvere tutti i problemi alla luce di una lettura molto rigida dei testi fondanti dell’Islam. Il discorso è molto complesso, ma la caratteristica fondamentale e pericolosa di questa forma di fondamentalismo è il nesso stretto, quasi il sovrapporsi tra religione e politica, sorgente di abusi e violenze.

 

 

Ne pagano il prezzo più alto le minoranze religiose che stanno lasciando i Paesi dove i fondamentalisti prendono piede per cercare casa e lavoro altrove in Occidente. Qui si apre un grande punto interrogativo sul futuro delle comunità cristiane d’ Oriente che di fatto stanno cambiando volto: da una parte l’emigrazione sta privando un po’ alla volta le comunità orientali dei fedeli tradizionali (basti pensare all’Iraq), dall’altra l’immigrazione di lavoratori dall’Africa e dall’Asia sta quasi “latinizzando” l’Oriente cristiano. Il futuro dei riti orientali sembra essere a rischio per la mancanza di fedeli.

 

 

Di tutti questi fermenti e fenomeni occorre avere una visione organica, senza paura, nulla deve restare fuori da una conoscenza e valutazione complessiva.

 

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