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Focus attualità

L’escalation tra Israele e Palestina

Mezzi di soccorso dopo l'impatto di un razzo lanciato da Gaza nella regione centrale di Israele [Roman Yanushevsky / Shutterstock]

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 14/05/2021 17:49:02

Il focus attualità di questa settimana si concentra su quanto sta avvenendo tra Israele e Palestina. Aggiungiamo alla fine solamente un breve paragrafo sull'Afghanistan. 

 

Questa settimana è riesploso violentemente il conflitto israelo-palestinese, ma era da tempo che la tensione andava crescendo. Cerchiamo in primo luogo di vedere come e perché.

 

I luoghi da cui è partita la crisi sono tre, tutti a Gerusalemme Est: la zona davanti alla porta di Damasco, comune luogo di ritrovo durante il mese di Ramadan, transennata dalla polizia israeliana per evitare la sosta dei fedeli musulmani, scatenando le proteste palestinesi; la spianata delle moschee e il quartiere di Seikh Jarrah. 

 

Nel quartiere di Sheikh Jarrah la questione riguarda lo sgombero di alcune famiglie palestinesi dalle proprie case, impropriamente minimizzata dal ministero degli Esteri israeliano come semplice questione immobiliare. La vicenda è ben ricostruita da Giorgio Bernardelli su Mondo&Missione. Sheikh Jarrah è un quartiere che sorge a nord della Città Vecchia, lungo Nablus Road, dove sia la comunità musulmana che quella ebraica venerano un proprio mausoleo. Questo non ha creato grossi problemi fino a quando nel 1948 la città santa fu spaccata in due dalla guerra che scoppiò con la proclamazione dello Stato d’Israele. Negli ultimi giorni del Mandato britannico 78 ebrei restarono uccisi nell’attacco contro un convoglio, che viaggiava lungo Nablus Road. Gli israeliani evacuarono allora gli ebrei di Sheikh Jarrah, portandoli nella zona ovest della città. Tuttavia, scrive Bernardelli, «questo avveniva proprio mentre – specularmente – anche da Gerusalemme ovest migliaia di arabi si spostavano nei quartieri a est, perché la guerra era nell’aria e dunque anche loro temevano per la propria incolumità».

 

I profughi non poterono rientrare, le loro case vennero occupate e una legge approvata dallo Stato di Israele poco dopo la sua creazione impedì ai palestinesi di reclamare i propri terreni, riservando questo diritto ai soli ebrei. Ma «soprattutto a partire dagli anni Novanta della questione di Sheikh Jarrah si sono impossessati alcuni gruppi della destra religiosa ebraica che, acquistati dalle famiglie che vivevano a Nahal Shimon i titoli delle loro vecchie proprietà, ne hanno fatto una bandiera identitaria portando la questione nei tribunali».

 

A seguito degli scontri a Sheikh Jarrah venerdì scorso i soldati israeliani hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa mentre i fedeli musulmani erano riuniti in preghiera per la “Notte del Destino” (in cui si celebra l’inizio della “discesa” del Corano), causando numerosi feriti. I palestinesi si sono scontrati anche con esponenti della destra israeliana dopo che su TikTok erano circolati dei video che mostravano l’attacco contro passanti ebrei. 

 

[Qui l'intervista che abbiamo pubblicato oggi al Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Pierbattista Pizzaballa]

 

La tensione accumulatasi durante il mese di Ramadan è cresciuta nella giornata di lunedì. Da un lato infatti era attesa una nuova udienza alla Corte Suprema israeliana per le vicende legate agli “sfratti”, dall’altro nel “Jerusalem Day” i gruppi della destra religiosa ebraica hanno organizzato manifestazioni provocatorie (qui un video) per festeggiare la “riunificazione” della città. Israele ha dispiegato la polizia nel complesso di al-Aqsa e a Sheikh Jarrah, mentre Hamas ha lanciato un ultimatum: le forze israeliane avrebbero dovuto abbandonare l’area entro le 18 o ne avrebbero pagato le conseguenze. Alle 18 è iniziata la salva di centinaia di razzi da Gaza verso le regioni centrale e meridionale di Israele. In buona parte i razzi sono stati intercettati dalla difesa israeliana, mentre Tsahal (forze armate israeliane) ha iniziato a bombardare pesantemente la striscia di Gaza. Le vittime sono numerose, soprattutto tra i palestinesi a Gaza, e il conteggio è in continuo aggiornamento. Tra i morti c’è Bassem Issa, comandante di Hamas ucciso da un raid israeliano mercoledì (Newsweek), la figura di grado più alto ad essere uccisa da Israele dal 2014.

 

Ma perché l’escalation si è verificata proprio adesso? Secondo l’Economist «macchinazioni politiche da entrambi i lati potrebbero aver contribuito» all’escalation, che è iniziata per una piccola porzione di terra, «ma è stata intensificata dal potere religioso di Gerusalemme». In questo il settimanale inglese concorda con Lorenzo Trombetta che su Limes afferma: «come in ogni inasprimento di tensione, emergono degli attori interessati a sfruttare la situazione di violenza e di radicalizzazione retorica a proprio favore. Sul piano politico interno palestinese e israeliano questi attori sono proprio quelli dominanti». Considerando le difficoltà sul piano politico interno, le quattro elezioni in due anni e la difficoltà a rimanere al governo, Netanyahu può sfruttare quanto sta accadendo per garantirsi uno scudo contro le accuse di corruzione sempre più pressanti. Al premier israeliano fa buon gioco potersi presentare come un valido leader in tempi di guerra, scrive l’Economist. Eppure, come ha ricordato Vali Nasr, sono stati piuttosto degli “errori” israeliani a causare i fatti di questa settimana, e non un deliberato innalzamento della tensione, perché «tutta la strategia degli Accordi di Abramo era basata sul ragionamento secondo cui la questione palestinese non era più rilevante».

 

Il contesto internazionale

 

D’altro canto, scrive Limes, «la questione di Gerusalemme […] è da molti decenni uno degli strumenti più efficaci dei leader palestinesi per incanalare verso l’esterno la rabbia e la frustrazione di una popolazione abbandonata al destino dell’occupazione, della deportazione, dell’esclusione, della privazione dei diritti». Ma anche sul piano regionale, si legge, «nessun attore è danneggiato da quanto sta succedendo. Piuttosto, ci sono leadership politiche che beneficiano degli eventi in corso e altre che, non senza imbarazzo, rimangono per ora a guardare in attesa di sviluppi». Tra questi ultimi si annoverano i Paesi che hanno firmato i cosiddetti Accordi di Abramo. Tuttavia non sarà così difficile per Abu Dhabi e soci «gestire l’apparente imbarazzo», come del resto hanno fatto rispettivamente per 42 e 27 anni Egitto e Giordania, puntualizza Trombetta.

 

Borzou Daragahi ha un’opinione più sfumata: è vero, scrive, che nessuno dei membri degli Accordi di Abramo farà un passo indietro, ma il nuovo conflitto mostra che – per quanto si cerchi di starne alla larga – quella israelo-palestinese è una questione dotata di forza centripeta e renderà più complesso per i paesi arabi il processo di avvicinamento a Israele. Come ha sottolineato Giorgio Cafiero, «l’amministrazione Trump voleva che i governi arabi seppellissero, non risolvessero, la questione palestinese», ma gli eventi di questo mese dimostrano che questo è «del tutto impossibile».

Si capisce allora perché quanto sta avvenendo avrà delle ripercussioni anche sulla politica estera di Joe Biden, come scrive il New York Times. Tra le priorità dell’agenda internazionale della Casa Bianca non si trova certo il raggiungimento di un accordo israelo-palestinese, messo in secondo (o terzo e quarto) piano dalla necessità di spostare il focus della politica estera americana verso la Cina. Inoltre sia Netanyahu che i palestinesi hanno assunto posizioni oltranziste che riducono grandemente la possibilità di raggiungere un accordo. Ma con il rischio crescente di una guerra totale aumentano anche le pressioni interne al partito democratico americano affinché Washington svolga un ruolo più attivo, sia ristabilendo un consolato a Gerusalemme Est per rafforzare i contatti con i palestinesi, sia aumentando la pressione contro la politica degli insediamenti israeliana, che rende virtualmente impossibile il raggiungimento di un accordo. Un ruolo americano che comunque non potrebbe portare alla pace secondo Steven A. Cook, che su Foreign Policy spiega come il conflitto tra israeliani e palestinesi riguardi così profondamente le identità di ciascuno che difficilmente una mediazione potrebbe portare a qualcosa di più di un’interruzione temporanea delle ostilità.

 

Steven Erlanger specifica, ancora sul New York Times, che comunque funzionari americani ed egiziani hanno raggiunto Israele per iniziare una mediazione. Tuttavia, avverte Erlanger, prima che si possa raggiungere un cessate-il-fuoco sia Israele che Hamas «dovranno trovare il modo di costruire una narrazione della “vittoria” per i propri pubblici», un compito che Erlanger immagina più facile per Hamas in questo momento. Per Israele, infatti, «la decisione cruciale è se la “vittoria” implichi l’invio di truppe di terra dentro Gaza», come sembra possibile (e come le forze israeliane avevano lasciato intuire, salvo poi ritrattare).

 

Ma tra chi avvengono i negoziati per il raggiungimento del cessate-il-fuoco? L’Egitto ha inviato i suoi funzionari anche a Gaza, ma ufficialmente il ministero degli Esteri egiziano non tratta con Hamas, ricorda Erlanger, e lo stesso vale per gli Stati Uniti, che da tempo hanno inserito il movimento nella lista delle organizzazioni terroristiche. È qui che si crea uno spazio in cui la Russia cerca di inserire la sua azione diplomatica, come spesso è avvenuto in Medio Oriente e Nord Africa negli ultimi anni. Il ministero degli Esteri di Mosca ha parlato con Moussa Abu Marzouk, numero due dell’ala politica di Hamas, il quale avrebbe asserito la disponibilità del gruppo a interrompere gli attacchi qualora altrettanto facesse  Israele, che dovrebbe anche porre fine alle sue azioni a Gerusalemme est e nel complesso di al-Aqsa (Al-Monitor).

 

Il “fronte interno”

 

Neri Zilber su Foreign Policy osserva che tante delle scene viste in questi giorni sono tristemente familiari: forze di sicurezza israeliane contro manifestanti palestinesi, militanti di Hamas che lanciano razzi sulle città israeliane, bombardieri israeliani che attaccano la striscia di Gaza. Ma c’è qualcosa di nuovo e persino più allarmante per Israele: si tratta della violenza intercomunitaria tra cittadini israeliani, che ha visto gruppi di arabi assalire cittadini israeliani ebrei e viceversa. Netanyahu ha usato il termine “anarchia” per descrivere gli scontri tra arabi ed ebrei in alcune città. «La guerra con Hamas finirà, ma cosa ne sarà di noi? Ci incontreremo ancora nei supermercati, negli ospedali…» ha dichiarato Issawi Frej, esponente del partito arabo di sinistra Meretz. Sul punto conviene anche Amos Harel, secondo cui i disordini nelle città miste arabo-ebraiche e gli scontri tra le comunità richiedono un’attenzione da parte del governo ancora maggiore rispetto al conflitto a Gaza. 

 

La discriminazione nei confronti di arabi e palestinesi in Israele ha raggiunto livelli estremamente elevati secondo quanto riporta anche Gideon Levy su Haaretz: sia Human Rights Watch che l’organizzazione israeliana B’Tselem nell’ultimo periodo hanno parlato apertamente di Israele come di un regime di apartheid, sospinto dalla logica che Michael Brizon ha sintetizzato con la frase «ciò che è mio è mio, e ciò che è tuo [arabo/palestinese, NdR] è anch’esso mio». Un’apartheid che secondo l’emittente qatarina al-Jazeera si svolge anche online, dove le grandi compagnie come Zoom, YouTube e Facebook impedirebbero alle voci pro-palestinesi di esprimersi liberamente.

 

La situazione sul campo è in continua evoluzione. Oggi dal sud del Libano sono stati lanciati alcuni razzi verso Israele, ma non sembra esserci il coinvolgimento di Hezbollah, mentre in Giordania migliaia di manifestanti palestinesi hanno marciato verso il confine israeliano, fermati dalle forze di sicurezza di Amman, scrive il New York Times.

 

La crisi sulla stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

 

Questa settimana l’approfondimento dalla stampa araba è dedicato alle reazioni suscitate dagli scontri in corso tra Israele e Palestina. Ciò che si nota anche solo sfogliando i singoli quotidiani o visitandone i siti è la differenza nella copertura degli eventi da parte delle diverse testate giornalistiche del mondo arabo. Su alcuni giornali il conflitto è passato inosservato o quasi, mentre su altri è la notizia principale. Questo divario riflette chiaramente le posizioni geopolitiche di ciascun Paese rispetto alla questione palestinese, soprattutto alla luce del processo di normalizzazione avviato l’estate scorsa. 

 

Il quotidiano panarabo al-Quds al-‘Arabī, fondato negli anni ’80 da alcuni palestinesi in esilio a Londra e impegnato sin nella sua denominazione (al-Quds è il nome arabo di Gerusalemme), ha garantito una copertura quotidiana integrale del conflitto da una prospettiva molto militante, che si è riflessa anche nel linguaggio utilizzato per descrivere gli eventi. Per esempio i morti nella striscia di Gaza sono definiti «martiri» uccisi dal «nemico sionista». Il giornalista algerino Tawfiq Rabahi ha commentato in un editoriale che gli eventi in corso a Gerusalemme sono «frutto di un quarto di secolo di ‘cottura’ a fuoco lento». Con sarcasmo ringrazia gli Emirati, il Bahrein, il Sudan e il Marocco per aver normalizzato le loro relazioni con Israele, avendogli di fatto garantito l’impunità dal momento che «il boicottaggio o l’assenza di riconoscimento restavano le uniche armi per dissuadere i governi israeliani dalle loro azioni».

 

Anche Al-Sharq al-Awsat, quotidiano panarabo di proprietà della famiglia reale Sa‘ud, si schiera a sostegno dei palestinesi dando voce a quella che è, almeno ufficialmente, la posizione storica del Regno rispetto alla causa palestinese. In generale, qui però i toni sono prudenti e soprattutto è limitato il numero di articolo dedicati ogni giorno al tema. Altri quotidiani sauditi locali, come al-Riyādh, al-Madīna e Okāz si limitano a riportare la cronaca degli eventi. Che i giornali nazionali non ne parlino non significa però che in Arabia Saudita il tema non sia dibattuto. Giovedì, uno degli imam e predicatori della moschea di Mecca, shaykh Sālih bin Hamīd, durante il sermone tenuto in occasione dell’Eid al-Fitr (festa di fine Ramadan) ha pregato per «i nostri fratelli in Palestina» chiedendo a Dio di dare loro la vittoria «sul tuo e sul loro nemico» e di purificare «la moschea di al-Aqsa dall’impurità degli occupanti sionisti». Questa notizia è stata riportata da ‘Arabī21, che questa settimana ha parlato ogni giorno quasi esclusivamente del conflitto in corso, in modo piuttosto militante, fungendo da megafono per tutte le voci del mondo islamico a sostegno della causa palestinese.

 

Anche Al-Jazeera ha garantito la copertura quotidiana del conflitto pubblicando, oltre alle notizie di cronaca, diverse riflessioni. In un editoriale del 13 maggio dal titolo La difesa di Gerusalemme e l’utilità della resistenza armata, Mu‘taz al-Khatīb, professore di Etica all’Università Hamad bin Khalifa, ha riflettuto sulle posizioni di chi, tra i palestinesi, propende per la lotta armata e rievoca i concetti di resistenza e di difesa delle cose sacre in una cornice allo stesso tempo nazionale e islamica, e chi, invece, predilige la protesta pacifica e insiste sul concetto di apartheid muovendosi all’interno di una cornice nazionale e meno religiosamente connotata. Questo ultimi, riconoscendo la superiorità delle forze armate israeliane, scommettono sui metodi pacifici per non perdere il sostegno internazionale. Speranze vane, secondo il giornalista, dal momento che la comunità internazionale non ha fatto nulla negli ultimi 70 anni per risolvere la questione e ha lasciato mano libera «all’ultima forma di colonialismo diretto ancora presente nel mondo».

 

Ancora al-Jazeera si domanda perché questa volta in Egitto le persone non scendano in piazza in massa per manifestare il loro sostegno alla Palestina, come accadeva invece fino a qualche anno fa. La risposta è duplice. C’è chi pensa che a fungere da deterrente siano gli apparati di sicurezza del Presidente al-Sisi, ben più spietati di quelli del suo predecessore Hosni Mubarak, e chi invece ritiene che a determinare il comportamento degli egiziani sia il calo dell’interesse dei media egiziani per la causa palestinese, che si registra ormai da qualche anno.

 

Effettivamente, sfogliando i quotidiani egiziani di questa settimana non sembra che la questione israelo-palestinese sia in cima alle priorità del Paese. Sia i giornali governativi, come al-Ahrām e Akhbār al-Yawm, sia gli indipendenti, come al-Masrī al-Yawm, si sono limitati a riportare la cronaca degli eventi.  

 

Chi invece ha preso una posizione netta è il grande imam dell’Azhar Ahmad Al-Tayyib: «Il mondo rimane in un silenzio vergognoso di fronte al brutale terrorismo sionista e alle sue vergognose violazioni del diritto della moschea di al-Aqsa, dei nostri fratelli e delle nostre cose sacre nella Palestina araba».

 

Gli Emirati giocano in difesa

 

Com’era prevedibile, invece, i quotidiani emiratini non hanno dato molto spazio alla questione. La maggior parte di essi si è infatti limitata a riportare la cronaca. Fa in parte eccezione il quotidiano al-‘Ayn che l’11 maggio ha pubblicato a distanza di poche ore una serie di brevi articoli di condanna delle azioni commesse da Israele, invitando le autorità israeliane ad abbassare la tensione, preservare l’identità storica di Gerusalemme, e garantire ai civili palestinesi il loro diritto di pregare nella moschea di Al-Aqsa. Al-‘Ayn chiariva inoltre la posizione emiratina «storica» e non negoziabile riportando alcuni Tweet di Anwar bin Muhammad Gargash, fino a poco tempo fa ministro di Stato per gli Affari Esteri e ora consigliere diplomatico di shaykh Khalifa bin Zayed al-Nahyan, emiro di Abu Dhabi e presidente degli Emirati: «Gli Emirati sostengono il diritto palestinese, [chiedono] la fine dell’occupazione israeliana e la soluzione dei due Stati con uno Stato palestinese indipendente avente Gerusalemme Est come capitale». Il finale dell’articolo è una corsa ai ripari: l’autore puntualizza che «gli accordi di Abramo firmati con Israele il 15 settembre 2020 non andranno a discapito della causa palestinese e dei diritti inalienabili del popolo palestinese, ma piuttosto a sostegno della causa».

 

Lo stesso giorno Al-Khalīj, il giornale di Dubai, ha pubblicato un editoriale firmato dal politologo di origini palestinesi Nājī Sādiq Sharāb. L’autore ritiene che la soluzione dei due Stati non sia più percorribile perché gli insediamenti israeliani «hanno divorato tutte le terre palestinesi destinate al suo Stato» e che l’unica possibilità rimasta sia quella di creare uno Stato di diritto in cui vengano riconosciuti pari diritti agli israeliani e ai palestinesi.

 

Questo focus attualità è stato terminato alle ore 16:00 di venerdì 14 maggio 2021.

 

Un nuovo attentato in Afghanistan

 

Sabato scorso un attentato ha colpito Kabul, in una zona della città abitata principalmente dalla comunità sciita hazara, una delle tante etnie afghane. Tre esplosioni hanno colpito la scuola Sayed Shuhada che ospita a momenti alterni della giornata sia ragazzi che ragazze. L’attacco che si è svolto mentre le ragazze stavano uscendo dalla scuola ha provocato la morte di più di 80 persone e il ferimento di circa 150. I talebani, in passato responsabili di attacchi contro la comunità hazara, hanno negato ogni coinvolgimento, accusando a loro volta lo Stato Islamico. Per ora nessuno ha rivendicato. Come scrive il Wall Street Journal il timore è che un attacco di questo genere aumenti il livello di violenza settaria nel Paese. NPR ha intervistato la responsabile della Afghanistan Independent Human Rights Commission, Shaharzad Akbar, che si è detta preoccupata che con il ritiro delle forze occidentali ricominci a tutti gli effetti la guerra nel Paese. L’impressione leggendo il reportage del New York Times da Lashkar Gah, capoluogo dell’Helmand e simbolo dei fallimenti statunitensi e britannici, è che i timori siano più che fondati.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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