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Medio Oriente e Africa

Dalla Piazza Tahrir alla “puerta del Sol”? Riflessioni a partire da un processo in atto

I. Quando una settimana prima delle elezioni regionali e comunali, le piazze di diverse città spagnole –emblematicamente la “Puerta del Sol” di Madrid – sono state occupate da centinaia di giovani e meno giovani è nato il cosidetto “movimento 15-M [del 15 maggio]”. La stampa ha subito azzardato un paragone fra queste occupazioni e quelle vissute pochi mesi prima in alcuni paesi a maggioranza islamica, la cui immagine simbolo rimane la Piazza Tahrir.

 

 

Il paragone ha troppi limiti per reggere fino in fondo. Si tratta infatti di un messaggio lanciato dai media internazionali che risulta piuttosto superficiale. Si cercano somiglianze parlando di una “generazione facebook” capace di mobilitarsi grazie alle risorse della rete, e che non è legata alle forme classiche di agitazione politica. Si punta anche al carattere delle rivendicazioni: da una parte imprecise e generiche ma, dall’altra, legate alle condizioni molto concrete della vita quotidiana, ecc.. Eppure le differenze tra i fatti accaduti in Tunisia, Egitto, Yemen e Siria, e quelli accaduti a Madrid, Barcellona e in altre città spagnole sono troppo profonde per considerare adeguato il paragone. Ai nostri scopi si può solo trattenere che questi movimenti esprimono un disagio profondo, e che fino a poco tempo fa li avremmo ritenuti impossibili sia su una sponda del Mediterraneo che sull’altra.

 

 

Riguardo alla natura e alle implicazioni dei fatti successi nei paesi a maggioranza islamica interverrano relatori molto competenti nel Comitato di Oasis. Rimando alle loro analisi. Invece, partendo dalla protesta nelle piazze spagnole, si può ricavare qualche spunto per riflettere, in merito alla questione proposta dall’ordine del giorno: Laicità e nuova laicità: una strada percorribile?

 

 

Cominciamo da una rapida descrizione; chi è sceso in piazza a Madrid? Un primo cerchio di persone è costituito sicuramente da giovani antisistema che hanno attuato anche nei mesi scorsi provocando episodi di contestazione sopratutto in università, in particolare contro la Chiesa cattolica. Attorno a questi primi contestatori no global e appartenenti a gruppi di sinistra radicale si sono aggregate delle realtà molto eterogenee: ci sono disoccupati da lungo tempo che non hanno più risorse economiche, oppure giovani che non riescono a trovare una prima occupazione, immigrati in situazione irregolare, gruppi che denunciano la corruzione e i limiti del sistema elettorale, come segno di una profonda stanchezza riguardo alla classe politica, ecc… Non è mancato neppure in piazza un manipolo di cristiani “di base”.

 

 

Su questo livello del problema gli opinionisti hanno riempito le pagine dei giornali. Da una parte puntano i riflettori sui sintomi innegabili di un degrado dei meccanismi di partecipazione politica nelle democrazie occidentali, dall’altra non mancano gravi accuse nei confronti degli occupanti, per il loro tentativo di mettere in discussione radicalmente la possibilità di una effettiva partecipazione democratica. Tutto questo non presenterebbe grandi novità nel panorama culturale e sociale, rispetto ad altre occasioni in cui si è espresso il malcontento di tanti, spesso con molta più violenza, come accadde a Genova per il G-8 (2001) o nelle banlieues francesi (2005) o nei quartieri di Londra (2009). Forse la differenza più vistosa è che a Madrid quelle stesse istanze antisistema si sono mescolate all’impeto di persone che hanno voluto esprimere – un pò a tentoni – una frustrazione per il mancato posto di lavoro o per l’impotenza davanti a una classe politica sempre più autoreferenziale. Fin’ora si sono dichiarati non violenti e come tali hanno agito, quasi sempre. Tuttavia col passare delle settimane si ha l’impressione che l’eterogeneità della piazza sta venenendo meno, in quanto tendono a rimanere soltanto quei gruppi antisistema di sinistra radicale che avevano dato inizio alle proteste. Un mese dopo il 15-M si annuncia l’imminente abbandono degli accampamenti, da sostituire con altre non meglio specificate azioni di rivendicazione.

 

 

Ai fini della nostra riflessione il fattore più interessante è l’espressione del disagio emerso in piazza. Prima di approfondire le radici di tale disagio conviene prendere atto molto semplicemente del fatto che c’è, e che non ha potuto essere risolto da misure soltanto politiche o sociali. Molti osservatori internazionali, da Octavio Paz a George Steiner o Edgar Morin, hanno denunciato negli ultimi anni la stanchezza e la passività mortale degli europei. Le loro voci fanno quasi da eco alla lucida costatazione di Pierpaolo Pasolini che, già a metà degli anni 70, si ribellava contro l’omologazione consumistica dei giovani italiani di destra e di sinistra. Ebbene, sotto i malumori che ovviamente nascono dalle condizioni di lavoro e di vita, il dato di fatto è che tanti giovani, e meno giovani, hanno visto nella “Puerta del Sol” un segnale che ha saputo risvegliare in essi un’energia e una voglia di cambiamento che sembravano assopite e spente nella rassegnazione di questi tre anni di profonda crisi economica. Qualcosa si muove, o almeno per un istante ha provocato i cuori di giovani e adulti, tanto da suscitare in molti osservatori l’irrequietezza davanti all’imprevisto, che accade al di fuori degli schemi politici convenzionali.

 

 

II. La risposta della piazza è evidentemente troppo schematica e non all’altezza del disagio che svela. Tant’è vero che la parola d’ordine del movimento 15-M é stata presa in prestito dall’opuscolo di Stéphane Hessel: “Indignez-vous!” . Coloro che si sono accampati nelle piazze sono noti perciò come gli “indignados” (gli arrabbiati). Lo slogan di Hessel ha fatto fortuna fra di loro, quasi volessero identificare in questo modo la sostanza della loro protesta: esprimere una rabbia contro il “Sistema” e tirarsi fuori dalle procedure di partecipazione democratica. Paradossalmente il tono delle loro rivendicazioni è di uno statalismo senza respiro, indice della sproporzione fra il disagio come sintomo di un bisogno e lo statalismo come risposta ad esso. Per alcuni opinionisti l’atteggiamento soltanto reattivo, adirato, che scarica le colpe sugli altri, è talmente insufficiente da squalificare completamente il fenomeno in chiave sociale e politica . E su questo punto non si può dare ai critici tutti i torti.

 

 

Il disagio che adesso scuote l’opinione pubblica in realtà serpeggia al fondo della nostra società, se ha ragione Víctor Pérez Díaz. Non a caso questo prestigioso sociologo si interroga da tempo riguardo al malessere della nostra democrazia, andando ben oltre le analisi degli “indignados”. Ritiene che aldilá dei fattori di natura prettamente politica non si può non arrivare alle ragioni di ordine culturale (e morale). La sua tesi è che la crisi delle democrazie –denunciata ora dal movimento “15-M”– è simultaneamente crisi di rappresentazione e crisi esistenziale. Per questo, anche se le istituzioni sono molto importanti, non ci si può aspettare da esse che funzionino come meccanismi automatici. Pérez Díaz non intende screditare il sistema democratico –cosa che sí fanno gli “indignados”– ma piuttosto rimandare ad un lavoro culturale in grado di esprimersi attraverso le istituzioni: “In fin dei conti la cosa più importante è la cultura delle persone che sottostà all’uso che esse fanno delle istituzioni... cultura intesa come l’immaginario che esprime una visione delle cose e di forme di vita” .

 

 

Come si può educare questa cultura delle persone? Pérez Díaz offre due suggerimenti interessanti per contrastare il panorama attuale. Da una parte ricorda che l’immaginario culturale degli europei non si può capire se non risalendo molto indietro nel passato, per trovarne le radici, che provengono da 20-25 secoli di storia. E dall’altra ritiene che le società democratiche siano «lo scenario di una ricerca del bene comune: di beni comuni legati a visioni diverse di una "vita buona"» . Riassumendo, per Pérez Díaz la crisi delle democrazie occidentali è reale, e richiede un lavoro culturale molto più profondo di quanto non sia accaduto nella piazza. Serve un lavoro di memoria e di scambio di pratiche virtuose in vista di una vita buona. Soltanto in questo modo si potrà uscire sia dalla crisi esistenziale che da quella istituzionale.

 

 

Dal punto di vista sociologico, Pérez Díaz verrebbe incontro alla nota “questione di Böckenförde”, ossia, la questione se lo Stato liberale, secolarizzato, viva di presupposti normativi che esso stesso non è in grado di produrre . L’esplosione della protesta nelle piazze, non potrebbe essere un’ulteriore sintomo dell’incapacità delle nostre democrazie, che puntano tutto sulle procedure formali, di garantire la loro sopravvivenza? Il giurista tedesco e il sociologo spagnolo farebbero pensare che queste democrazie non potranno reggere a lungo. Di certo, la risposta della piazza non risolve la questione di Böckenförde, ma il fatto della protesta non viene per questo spiegato adeguatamente e non ci si può illudere che sistemi democratici puramente formalisti possano risolverlo.

 

 

III. Per rispondere alla questione di Böckenförde, che sta al cuore del dibattito sulla laicità e la nuova laicità, è decisivo riprendere un lavoro culturale proprio a partire dal disagio. Dobbiamo comprenderne la natura perché il malessere della “Puerta del Sol” non è soltanto sociopolitico, come tendono a pensare politici e opinionisti, né soltanto culturale o morale: ultimamente è antropologico e religioso.

 

 

Quale è il compito pre-politico che ci riguarda tutti e che ci viene imposto dagli episodi di insofferenza degli ultimi tempi? Detto in estrema sintesi, abbiamo la responsabilità di interpretare adeguatamente questo disagio, che certamente si esprime in modi molto ambigui e spesso ideologici, sopratutto nella cerchia dei più impegnati nella protesta. Se non vogliamo chiuderci davanti a questa realtá e finire nella posizione reattiva di chi si limita a disquisire – fosse anche acutamente – su ciò che altri vivono, il nostro protagonismo deve essere inanzitutto di tipo educativo e culturale. L’ipotesi che proponiamo è che il disagio è sempre sintomo incancellabile di quel “complesso di esigenze ed evidenze” che costituiscono l’esperienza elementare di ogni uomo . A partire da essa, i fatti accaduti ci urgono a diversi compiti: il primo – e decisivo – è quello di accettare il bisogno di educare noi stessi. Infatti, se non riuscissimo a cogliere in noi l’esigenza illimitata di giustizia, di verità o di bene, non potremmo identificarne la traccia anche nei manifestanti, e saremmo inevitabilmente portati a proporre soltanto misure di tipo sociale o lavorativo, come risposta al loro disagio. Vale a dire, ciò che tanti hanno già fatto con ben scarsi risultati. In secondo luogo, gli adulti che proseguono il cammino di educazione della propria umanità – secondo la famosa espressione di Giovanni Paolo II: l’uomo è il cammino della Chiesa – sono chiamati a coinvolgersi nell’educazione degli altri, adulti e giovani, per ridestare e illuminare questa esperienza elementare, dall’interno del tessuto della vita quotidiana, in tutte le circostanze e in ogni ambiente.

 

 

Il punto critico di questa educazione emerge nel momento in cui si avverte che la natura dell’esperienza elementare è ultimamente religiosa. Per questo è stata anche chiamata “senso religioso”. Le domande esistenziali e le esigenze ultime si destano nell’esperienza a partire dal contatto con la realtà – come hanno dimostrato le piazze – e rimandano sempre più in là, oltre ciò che gli uomini possono produrre con le loro forze. Questo aspetto di costitutiva trascendenza del dinamismo di ogni esperienza umana, dove la ragione e la religiosità si incontrano, non è quasi mai percepito nei dibattiti pubblici in occidente. Non a caso, anche nella “Puerta del Sol” si è istituita, fra le altre, una “commissione di spiritualità” con vaghi rimandi alla meditazione di stampo orientale o new age. Di certo, questo spiraglio spiritualista era inimmaginabile nella contestazione degli anni 70, e ne va registrata l’evoluzione. Tuttavia resta del tutto lontano l’obiettivo che deve perseguire l’educazione dell’esperienza elementare: riconoscere che la religiosità non è la caratteristica di taluni momenti della vita, ritagliati fuori dalla normale trama di rapporti e di azioni, ma l’inevitabile orizzonte che rende possibile ogni azione, ogni rapporto, ogni circostanza dell’umano vivere. In breve, si tratta di ricuperare educativamente quel costitutivo nesso fra ragione e religiosità che aveva richiamato l’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et Ratio e che Benedetto XVI ha fatto diventare quasi l’insegna del suo rapporto con l’occidente secolarizzato. Bastino come esempio i suoi interventi a Regensburg e ai Bernardins.

 

 

IV. Il discorso sulla nuova laicità, che ci è stato proposto, troverà la sua giustificazione teoretica e renderà un servizio concreto alle società occidentali, se, davanti a fenomeni como quello della “Puerta del Sol”, riesce a mostrare la dimensione ultima dell’uomo come rapporto con il Mistero in quanto costitutivo di ogni azione, dalle più “private” a quelle pubbliche. In questo modo si potrà anche uscire da uno dei dogmi del sistema etico e politico della modernità occidentale: la divisione fra sfera pubblica e sfera privata. Non saranno le sole istituzioni democratiche, tramite le procedure formali pubbliche, a garantirsi la loro permanenza. Servono fondamenti prepolitici per ogni sistema democratico, Böckenförde dixit. La piazza ci urge a un lavoro che renda chiaro e operativo il nesso fra religiosità umana, razionalità politica e partecipazione democratica, e che riesca ad educare i giovani in questo senso.

 

 

Siamo partiti dalla Piazza Tahrir per arrivare alla “Puerta del Sol”. Ritorniamo velocemente al mondo islamico. Alla luce degli eventi che accadono in occidente, letti dalla nostra ipotesi culturale ed educativa, si evince che non si può pensare di esportare semplicemente le procedure democratiche nei paesi a maggioranza islamica, come se fossero proprio quei meccanismi automatici criticati da Pérez Díaz. Tale modello formale non può funzionare se non è accompagnato da un lavoro culturale sui presupposti pre-politici, che non possono non aprire la questione del ruolo delle religioni nel dibattito pubblico (etico, sociale, politico) , ma ancor prima, il ruolo della religione in una comprensione integralmente umana dell’uomo, vale a dire secondo tutte le sue dimensioni di razionalità, affettività e libertà, sia nell’ambito che si definiva privato come in quello pubblico. Nei paesi a maggioranza islamica questo lavoro avrà sicuramente dei connotati diversi da quelli che abbiamo espresso per le società secolarizzate di occidente.

 

 

In entrambi i casi, ci troviamo davanti a uno dei contributi decisivi della fede cristiana al bene comune. La visione del bene comune che nasce dalla nostra concezione di vita buona si fonda sulla concezione dell’uomo che abbiamo appena accennato. Per questo la nostra responsabilità come cristiani è quella di verificare che la fede vissuta educa “il senso religioso” in modo tale da poter comprendere fino in fondo sè stessi ed avere quindi una capacità di intelligenza dell’altro. Dalla maturazione dell’esperienza elementare può nascere un giudizio critico sulla totalità del fenomeno del disagio, e una capacità di dialogo, che possa offrire una risposta all’altezza del desiderio infinito che si è mosso. E tale risposta è quella che, per pura grazia, ci è venuta incontro nell’umanità di Gesù Cristo, presente nel Suo Corpo vivo che è la Chiesa.

 

 

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