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Islam

Come il clero sciita è entrato in politica

Nato come movimento rivoluzionario, lo sciismo ha conosciuto lungo la sua storia una crescita costante e ininterrotta del ruolo degli ulema, fino ad arrivare nell’Ottocento alla creazione di una vera e propria gerarchia, dominata dall’autorità della marja‘iyya

Ultimo aggiornamento: 21/02/2018 17:36:28

Le religioni non cadono dal cielo. Piuttosto, le loro idee teologiche, etiche e politiche e le loro prescrizioni sono il risultato di trasformazioni e sviluppi storici e sociali che prendono forma dallo scambio con le forze circostanti. Anche credenze apparentemente antiche e radicate, che tendono a essere considerate “tradizionali”, non devono essere date per scontate perché ogni tradizione è stata “inventata” in un certo momento della storia ed è iniziata come un’innovazione, spesso rivoluzionaria. L’Islam sciita in generale – e il pensiero politico sciita duodecimano in particolare – non fanno eccezione a questa regola. Nel corso dei suoi quasi 1.400 anni di vita esso ha subito una serie di trasformazioni che ne hanno ripetutamente alterato il carattere. Allo stesso tempo, però, l’istituzione della marja‘iyya, nata nel XIX secolo, offre uno straordinario parallelo con l’imamato sciita delle origini. E questo, all’inizio del XXI secolo, solleva diversi problemi sostanziali.

 

 

La teoria sciita classica dell’imamato è stata una soluzione di ripiego. Deve la sua esistenza principalmente al totale fallimento dello sciismo delle origini come movimento politico rivoluzionario. La serie di sconfitte sul campo (la più dolorosa delle quali fu l’estromissione da parte degli ex-alleati abbasidi dopo la fortunata rivoluzione contro il comune nemico omayyade) è stata sublimata dalla certezza di appartenere al popolo eletto e dall’esaltazione smisurata della figura dell’imam. È con il sesto imam Ja‘far al-Sādiq (m. 765) che fu concepita la dottrina dell’imamato, le cui caratteristiche principali erano l’impeccabilità assoluta e l’onniscienza come guida designata da Dio. Si sottolineava inoltre che il mondo non poteva esistere senza un imam, e l’imamato era esteso al passato più remoto, fino a includervi i profeti preislamici, considerati come contemporaneamente profeti e imam. Allo stesso tempo, però, non si riteneva più necessario che l’imam fosse l’effettiva guida politica della comunità. L’imamato in quanto istituzione spirituale e religiosa centrale veniva perciò separato dal califfato del potere politico: da questo momento si poté essere un imam perfettamente legittimo senza dover diventare per forza califfo. Va da sé che, in questo scenario, il califfato (sunnita) fosse una forma illegittima di governo. Ma fintanto che l’imam era presente in qualità di autorità giuridica suprema, i credenti potevano scendere a patti con esso.

 

 

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