Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 25/03/2022 15:13:13

Questa settimana il focus attualità contiene soltanto la sezione sulla stampa araba. Dalla settimana prossima tornerà la versione integrale

 

Questa settimana i media arabi hanno dato ampio risalto alla nuova configurazione geopolitica che si sta profilando in Medio Oriente in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina.

 

Apriamo la rassegna con il vertice trilaterale che si è tenuto martedì tra il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il principe ereditario di Abu Dhabi Muhammad bin Zayed e il primo ministro israeliano Naftali Bennett a Sharm el-Sheikh, in Egitto.

 

Gli editorialisti si sono divisi essenzialmente su due posizioni: chi ha visto nel vertice la nascita di una nuova alleanza arabo-israeliana e chi, invece, ha lamentato l’assenza della questione palestinese tra i temi discussi dai tre leader.

 

Sulla prima posizione si colloca Al-‘Arab, quotidiano panarabo con sede a Londra vicino alla sensibilità emiratina, che ha parlato della nascita di un’alleanza «capace di soddisfare le aspirazioni di sviluppo e stabilità nella regione lasciandosi alla spalle i retaggi di guerre, diverbi e slogan del passato». Per al-‘Arab, questa alleanza è un segnale lanciato all’Arabia Saudita che, visti i cambiamenti in atto e il disimpegno americano nella regione, non può più temporeggiare.

 

Sulla seconda posizione si colloca invece al-Quds al-‘Arabī, quotidiano londinese fondato dalla diaspora palestinese, che ha titolato Vertice di Sharm el-Sheikh: la Palestina è stata la più grande assente, e ha concluso in tono sarcastico dicendo che non si può parlare di «sicurezza nazionale araba» se prima non si affronta la questione israelo-palestinese.

 

Lo stesso editoriale ha messo in luce il tempismo di questo vertice, organizzato, non a caso, a pochi giorni di distanza dall’incontro tra Mohammad Bin Zayed e il presidente siriano Bashar al-Assad, avvenuto la settimana scorsa negli Emirati. Tre sarebbero gli obbiettivi di questo incontro secondo il quotidiano filo-palestinese: allontanare Damasco da Teheran, consolidare in maniera indiretta l’asse degli accordi di Abramo e mantenere aperto il canale con Mosca alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina.

 

Abu Dhabi riammette Damasco nella sfera araba

 

Sul quotidiano emiratino al-‘Ayn al-Akhbāriyya, Ali Laytim ha invece ricondotto le ragioni dell’incontro tra MBZ e al-Assad alla volontà degli Emirati di riposizionarsi nel nuovo ordine mondiale che si sta configurando dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Abu Dhabi, scrive Laytim, ha scelto la via del «realismo politico» e vuole farsi garante della «sicurezza nazionale araba», ciò che presuppone che nessuna capitale araba rimanga isolata. In questo modo gli Emirati voltano le spalle agli Stati Uniti e intensificano il proprio dialogo con il leader di Damasco, considerato «la risposta più convincente alla domanda di stabilità della Siria e della sicurezza del suo popolo». Dal punto di vista simbolico, uno smacco per gli Stati Uniti, che non riconoscono in Assad un interlocutore credibile e non sono disposti a revocare le sanzioni imposte al regime dopo la Primavera araba né a sostenere la ricostruzione del Paese in assenza di un cambio di governo.   

 

Il ruolo strategico degli Emirati nella geopolitica del Medio Oriente è ribadito sullo stesso quotidiano da Mohammed Khalfan Al-Sawafi, che ha definito il suo Paese «un leader regionale che ha la capacità e la volontà di smuovere situazioni stagnanti da anni e cambiarle in meglio per tutti».  

 

Un parere un po’ diverso è quello espresso sul quotidiano Ra’i al-Yawm dal politologo siriano Sa‘ud Jamal Sa‘ud. Quest’ultimo riconosce agli Emirati un grande pragmatismo – un Paese che «fa i propri interessi, non indulge in conflitti ideologici, dottrinali e religiosi […] e adotta un metodo pragmatico sulla falsariga dei Paesi sviluppati» –, ma proprio per questo ritiene precoce e fuorviante pensare che MBZ voglia allontanarsi definitivamente dagli Stati Uniti. La sua idea è che Abu Dhabi abbia scelto di instaurare dei buoni rapporti con la Siria, la Cina e la Russia senza per questo voltare completamente le spalle all’Occidente.

 

Israele in bilico tra Stati Uniti e Russia

 

Il vertice a Sharm el-Sheikh ha anche favorito la riflessione sulla posizione di Israele rispetto alla guerra in Ucraina e sui suoi rapporti con gli Stati Uniti e la Russia. Ne ha parlato, tra gli altri, l’editorialista siriano Marwan Qabalan sul quotidiano londinese al-‘Arabī al-Jadīd. Israele si trova tra l’incudine il martello: da un lato, scrive Qabalan, non vuole infastidire l’alleato statunitense e vorrebbe preservare il suo rapporto storico con l’Ucraina, dall’altro gli interessi che lo legano a Mosca sono molto forti perché a) in Israele vivono circa un milione di ebrei russi, che rappresentano un importante blocco elettorale (un quinto dei membri della Knesset);b) Israele potrebbe trasformarsi presto in un Paese rifugio per l’oligarchia russa sottoposta alle sanzioni occidentali (alcuni oligarchi, tra cui Roman Abramovich, ex proprietario della squadra del Chelsea, hanno la cittadinanza israeliana); c) Putin ha intrattenuto relazioni personali molto strette con l’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon e Israele è stato uno dei primi Paesi che ha visitato dopo essere stato rieletto presidente nel 2012; d) il rapporto tra Israele e la Russia si è rinsaldato ulteriormente dopo l’intervento militare russo in Siria nel 2015; infine e) oggi Bennett sembra più interessato a boicottare i negoziati sull’accordo nucleare iraniano che a persuadere Putin a fermare la guerra in Ucraina.

 

A conti fatti, Israele sembra indirizzato verso la Russia e, come ha spiegato il ricercatore palestinese Antoine Shelhat in un altro articolo sullo stesso quotidiano, neppure le origini ebraiche di Zelensky hanno giocato a favore dell’Ucraina, dal momento che il presidente ucraino nel 2003 ha sposato una donna non ebrea e dunque i suoi figli non sono ebrei.

 

Il j’accuse all’Occidente

 

La recente richiesta degli Stati Uniti ai Paesi del Golfo di aumentare la produzione di petrolio per far fronte alla crisi energetica innescata dalla guerra ha suscitato alcuni commenti sarcastici nei confronti delle politiche statunitensi ed europee. Su al-Sharq al-Awsat il giornalista saudita Mashari al-Thaydi ha denunciato con tono canzonatorio le contraddizioni dell’Occidente, che per anni ha parlato di rispetto dell’ambiente e di energia pulita demonizzando la produzione di petrolio e gas, salvo poi ritornare sui propri passi nel momento del bisogno. Questa «isteria per la questione energetica» e per la «nuova religione dell’ambiente», come l’ha definita al-Thaydi, nasconderebbe anche un egoismo di fondo dell’Occidente, accusato di curarsi soltanto del proprio benessere senza tener conto degli interessi dei Paesi in via di sviluppo, per i quali le fonti energetiche tradizionali svolgono un ruolo essenziale nel sostenere la crescita.

 

Svolta della Spagna sul Sahara occidentale

 

Dal Medio Oriente ci spostiamo nel Maghreb, dove negli ultimi giorni si è aperto un nuovo scenario in merito alla dibattuta questione del Sahara occidentale. Dopo decenni di neutralità, la Spagna ha riconosciuto la sovranità di Rabat sulla regione (ex colonia spagnola), un territorio che dagli anni ’70 è conteso dal Marocco e dal Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. Questo accordo ha scatenato l’immediata reazione diplomatica dell’Algeria, che in segno di protesta ha richiamato il suo ambasciatore a Madrid.

 

La stampa algerina ha accusato Madrid di tradimento. Il quotidiano nazionale al-Shurūq ha ventilato l’ipotesi dell’esistenza di una lobby marocchina in Spagna e in Europa che si fa portavoce della posizione ufficiale del Regno, e ha accusato la Spagna di aver concesso il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale in cambio dell’impegno del Marocco a controllare l’immigrazione diretta nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla.

 

Di segno opposto sono evidentemente le considerazioni apparse sui media marocchini. Interessante l’intervista realizzata dall’Hespress allo storico marocchino Mohamed Jabroun, che ha ripercorso le tappe della vicenda, dall’«errore storico» della Francia e della Spagna, che non hanno mai riconosciuto al Marocco la sovranità su tutto il suo territorio, all’ «alto tradimento dell’Algeria», che dopo l’indipendenza si è rifiutata di rinegoziare i confini tra i due Paesi facendo valere quelli fissati dalle potenze coloniali, alla «cospirazione» con l’Algeria nazionalista che ha tentato di rovesciare la monarchia marocchina durante gli anni della guerra fredda, per arrivare all’Algeria dei nostri giorni, definita un regime totalitario e privo di élite capaci di imprimere un cambiamento nella vita politica.    

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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