Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:39:23

Gli esperti e quanti s’interessano alla situazione politica e sociale libanese seguono passo passo gli eventi politici e militari nel Paese. Gli effetti e le conseguenze del conflitto siriano si fanno attualmente sentire a più livelli: afflusso continuo di rifugiati, situazione economica e sociale difficile in alcuni settori, divieto per i turisti arabi del Golfo di recarsi in Libano, crisi politica dell’intero sistema di governo, sicurezza incerta in alcune zone del Paese, partecipazione e ingerenza di alcuni partiti libanesi, tra cui le forze armate di Hezbollah, nel conflitto, fratture tra musulmani sciiti e sunniti, dissidi nelle file cristiane, una Chiesa prigioniera di un discorso teorico, recrudescenza dell’emigrazione… In breve le prospettive di evoluzione sono negative. 1. Il sistema di Taif del 1991 – che, costituzionalizzato, ha ridisegnato i poteri sottraendo alcune prerogative al Presidente della Repubblica a favore dei presidenti del Consiglio e del Parlamento e facendo del Consiglio dei ministri una direzione collegiale di Stato – è in avanzato stato di degrado. Attualmente il vuoto è pressoché generalizzato: il Consiglio dei ministri non è più operativo; il Parlamento, giunto al termine del mandato e incapace di riformare la legge elettorale, si è autoassegnato un mandato supplementare di un anno e mezzo; contro questa iniziativa il Presidente della Repubblica ha presentato ricorso alla Corte costituzionale e anche il generale Michel Aoun ha fatto appello a quest’ultima perché deliberi sulla decisione del Parlamento. Ma la Corte non riesce a riunire i suoi membri e raggiungere il quorum necessario per tenere la seduta. Di fatto, è tutto il regime democratico libanese a essere in crisi a motivo della frammentazione comunitaria tanto dal lato musulmano che da quello cristiano; ogni gruppo politico infatti rappresenta la propria comunità o una parte di essa o ne ha assunto il controllo. C’è chi sostiene che tra le conseguenze della situazione conflittuale in Siria e dell’allineamento a favore di una o dell’altra parte del conflitto vi sia il congelamento prolungato nel funzionamento delle istituzioni libanesi, ciò che getta la democrazia libanese in uno stato di agonia. Un’agonia che mette in difficoltà le forze armate e di sicurezza che solo con molta difficoltà riescono a tenere sotto controllo gli eccessi che si manifestano di tanto in tanto. A Tripoli si è reso necessario un intervento deciso dell’esercito. I combattimenti con armi pesanti tra i sunniti, partigiani della rivoluzione siriana, da una parte, e gli alauiti affiliati al regime politico siriano, dall’altra, hanno fatto decine di morti e feriti, non senza il sostegno aperto delle forze politiche della città e la minaccia dei sunniti di eliminare la minoranza alauita. C’è chi sostiene che la degenerazione e il vuoto politico siano voluti da alcune forze politiche e regionali dell’area perché si possa arrivare a riconoscere che gli accordi di Taif sono diventati inefficaci e inadeguati, onde aprire la strada a un nuovo accordo e a un nuovo patto nazionale. Esso dovrebbe essere favorevole ai più forti e consentirebbe loro di impadronirsi di tutto il potere politico. 2. Connessa a questa situazione politica in deterioramento, assistiamo senza alcun potere d’intervento a una recrudescenza degli antagonismi tra sunniti e sciiti e anche tra i cristiani, sempre più divisi tra le due fazioni musulmane. Lo dimostra la volontà del Patriarca maronita di far convergere i partiti cristiani attorno a una legge elettorale che restituirebbe ai cristiani l’autonomia di designare i loro deputati in Parlamento. Attualmente infatti per eleggere una trentina dei 64 deputati cristiani del Parlamento i voti dei musulmani sono determinanti, in virtù della legge detta 1960. Tuttavia, le alleanze dell’8 marzo (tra gli sciiti e i cristiani guidati dal Generale Aoun) e del 14 marzo (buona parte dei sunniti insieme ai partigiani delle Forze libanesi) hanno mostrato i limiti dell’influenza che un Patriarca può esercitare sui politici della sua comunità, che pure rivendicano di esserne i rappresentanti. Nei fatti questo antagonismo riproduce l’antagonismo in corso in tutta la regione che ha portato alcuni sunniti a intervenire in Siria con i ribelli e gli sciiti della forza armata di Hezbollah a dare manforte alle forze fedeli a Bashar al-Asad. Ci si domanda come sia possibile che la situazione nel Paese dei cedri non sia ancora degenerata sulla scia di ciò che sta accadendo in Siria. La risposta di alcuni esperti militari sembra convincente: da un lato i libanesi hanno fatto esperienza di una guerra fratricida che ha portato solo distruzione e di una soluzione politica di compromesso dopo una ventina d'anni di conflitto armato. Un nuovo conflitto porterebbe solo a un accordo simile a quello di Taif. Altri sostengono che la forza di Hezbollah ha raggiunto dimensioni tali che chi volesse lanciarsi in un confronto armato destabilizzante verrebbe da questa neutralizzato, considerato anche che le forze armate libanesi – che rappresentano tutte le comunità – non potrebbero intervenire in un conflitto del genere. In terzo luogo tutte le forze politiche cercano di frenare ogni traduzione sul terreno di questo antagonismo perché una tale opzione nuocerebbe gravemente prima di tutto alla dimensione politica come strumento di gestione della cosa pubblica. In effetti in un caso del genere i politici si vedrebbero scavalcati dalle forze più radicali soprattutto sunnite che si dichiarano impazienti di scendere in campo. 3. Un altro aspetto che inquieta e pesa sulla situazione politica e sociale è il problema dei rifugiati siriani. Diverse organizzazioni internazionali sono venute in soccorso e il Libano stesso ha speso diverse risorse per accoglierli e dar loro un po’ di sollievo. Molte scuole pubbliche sono state adibite all’educazione dei figli dei rifugiati secondo i programmi siriani. Ma l’insediamento dei rifugiati non è stato organizzato in modo sistematico con l’apertura di campi come in Giordania e in Turchia. Essi perciò sono ovunque, non sono controllati ne controllabili, ciò che causa problemi con la popolazione ed eccessi di ogni genere. Pertanto i rifugiati diventano ostaggio dei partiti politici, che li usano e manipolano. Attualmente il Libano accoglie più di 600.000 rifugiati siriani, pari a circa il 20% della sua popolazione, numero che si va a sommare agli altri 500.000 siriani che lavorano in Libano. A medio e lungo termine questo rischia di destabilizzare il fragile equilibrio politico ed economico della realtà libanese. 4. Alcuni pensano che aldilà dell’intenzione di alcuni partiti politici libanesi di modificare i tratti della costituzione libanese del 1990 gli avvenimenti attuali condurranno alla ricostituzione geopolitica dei Paesi della regione secondo nuovi confini basati sulla purezza etnica o religiosa e rimettendo in discussione gli Stati attuali, fondati sugli accordi Sykes Pikot del 1915-1916. Tra le pesanti novità introdotte dalla crisi siriana vi è la relatività delle frontiere, che sono divenute porose e non riflettono affatto la linea di frattura tra le comunità. Questa messa in standby delle frontiere è utilizzata dal regime siriano, che secondo alcuni osservatori continua a facilitare l’abbandono dei territori siriani per aumentare i problemi dei Paesi d’arrivo. Tuttavia altri esperti ritengono al contrario che le rivoluzioni arabe abbiano consacrato le frontiere, perché le loro rivendicazioni sono state piuttosto nazionali e fondate sul concetto di cittadinanza come in Egitto, Yemen, Tunisia e Libia. Ma tutto questo diviene relativo nel momento in cui le solidarietà comunitarie assumono un ruolo determinante per impaurire l’altro e rafforzare la comunità a fronte di minacce e pericoli. Il primo Ministro libanese dimissionario, Najib Mikati, in occasione di un incontro con alcuni professori universitari venuti a indagare sulla realtà politica e fare pressioni per uscire dal vuoto istituzionale, ha espresso con chiarezza i suoi dubbi rispetto alla possibilità di giungere a una soluzione prima che sia deciso il futuro della Siria. A suo avviso tre sono le questioni fondamentali la cui risposta influenza la realtà libanese. Quale sarà il futuro della Siria, dal momento che anche se Bashar al-Asad dovesse vincere il Paese non potrebbe più essere come prima? Nel caso invece in cui si produca un cambiamento, quale regime si instaurerà in Siria? E con quali conseguenze sul Libano? Qualunque sia l’esito del conflitto siriano, la natura del sistema economico liberale libanese e l’accordo uscito da Taif dovranno quantomeno essere oggetto di discussione. A fronte di queste domande e dell’impasse politica è sempre possibile riaprire il tavolo del dialogo per determinare una linea di condotta per il futuro e individuare alcuni punti comuni strategici che possano proteggere la missione di questo minuscolo Paese. Ma le menti sono davvero pronte al dialogo politico? Non è certo. Alcuni attendono che il rapporto di forze evolva a loro vantaggio prima di presentarsi al tavolo del dialogo e comunque tutti i partiti aspettano i cambiamenti sul terreno siro-iraniano. Nel frattempo la crisi continua e la pausa tra i due tempi della partita rischia di prolungarsi con il rischio di degenerare in una situazione incontrollabile.