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Medio Oriente e Africa

Il Coronavirus come fattore politico. Voci arabe sulla pandemia

Edicola di Damasco [Melissa Wall/Flickr Creative Commons]

Non solo emergenza sanitaria. Le implicazioni politiche dell’epidemia di Covid-19 attraverso una rassegna della stampa araba

Ultimo aggiornamento: 24/03/2020 15:23:29

L’epidemia di Covid-19 si sta progressivamente estendendo anche agli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa. Ma lungi dal rappresentare un mero problema sanitario, il virus solleva anche diversi interrogativi politici. È quanto emerge da alcune voci della stampa araba che si levano dall’altra sponda del Mediterraneo, le cui posizioni riflettono le contrapposizioni politiche e religiose che attraversano questi Paesi.

 

 

Covid-19: freno o slancio alle proteste arabe?

 

«La teoria della cospirazione si diffonde, nella nostra regione, molto più velocemente di qualsiasi epidemia biologica» sostiene Gilbert Achcar nel suo articolo per al-Quds al-Arabi, quotidiano panarabo con sede a Londra tradizionalmente impegnato a favore della democratizzazione della regione. Secondo il professore libanese, i Paesi arabi hanno sempre dimostrato la tendenza ad interpretare le calamità e le difficoltà che si trovano ad affrontare attraverso questa lente, definita secondo una prospettiva orientalista anche come una «malattia culturale». Dopo decenni in cui il destino della regione è stato deciso a tavolino da potenze straniere, come afferma Achcar menzionando gli accordi Sykes-Picot, non manca anche oggi chi sostiene che l’epidemia sia stata creata in laboratorio da taluni governi che avrebbero «colto questa opportunità» per distogliere l’attenzione popolare dai problemi sociali ed economici, mettendo in atto misure restrittive che obbligano i cittadini a rinnovare la lealtà all’ordine costituito.

 

Ma l’utilizzo della pandemia come pretesto per combattere i moti rivoluzionari potrebbe non essere una prerogativa dei governi autoritari, suggerisce Achcar. Anche in Francia, scossa nell’ultimo biennio dall’ondata di proteste dei gilet gialli, la retorica bellica con cui il presidente Emmanuel Macron ha invitato i cittadini a combattere il nemico invisibile risuona come un tentativo di risollevare un consenso ormai molto fragile. Ma mentre la democrazia francese offre qualche garanzia in più sulla temporaneità delle misure restrittive, sul fronte arabo sorge il timore che, al termine della pandemia, i regimi ne escano ancor più rafforzati e consolidati.

 

Secondo lo studioso libanese, tuttavia, il ricorso all’emergenza sanitaria come freno ai moti rivoluzionari da parte dei governi arabi (come nel caso dell’Algeria, che ha già vietato assembramenti) sarebbe tuttavia una strategia destinata a fallire. Questa pandemia mostrerà infatti la fragilità dei sistemi politici arabi, mettendo ulteriormente in risalto l’incapacità di governi che non sono ancora riusciti a dare una risposta alla disoccupazione, alla povertà e alle disparità sociali. E quando le ragioni sanitarie che impediscono alle persone di radunarsi verranno meno, le misure repressive potrebbero non essere più sufficienti a contrastare il «virus» della rivoluzione. L’epidemia di Covid-19, che ognuno dovrà vivere nelle proprie case, potrebbe dunque rappresentare la quiete prima della tempesta, preparando il terreno a rivolte ben più radicali e violente di quelle cui abbiamo assistito negli ultimi 9 anni.

 

 

Come influenzerà il Coronavirus il rapporto tra Maghreb ed Europa?

 

Un’altra interessante riflessione, sempre pubblicata su al-Quds al-Arabi, viene fornita dal giornalista Nizar Boulahia, che riflette sulle conseguenze che l’epidemia di Coronavirus potrebbe avere sugli equilibri geopolitici tra Europa e Maghreb.

 

In questo momento di crisi globale il Mediterraneo continua a essere un confine fondamentale, ma se fino a poche settimane era l’Europa ad avvalersi di questa frontiera fisica, la situazione sembra ora invertirsi. Quella che è stata concepita per secoli come la culla della civiltà è ora il cuore di una pandemia alla quale tutti i Paesi, compresi quelli del Maghreb, cercano di sottrarsi chiudendo i propri confini. Chi avrebbe potuto solo immaginare che sarebbe arrivato il giorno in cui il Marocco, la Tunisia e l’Algeria avrebbero chiuso i propri spazi aerei e marittimi agli europei?

 

«Il pericolo della salute globale potrebbe essere un’opportunità per capovolgere, correggere e modificare le tradizionali relazioni disfunzionali tra Maghreb ed Europa», afferma Boulahia, soffermandosi soprattutto sulle sfide che questa crisi pone al Nord Africa. In un momento in cui i rapporti con l’Europa si indeboliscono, e con essi anche i contributi economici che la sponda settentrionale del Mediterraneo forniva, i Paesi del Maghreb potrebbero svincolarsi dal rapporto che avevano con il Vecchio Continente, imparando ad affidarsi alle proprie capacità e risorse e modificando profondamente gli equilibri geopolitici esistenti.

 

 

Voci dallo Yemen: la stampa divisa sulle misure adottate

 

Nonostante l’annuncio da parte degli Houthi di aver chiuso scuole e università per paura della diffusione del Coronavirus, la direzione del gruppo continua a organizzare eventi e celebrazioni di massa per ricordare l’uccisione del suo fondatore Husayn Badr al-Din al-Houthi, scrive il quotidiano filo-saudita al-Sharq al-Awsat. Mentre molti Paesi ricorrono alla quarantena per limitare il contagio, il gruppo yemenita avrebbe invece assunto una strategia diametralmente opposta. Secondo al-Sharq al-Awsat, infatti, gli Houthi starebbero insistendo sulla mobilitazione settaria, sostenendo che è l’unico modo di proteggere il Paese dalla malattia. Fonti in loco, inoltre, confermerebbero che le milizie continuano, con l’appoggio dell’Iran, a effettuare estese campagne di reclutamento tra i giovani di San‘a, con il pretesto di salvare la popolazione dal contagio. Molti cittadini di San‘a hanno espresso il loro timore per la mancanza di misure contenitive da parte dalle milizie Houthi, che starebbero dimostrando, secondo l’inviato di al-Sharq al-Awsat, una pericolosa indifferenza nei confronti della vita degli yemeniti, in un Paese in cui le epidemie legate alla guerra civile hanno già decimato la popolazione e dove il sistema sanitario sarebbe incapace di far fronte alla pandemia da Covid-19.

 

Una diversa prospettiva sulla politica sanitaria del Governo di Salvezza Nazionale di San‘a viene invece fornita da al-Akhbar, giornale libanese filo-sciita. Secondo le fonti di quest’ultimo, il governo yemenita appoggiato dalle milizie Houthi avrebbe approvato un pacchetto di misure precauzionali che prevede la chiusura delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, il divieto di frequentare luoghi pubblici e, infine, la sospensione di eventi ufficiali, attività culturali e sportive. Secondo al-Akhbar, inoltre, il conflitto tra San‘a e Aden sta aumentando i rischi dell’epidemia. Mentre la coalizione saudita avrebbe rifiutato di aprire l’aeroporto di San‘a per le emergenze sanitarie, il governo di Aden avrebbe aumentato i voli sulla capitale per il rimpatrio di diversi cittadini yemeniti dall’Egitto, dalla Turchia e dall’Unione Europea senza effettuare i test adeguati o senza sottoporli ad isolamento, aumentando così i rischi di contagio nel paese. Le divisioni emerse dalla guerra civile e la mancanza di una risposta univoca a un’epidemia che non conosce né confini né fazioni potrebbe risultare fatale nel caso in cui scoppiasse l’emergenza anche in Yemen.

 

 

Hezbollah in prima linea nella lotta contro il Coronavirus

 

Concentrandosi invece sulla situazione in Libano, sempre al-Akhbar riporta le misure adottate dal gruppo sciita Hezbollah per far fronte a una eventuale emergenza sanitaria. Temendo la diffusione del coronavirus nel Paese e un’inadeguata risposta di uno Stato già profondamente indebolito, i vertici del “Partito di Dio” avrebbero infatti promosso un piano sanitario su tutto il territorio nazionale, prevedendo ospedali da campo e squadre di intervento nei villaggi e nelle città. Sin dal primo contagio nel Paese, avvenuto il 21 febbraio, la leadership dell’organizzazione avrebbe cominciato a muoversi per intervenire, afferma l’inviato del quotidiano. Secondo fonti dell’Autorità Sanitaria Islamica, il partito avrebbe messo subito a disposizione le proprie capacità scientifiche, logistiche, finanziarie e sanitarie e l’esperienza dei propri membri: l’intervento dei gruppi operativi di Hezbollah andrebbe dai controlli capillari ai valichi di frontiera e la sanificazione di luoghi pubblici al rafforzamento concreto dei centri ospedalieri per prepararsi ad affrontare l’emergenza. È interessante inoltre notare che, in un articolo pubblicato mercoledì 18 marzo, la redazione di al-Akhbar ha messo in dubbio il fatto che il «paziente zero» provenisse dall’Iran, come ha dichiarato il Ministero della Salute, sostenendo invece che la scintilla del contagio sarebbe stato un gesuita di Beirut rientrato dall’Italia.

 

 

L’epidemia in Israele: una sfida alle divisioni sociali?

 

In un momento in cui gli Stati stanno richiamando tutti i medici disponibili per far fronte all’emergenza sanitaria, negli ospedali israeliani la battaglia non potrebbe essere vinta senza i medici arabi, afferma al-Sharq al-Awsat. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Sanità, infatti, in Israele il 17% dei medici, il 24% degli infermieri e il 47% dei farmacisti sono arabi, figure professionali essenziali per far fronte a una eventuale emergenza sanitaria di questa portata. E mentre a Balfour Street si valuta la creazione di un governo di emergenza dominato da partiti sionisti, appare chiaro che le capacità dello Stato contenere il contagio sarebbero fortemente compromesse dalla mancanza di questi professionisti, sottolinea il quotidiano. Eppure, oltre all’epidemia biologica cui lo Stato israeliano si prepara, la discriminazione di cui sono vittime i medici arabi sembra essere un virus altrettanto letale. Come ha raccontato al quotidiano la dottoressa Souad Hadj Yahya, che lavora in un ospedale israeliano, nonostante i dirigenti dimostrino un grande spirito di collaborazione con i propri colleghi non mancano episodi di razzismo da parte di pazienti ebrei che rifiutano le cure quando il medico è di origine araba.  Eppure, come afferma la dottoressa, «all’ospedale tutti sono uguali davanti alla morte», e la necessità di assistenza non tiene conto della provenienza del medico che interviene per salvare delle vite. Proponendo una riflessione sulle sfide che il Covid-19 potrebbe porre al sistema politico e culturale israeliano, al-Sharq al-Awsat suggerisce così che il virus biologico che sta abbattendo confini e avvicinando persone, potrebbe forse indebolire il virus culturale insediato in Israele da decenni.

 

 

Coronavirus tra etica medica e islamica

 

Il dibattito sull’emergenza sanitaria scatenata dall’epidemia non si riduce tuttavia alle sue dimensioni politiche, ma solleva, anche nel mondo arabo, una serie di questioni culturali ed etiche. Per discutere questo aspetto della pandemia è stata organizzata a Doha una tavola rotonda intitolata “Coronavirus: l’influenza reciproca tra etica medica e islamica”, con l’obiettivo di discutere le molteplici sfide etiche che questo virus pone, scrive al-Jazeera. Come sottolinea infatti il professor Mo‘tamaz al-Khatib, docente di Studi Islamici all’Università Hamad Ibn Khalifa di Doha, l’emergenza sanitaria impone delle limitazioni sociali che non sono svincolate dalla dimensione etica dell’individuo, ma obbligano a una maggiore consapevolezza dell’aspetto morale che tali regole implicano.  Anche dal punto di vista dell’Islam, la quarantena, l’isolamento e tutte le misure volte a limitare il contagio, attribuendo la responsabilità ai singoli individui, contribuiscono a definire un’«etica della sanità pubblica» che fino ad ora era affidata solamente alle figure professionali dell’assistenza sanitaria. Come affermato da al-Khatib nel suo intervento, è necessario sottolineare la priorità di principi fondanti dell’Islam per far fronte a tale epidemia, quali la solidarietà, la dignità umana e l’integrità. Tuttavia, qualsiasi riferimento religioso relativo alle epidemie, come sottolinea il professore di bioetica Muhammad Ghali, deve sempre essere contestualizzato storicamente alla luce delle informazioni mediche di cui si disponeva al tempo e degli sviluppi nella ricerca raggiunti fino ad oggi. Le pandemie sono rimaste per molto tempo un mistero la cui causa era sconosciuta, e gli ulema, non potendosi basare ad effettive osservazioni e fatti evidenti, molto spesso adottavano misure inadeguate. Da qui la posizione del professor Ghali, che sottolinea come l’etica religiosa, in questo momento delicato della nostra storia, debba avvalersi delle informazioni mediche di cui si dispone.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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