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Medio Oriente e Africa

Da giovane benestante apolitico a jihadista: storia di una trasformazione

Islâm Yakan è l’esempio di come può mutare nel tempo l’atteggiamento di un giovane di famiglia benestante che dal disinteresse per la politica arriva ad arruolarsi con i jihadisti in Siria. Una vicenda umana ricostruita da un giornale a partire dalle descrizioni, anche pettegole, dei vicini di casa e amici.

Islâm Yakan, un giovane egiziano partito per il Jihad, è diventato argomento di discussione vivace da quando il suo nome e la sua foto hanno iniziato a circolare sui mezzi d’informazione e sui social network. Islâm non è né il primo né l’ultimo ragazzo a essere esposto al “lavaggio del cervello” in nome della religione, affinché rinunci alla propria patria, alla propria religione, a se stesso. Molte minacce e intimidazioni ci hanno accompagnato nelle nostre indagini sul luogo di residenza di Islâm e sui dettagli della sua vita. Ma Al-Yawm al-Sâbi‘ ha deciso di correre il rischio e raccontare chiaramente la sua vita all’opinione pubblica.

 

 

Islâm è un ragazzo viziato, nato in una famiglia egiziana benestante, unico figlio maschio con due sorelle maggiori. Chi lo conosce e le persone vicine lo hanno descritto come un “giovane posato”, né contestatore, né polemico, un ragazzo che non farebbe nulla senza aver prima ascoltato i genitori, che vive nella loro ombra, che si tiene lontano dai problemi evitando anche la vita politica. Non gli è infatti mai venuto in mente di partecipare alle due Rivoluzioni avvenute in Egitto, né sostenendole, né opponendovisi, e non ha neppure mai partecipato ai comitati popolari né avuto inclinazioni settarie. Le varie vicende politiche sono accadute senza che lui se ne interessasse.

 

 

Che cosa dunque ha sovvertito i suoi equilibri? Che cosa ha spinto un ragazzo, nel pieno della sua giovinezza, a imboccare la strada del terrorismo sanguinoso e cruento, senza peraltro avere alcun bisogno di denaro? Sono domande a cui possono rispondere solo le persone a lui più vicine.

 

«Perché volete sentire la nostra storia su Yakan? Voi della stampa e dell’informazione non avete già detto tutto con la vostra confusione?» È così che è iniziata la conversazione con Yakan, padre di Islâm. Dopo ripetuti tentativi per convincerlo a parlare, Yakan ha spiegato: «Mio figlio è stato rapito dai militanti dell’Isis e sottoposto al lavaggio del cervello. Io sono un padre e ogni padre vede nel figlio un angelo. Non posso attaccare mio figlio o dire qualcosa di diverso contro di lui. Islâm era un ragazzo normale e devoto, non aveva nemici, né problemi con nessuno, non aveva appartenenze politiche o settarie. Al contrario, ha sempre vissuto una vita all’insegna della prudenza».

 

 

E, con voce strozzata aggiunge: «Mio figlio è stato rapito da se stesso prima ancora di essere stato rapito da me. Io e sua madre abbiamo iniziato a preoccuparci quando ha iniziato a nasconderci i particolari della sua vita privata arrivando a isolarsi per un periodo ininterrotto di dieci giorni, che coincidono con i suoi ultimi giorni in Egitto. Noi non sapevamo se avesse bisogno di qualcosa, quando sarebbe partito e neppure quando sarebbe tornato. Con la sua decisione di partire per la Siria, Islâm ha sorpreso me e sua madre. Ci ha detto che questa decisone è basata sul suo amore per il bene e sulla sua affiliazione all’associazione del soccorso siriano in Egitto. Lo hanno convinto ad affiliarsi dicendogli che era per fare il bene, per amor di Dio l’Altissimo, e che questi gruppi sono l’equivalente dei gruppi giovanili per la raccolta di contributi per aiutare vittime dei conflitti in Siria tra l’esercito nazionale e le milizie dell’Isis, e ai rifugiati siriani al confine.

 

 

Il padre del ragazzo dell’Isis continua: «Islâm ci ha informati che si sarebbe recato al confine siriano, che avrebbe fatto parte di una squadra di giovani volontari arabi e stranieri, tra cui francesi e italiani, e che si sarebbe occupato della suddivisione dei compiti tra i ragazzi. Ciascuno, o ciascun gruppo, sarebbe stato incaricato di dar da mangiare agli ospiti di una tenda, e distribuire i compiti tra i presenti. Islâm era partito da pochi mesi, noi siamo rimasti in contatto con lui finché tutte le comunicazioni tra noi si sono improvvisamente interrotte. Non ho più saputo nulla, ma nel frattempo i giornali e la televisione hanno diffuso immagini e video di Islâm e della sua adesione ad alcuni gruppi. Nessuno può ricostruire la verità su mio figlio né può verificare la correttezza delle informazioni».

 

 

Poi il discorso è caduto su alcune dichiarazioni secondo cui i genitori avrebbero appoggiato Islâm e il suo estremismo e sul fatto che le comunicazioni tra loro in realtà non si sarebbero mai interrotte. Il padre allora ha ribattuto: «Con grande sofferenza dico che ho educato mio figlio per 23 anni con sani principi e valori e in pochi mesi sono stati tutti cancellati, gli hanno azzerato il cervello dicendogli che in questo modo sarebbe stato sulla giusta via, che con le sue azioni avrebbe compiaciuto Dio. Io non posso dire o testimoniare qualcosa contro mio figlio, qualsiasi siano i fatti. Posso solo dire che è stato rapito».

 

 

«Il fatto che i genitori lo abbiano viziato molto e fossero apprensivi nei confronti del loro unico figlio maschio, arrivato per giunta in età avanzata, potrebbe essere una delle cause della personalità debole di Islâm, e la ragione che in seguito lo avrebbe spinto a staccarsi dal padre per aprirsi al mondo e incontrare chi ha sfruttato i suoi punti deboli per i propri interessi personali». Sono questi i termini con cui i vicini di casa hanno tentato di spiegare il cambiamento repentino nella personalità di Islâm. Hanno raccontato come la storia di un suo rapimento avvenuto nel periodo delle elementari potrebbe aver influito, in un modo o nell’altro, sulla sua costituzione psichica, soprattutto perché questa esperienza aveva indotto il padre a impedirgli di uscire in strada, divieto che durò fino a quando Islâm si è iscritto all’università, come racconta Ahmad Isma‘îl, uno dei vicini di casa della famiglia di Islâm da oltre vent’anni: «Solo tardi Islâm ha iniziato a infrangere, una dopo l’altra, le regole impostegli, nel periodo dell’università».

 

 

Ayman Muhammad, un altro vicino di Islâm, si è concentrato sulla distanza di Islâm dalla vita politica nonostante le vicende accadute in Egitto: «Islâm non ha partecipato in alcun modo, alle due rivoluzioni recenti neppure con le opinioni e ha evitato anche di far parte dei comitati popolari costituiti per assicurare la difesa dei nostri quartieri. Per questo siamo sicuri che gli hanno fatto il lavaggio del cervello in nome della religione. La politica non c’entra visto che non aveva alcuna influenza nella sua vita. Sappiamo invece che alcune organizzazioni terroristiche vogliono distruggere l’Egitto appropriandosi delle menti dei suoi giovani. E poiché Islam era un giovane devoto, la religione era il modo migliore per raggiungerlo».

 

 

«La disoccupazione, l’impossibilità di trovare un lavoro, il desiderio di raggiungere determinati livelli di vita sono tra le ragioni principali dell’adesione di Islâm alle falangi di Isis». Sono queste le spiegazioni diffuse da televisioni e siti internet, che però contrastano con la condizione di benessere economico della famiglia di Islâm. Umm ‘Umar, proprietaria del chiosco vicino alla casa di Islâm, ha negato risolutamente quanto diffuso dai mezzi d’informazione: «Islâm proviene da una famiglia benestante: suo padre, da sempre materialmente agiato, è stato il direttore di un noto centro commerciale, non ha mai fatto mancare nulla alla sua famiglia».

 

 

«La ginnastica, le palestre e la frequentazione dei centri sportivi sono i fattori che hanno inciso maggiormente sulla personalità di Islâm, che ha cominciato a mostrare segni di cambiamento in seguito alla morte di un suo amico, circa quattro anni fa»: è quanto racconta Ahmad Hishâm, uno degli amici che giocava con lui a calcio. Per Ahmad Hishâm «Islâm non sarebbe stato in grado di uccidere una gallina, figurarsi uccidere un uomo nel nome della religione. Era una persona molto pacifica, non ha mai avuto scontri, neanche verbali, con nessuno, vestiva come tutti i ragazzi, usciva, rideva e aveva relazioni sentimentali, e non era così impegnato nella religione com’è diventato dopo la morte del suo migliore amico. Fu un trauma, anche a livello sentimentale. Ha lasciato la ragazza che amava e ha deciso di dedicarsi alla religione per timore del giudizio e dei tormenti della tomba, come diceva lui stesso nell’ultimo periodo. Ha cominciato a fare le preghiere e a rispettare i precetti religiosi, all’inizio in modo moderato, poi con sempre più rigore. Ha cominciato a farsi crescere la barba e a ripetere i discorsi che sentiva dai suoi compagni durante le lezioni di religione e sharî‘a».

 

 

Hishâm Sa‘îd, proprietario del negozio di parrucchiere vicino alla palestra che Islâm frequentava e che ha visto Islâm trasformarsi in un predicatore islamico ha affermato: «il suo percorso è iniziato con le visite alla moschea vicino alla palestra per fare le preghiere, poi ha iniziato a invitare anche noi alla preghiera, poi col tempo sono apparsi in lui i primi segni di fanatismo. Il suo discorso nel frattempo si era radicalizzato: Islâm cercava di convincere chi gli stava attorno delle sue idee religiose e trascorreva la maggior parte del tempo a leggere il Corano a voce alta in piedi davanti al negozio. Negli ultimi tempi insisteva con l’idea di partire per un Paese arabo in cui l’Islam fosse vissuto seriamente. L’abbiamo visto per l’ultima volta quando hanno iniziato a cercarlo. Sapendo di essere ricercato è scomparso e non è più riapparso. Alcuni hanno detto che era partito per la Turchia, altri per l’Arabia Saudita, le sorelle invece hanno detto che aveva pubblicato sulla sua pagina facebook delle foto scattate con alcuni membri di Isis».

 

 

Per la paura delle intimidazioni alcuni suoi amici hanno evitato di raccontare l’ultimo periodo di Islâm quando, nell’attesa di combattere il jihad, frequentava la moschea al-Rahma a Madinat Nasr in cui ha conosciuto alcuni gruppi ritenuti responsabili del suo estremismo.

 

Khâlid ‘Âdil, amico d’infanzia di Islâm, ha accettato di raccontare la verità su Islâm, perché i giovani potessero trarre un insegnamento dalla sua esperienza. Però, dopo una prima intervista, ‘Âdil ha deciso improvvisamente di nascondersi. Poi ha spiegato di aver ricevuto delle minacce da ignoti che gli intimavano di non parlare della questione. ‘Âdil sostiene che il potere di Islâm e dei militanti non sia limitato entro i confini della Siria e dell’Iraq: «Ovviamente alcuni di loro sono anche in Egitto».

 

 

[…]

 

 

Dal quotidiano Al-Yawm al-Sâbi‘, 7 settembre 2014, traduzione di Chiara Pellegrino

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