close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Recensioni

Donne in cerca di guai (e di libertà)

"Libere, disobbedienti, innamorate" una scena del film

Le registe arabe raccontano battaglie ideologiche e religiose tra storie personali e tensioni nascoste

Questo articolo è pubblicato in Oasis 26. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 29/10/2019 10:06:57

Sono donne in cerca di guai, quelle che cavalcano la travolgente ondata di rinnovamento che attraversa la cultura islamica e che passa dallo schermo alla strada, da Tel Aviv a Sana‘a, da Algeri a Beirut: Libere, disobbedienti, innamorate, come recita in italiano il titolo di un film che ha riscosso grande successo in Europa, girato in Israele da una esordiente palestinese. Sono donne coraggiose: registe in Paesi come l’Arabia Saudita, dove alle ragazze è vietato persino andare in bicicletta, attrici in Iran, spesso punite o costrette a emigrare per essersi mostrate a capo scoperto, professioniste in Pakistan, dove andare a scuola può addirittura costare la vita. E mogli divorziate nello Yemen, dove le bambine si sposano anche a dieci anni. Sono donne e fa la differenza: perché hanno un modo diverso di raccontare le stesse cose degli uomini. Nei loro film, le guerre, i conflitti ideologici, le battaglie religiose fanno capolino tra piccole storie personali, tensioni nascoste, disagi che partono dall’individuo e investono prima la famiglia, poi la vita pubblica, a volte anche le istituzioni, mettendo a nudo ipocrisie e segreti. I loro film raccontano esperienze vere, spesso vissute in prima persona. E si tratta di storie dolorose, di esistenze umiliate, di destini irrisolti.

 

In comune, attraverso le differenze di tradizioni, generazioni e cultura, questi racconti hanno una parola chiave, libertà. Significa tante cose diverse: spesso è libertà da qualche cosa, una fuga dalla prepotenza degli uomini, dai matrimoni obbligati, dai divieti, più o meno religiosi, invece che libertà di essere, una scelta di identità. Ma il termine, anche se ambiguo, funziona ugualmente come cartina di tornasole per giudicare la vita, per suggerire soluzioni, quasi sempre inadeguate, per ipotizzare un riscatto anche sociale che non sembra imminente. Una parola magica, che abbraccia molte cose – adesso che «il comunismo è morto e sepolto», come dice Salma, una delle cattive ragazze del film palestinese – soprattutto se è usata in riferimento alla condizione femminile: anche quando si evita di entrare in conflitto diretto con alcune norme dell’Islam, il termine richiama il secolo che avanza, le speranze affogate con le rivoluzioni del 2011, le attese che permangono.

Il fenomeno non nasce oggi e sono ormai tanti i film che veicolano disagi e paradossi storici: Libere, disobbedienti, innamorate, ad esempio, israeliano di produzione ma palestinese come la regista Maysaloun Hamoud, porta un titolo originale significativo, Bar Bahar, che significa «né qui né altrove», «né in mare né in terra». Una sorta di manifesto del nuovo corso, che da noi suggerisce inevitabilmente un retrogusto anni ’70. Ma non siamo in Europa, come ricorda un ragazzo nel film, anche se a Tel Aviv Salma e Leyla vivono giorni scontenti e notti allucinate, tra droga, sesso e rock’n roll in salsa islamica. Omosessuale in una famiglia di origine cristiana la prima, avvocatessa laicissima la seconda, ribelle a ogni imposizione, assistono con sgomento all’arrivo di una terza inquilina, Noor, che è musulmana e porta il velo. Viene da Umm al-Fahm, una città a maggioranza araba dove il sindaco, nella realtà, ha chiamato al boicottaggio del film e lanciato minacce di morte a regista e attrici, affermando che la studentessa violentata sul finale è senz’altro una poco di buono. Da stigmatizzare, ovviamente, sarebbe piuttosto il fidanzato violento di Noor, che cita sempre il Corano, non dà la mano alle donne considerate impure, vorrebbe proibire alla ragazza di lavorare: «Ricordati quello che dice il Profeta. Non impedire alle tue donne di andare in moschea. Anche se…», «la loro casa è il luogo più adatto» conclude lei rassegnata. Protagonista di questa come di altre storie è alla fine la sorellanza, l’amicizia tra donne, la nuova solidarietà al femminile che ha la meglio su stereotipi e pregiudizi. Quanto agli uomini, sono irredimibili: «Credi di poter cambiare il mondo in un giorno?», chiede a Layla il fidanzato. «Beh, non ci contare».

Ci sono anche obiettivi più ridotti, un’educazione diversa da proporre alle famiglie. I genitori, ad esempio – racconta la regista yemenita Khadija al-Salami – l’avevano data in sposa a soli otto anni. La stessa cosa era accaduta alla madre che non aveva poi avuto la forza di contrastare il destino della figlia. Una storia estrema ma molto diffusa: «Ogni secondo, nel mondo, una bambina viene data in sposa», racconta la regista. Nel film La sposa bambina, tratto dall’autobiografia di Nojoud Ali – Io, Nojoud, dieci anni, divorziata (Piemme 2009), un best seller tradotto in 15 lingue – una ragazzina si presenta in tribunale a Sana’a. Guarda negli occhi il giudice e dice: «Mi chiamo Nojoud, ho dieci anni e voglio il divorzio». Tra le righe del film e di tanti romanzi (due titoli per tutti, La sposa ribelle della libanese Hanan Al-Shayk, Rosso come una sposa dell’albanese Anilda Ibrahimi), viene spiegata la ragione per cui la legge islamica non proibisce questi matrimoni, pur imponendo di rimandare i rapporti sessuali alla pubertà delle giovani spose: una delle mogli di Maometto, Aisha, avrebbe avuto soltanto nove anni. Ed è curioso vedere come, nel finale didascalico del film yemenita, si cerchi di tenere insieme modernità e tradizione, mettendo sotto accusa la legge tribale: «Nessuna legge proibisce i matrimoni precoci, ma la questione dovrebbe riguardare la nostra coscienza», afferma il giudice, giovane e volenteroso. «Fondamento della sharī‘a è proibire il male e tutti abbiamo l’obbligo di difenderne le vittime». Amen.

Va citato un ultimo paradosso che arriva dal festival di Venezia dove il film libanese L’insulto, di Ziad Doueiri, ha ricevuto il premio per la migliore interpretazione maschile. Tornato a casa, il regista è stato arrestato e processato per avere girato cinque anni prima in Israele, un Paese considerato nemico dal Libano. E pazienza se lo stesso film era stato candidato agli Oscar dal governo libanese. L’insulto, sceneggiato dalla moglie dell’autore (lui musulmano sunnita, lei cristiana) racconta una storia particolare per arrivare a una conclusione universale: la libertà di scommettere sull’umanità dell’altro apre a una speranza di pace. Il film racconta una società instabile, un passato ingombrante, un futuro incerto attraverso la storia di due persone normali, con una vita soddisfacente, un buon lavoro, una famiglia. Sono un profugo palestinese e un cristiano libanese: basta un litigio da nulla, una parola di troppo, un insulto, per fare esplodere il conflitto latente. Così la rottura di una grondaia diventa un caso nazionale. Ancora una volta, sarà lo sguardo delle donne a risolvere la situazione, ma al netto dell’ideologia femminista. Questa volta è una voce maschile a spiegare la forza femminile che riesce a fermare la spirale di violenza: e parla di libertà, parla di ragione, parla di amore.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Emma Neri, Donne in cerca di guai (e di libertà), «Oasis», anno XIII, n. 26, dicembre 2017, pp. 140-142.

 

Riferimento al formato digitale:

Emma Neri, Donne in cerca di guai (e di libertà), «Oasis» [online], pubblicato l’8 febbraio 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/donne-in-cerca-di-guai-e-di-liberta.

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale