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Medio Oriente e Africa

L’Egitto e il monologo delle elezioni

Il presidente egiziano AbdelFattah al-Sisi [Shutterstock.com]

Al-Sisi è candidato a un secondo mandato senza rivali. Benché il ra’is perda consensi, la società stanca teme nuova destabilizzazione, ci dice Tewfik Aclimandos

Ultimo aggiornamento: 21/02/2018 12:57:14

L’unico candidato a sfidare il presidente egiziano ‘Abd al-Fattah al-Sisi è un suo sostenitore, Moussa Mostafa Moussa, che fino a pochi giorni prima di candidarsi raccoglieva firme in favore del suo futuro rivale.

 

Nel giro di poche settimane, diversi candidati e possibili sfidanti del ra’is hanno abbandonato la corsa o sono stati obbligati a farlo, rendendo vuoto, come ha sottolineato la stampa internazionale, il prossimo appuntamento elettorale.

 

Il nipote dell’ex presidente Anwar el-Sadat ha abbandonato; l’ex candidato e figura del vecchio regime di Hosni Mubarak, Ahmed Shafik, ha annunciato il ritiro dopo essere stato deportato dall’esilio negli Emirati. E il più serio dei possibili candidati, il generale ed ex capo di Stato maggiore Sami Anan, è stato arrestato poche ore dopo aver annunciato le sue intenzioni. Soltanto la settimana scorsa l’ex candidato presidenziale islamista Abdel Moneim Abol Fotouh – in corsa nel 2012 – è stato arrestato per sospetti contatti con il suo ex movimento, i Fratelli musulmani.

 

Gruppi e associazioni per i diritti umani egiziani e internazionali hanno parlato di “farsa elettorale”, hanno accusato al-Sisi di aver “calpestato persino i requisiti minimi per elezioni libere”.

In un Egitto affaticato da una difficile situazione economica (che ha obbligato il presidente a intraprendere inedite riforme) e da ripetuti attacchi terroristici, nel cuore delle sue città spesso contro la minoranza cristiana e nel Nord del Sinai roccaforte di jihadisti, le libertà personali sono diminuite drasticamente ed è cresciuta la repressione del regime.

 

La promessa di mantenere la sicurezza – è iniziata pochi giorni fa un’operazione militare contro gruppi jihadisti in Sinai, nella regione del Delta del Nilo e nel deserto occidentale verso il poroso confine libico – e risparmiare al Paese la sorte di Siria, Yemen e Libia garantisce ancora al ra’is sia in casa sia all’estero spazio di manovra.

 

Benché al-Sisi, candidato al secondo mandato senza rivali, perda popolarità – ci spiega Tewfik Aclimandos, professore di Relazioni internazionali all’Università francese d’Egitto – “la società stanca, teme nuovi sollevamenti e non vuole una nuova destabilizzazione, che sia o meno rivoluzionaria. Questo gioca a favore del presidente”.

 

Che cosa hanno significato per la società, l’economia, i rapporti tra le diverse confessioni religiose i quattro anni di presidenza di Abd al-Fattah al-Sisi?

«Il suo primo mandato si divide in due fasi: nella prima ha condotto una politica di grandi progetti – la cui pertinenza è oggetto di discussione tra gli esperti – coinvolgendo sostenitori e oppositori. Al-Sisi ha pensato che l’aiuto dei Paesi del Golfo si sarebbe mantenuto ai livelli storicamente miracolosi del 2013 e 2014. Si tratta di capire se quell’aiuto non avrebbe potuto essere utilizzato in maniera diversa, per sostenere riforme strutturali. Per diverse ragioni, l’aiuto si è interrotto nel 2016, e il presidente non ha avuto scelta. Ha lanciato riforme strutturali, che mettono fine a quarant’anni di rinvii e rifiuti. Questo programma però è duro: il potere di acquisto di tutte le classi sociali è drammaticamente ridotto e per il momento il piano non ha portato risultati. La popolarità del presidente ne risente fortemente. Resta il fatto che su questo punto ha mostrato un grande coraggio. È difficile sapere se la popolazione riuscirà ancora a resistere per molto tempo. Le famiglie numerose, che non hanno membri emigrati, soffrono terribilmente e rinunciano a molte spese e acquisti.

La macchia nera, irrimediabilmente nera, è il dossier relativo alle libertà pubbliche e ai diritti dell’uomo. Se la stampa è più libera di quanto si dica, resta il fatto che c’è tolleranza zero per le manifestazioni e le associazioni e che il gruppo al potere conta attori conservatori pronti a perseguire qualsiasi forma di comportamento ritenuto “peccaminoso” o discorso “religiosamente scorretto”».

 

Per quanto riguarda la minaccia terroristica? È in corso un’operazione militare contro gruppi jihadisti in Sinai. Ci sono risultati?

«Quanto alla sicurezza, ha posto una sfida enorme in cui si sono alternati successi e fallimenti. In generale, la guerra contro le fazioni violente nella valle del Nilo si sta risolvendo a vantaggio dello Stato, mentre nel Sinai sta andando molto male. Ma è una situazione oscillante; l’operazione in corso potrebbe ribaltarla.

Per quanto riguarda la convivenza tra confessioni religiose, sul piano della riforma del discorso religioso qualcosa è stato fatto, ma siamo ben lontani dalla meta. Al-Azhar si è sentita attaccata dal potere e dagli intellettuali, ha serrato le fila e si è irrigidita, benché abbia fatto gesti concreti ma ritenuti insufficienti.

La comunità copta è abbastanza delusa ma continua a sostenere il presidente anche se con meno vigore di prima. Secondo i copti, il potere è stato troppo timido nei confronti dei salafiti, e i loro aggressori negli incidenti interconfessionali rimangono troppo spesso impuniti. Dal canto suo, il potere riconosce l’esistenza di un problema, contrariamente a quanto avveniva sotto Mubarak. Il presidente trova spesso le parole giuste, e ciò va bene ma non è sufficiente. Dato che gli islamisti considerano i copti la causa principale del loro fallimento (a torto), e visto l’aggravarsi costante del discorso di odio, i copti non hanno scelta: sostengono il regime nonostante questo non li sappia più conquistare».

 

Dopo l’arresto del generale Sami Anan, i media internazionali hanno parlato di una farsa elettorale. Come incide questo sulla credibilità di al-Sisi? Che cosa ci dice di ciò che resta del 2011?

«È indubbiamente una farsa che si spiega alla luce di fattori strutturali e congiunturali. Dal punto di vista strutturale il Paese non vuole più gli islamisti, e le forze non-islamiste paradossalmente esistono soltanto quando gli islamisti costituiscono un pericolo. Quando il pericolo viene meno, la ragion d’essere delle forze non-islamiste è meno evidente. In altre parole, queste forze, se si eccettuano i liberali, hanno una cultura rivoluzionaria, golpista, nell’ottica di “far cadere il regime” piuttosto che “costruire un partito” o “preparare un’alternanza”. I candidati seri sono, tre volte su quattro, militari (al-Sisi, Ahmed Shafik, Sami Anan). L’esercito teme di vedere i suoi figli eliminarsi a vicenda e lavare i panni sporchi in pubblico.                

Credo che le elezioni, in sé, o piuttosto la farsa elettorale, non cambino molto le carte in tavola: gli egiziani hanno capito da tempo che la democrazia dovrà aspettare, e i media e gli oppositori internazionali trovano consolazione nel detestare il capo di Stato».

 

Che fine hanno fatto i Fratelli musulmani? È vero, come scriveva Bloomberg, che ci sono aperture nei loro confronti da parte di al-Sisi?

«Non lo so. C’è chi vuole calmare le acque con i Fratelli nell’ottica di concedere loro quel tanto che basta per far sì che smettano di lavorare per il Qatar e la Turchia, rivali dell’attuale regime, ma senza offrire loro troppo per non preoccupare l’opinione pubblica e mettere in pericolo il regime. Altri all’interno del regime pensano che qualsiasi concessione desterebbe la preoccupazione dell’opinione pubblica. Tra i Fratelli, c’è chi crede che una tregua o una riconciliazione consentirebbe di ricostituire l’organizzazione e darle un po’ di respiro. Naturalmente, ci sono figure più o meno moderate ai vertici. Detto questo, si parla di riconciliazione da più di due anni e non è stato ancora raggiunto un accordo».

 

C’è ancora una leadership attiva dei Fratelli musulmani o sono tutti in prigione?

«Una leadership esiste. Molti sono in esilio e la situazione organizzativa dei Fratelli è un mistero. La formazione è diventata clandestina e lascia filtrare soltanto ciò che le conviene. La leadership storica mantiene il controllo del denaro e ha il sostegno di una parte dei membri, non per convinzione ma per il timore di divisioni interne».

 

Come si pone la società di fronte all’attuale atmosfera politica in Egitto? Come incidono la farsa elettorale e la mancanza di sicurezza in Sinai sul sostegno popolare?

«È difficile parlare con sicurezza dell’opinione pubblica in assenza di sondaggi affidabili. Il presidente oggi è sicuramente meno popolare rispetto al 2014. La società è stanca, teme nuovi sollevamenti e non vuole una nuova destabilizzazione, che sia o meno rivoluzionaria. Questo gioca a favore del presidente.

Per quanto riguarda i media, il cambiamento principale è la lenta scomparsa delle televisioni private germogliate dopo la caduta di Mubarak. Per essere più precisi, molte di queste sono state rilevate dai servizi statali (intelligence militare, l’esercito, il GIS…), ciò si spiega in parte con un’opinione pubblica stanca, che segue sempre meno i dibattiti salvo quelli di politica estera. La perdita d’indipendenza di queste televisioni ovviamente non può che rafforzare questa tendenza anziché invertirla. Un altro fattore che incide è il fatto che i Paesi del Golfo non competano più per controllare o influenzare il campo mediatico egiziano e lo finanziano molto meno. I Fratelli sono per lo più un pericolo del passato, mentre il Qatar è persona non grata. Gli intellettuali, infine, non sono molto contenti – per quanto io possa giudicare. Le ragioni del malessere sono numerose, tra cui l’impressione di non essere amati da nessuno, né dallo Stato né dalla società, l’impressione di vedere lo Stato cedere troppo facilmente alla pressione dei “religiosi” che danno la caccia a ciò che ritengono religiosamente scorretto, e le condizioni di vita difficili dovute al calo dei finanziamenti internazionali (occidentali e del Golfo) alle loro attività. Quasi tutti sono sollevati dal non dover più subire la minaccia islamista. Quest’ultimo punto sembra ormai assodato, a torto forse, e quindi non basta più per garantire le lealtà».

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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