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Rassegna stampa

La maledizione delle risorse in Medio Oriente

Impianto per l'estrazione del petrolio [Pixabay]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 06/12/2018 18:54:56

L’espressione Resource Curse, o “maledizione delle risorse”, è stata utilizzata per la prima volta nel 1993 da Richard Auty per definire «gli effetti perversi che la ricchezza legata alle risorse naturali di un paese ha sul benessere economico, politico e sociale»[1]. Potrebbe apparire controintuitivo, ma la tesi, ripresa da numerosi autori, sostiene la correlazione inversa fra l’abbondanza di risorse, in particolar modo minerali, e l’affermarsi di governi autoritari e l’insorgenza di conflitti. Da un lato, la ricchezza associata alle risorse può attirare attenzioni indesiderate da parte di stati esteri, fino allo scatenarsi di conflitti; dall’altra, i ricavi ottenuti dagli idrocarburi sotto forma di royalties, canoni di concessione, tasse, bonus di firma e vendite rafforzano l’economia di uno stato, e di conseguenza consolidano il potere nelle mani dei regnanti.  


Una parte della comunità scientifica ha comunque sollevato alcuni dubbi, in particolare rispetto a due questioni. In primis, la relazione negativa fra risorse e democratizzazione sarebbe confermata ma spuria, ovvero non considererebbe altre variabili determinanti[2]. In secondo luogo, gli effetti negativi delle risorse minerarie, in particolare petrolio e gas naturale, sarebbero ampiamente controbilanciati dagli effetti positivi che avrebbero sull’economia. Pur riconoscendo i limiti del modello, considerare il ruolo di petrolio e gas naturale nelle dinamiche geopolitiche di una regione ricca di risorse come il Medio Oriente è fondamentale. E nello specifico la cosiddetta “maledizione delle risorse” potrebbe essere un elemento utile per comprendere l’affermazione di regimi autoritari e l’insorgenza di alcuni conflitti.

 

 

Arabia Saudita: abbondanza di risorse e autoritarismo
L’Arabia Saudita è il primo produttore in Medio Oriente di petrolio e detiene circa il 20% delle riserve globali. Secondo il report sulle spese militari recentemente pubblicato da SIPRI, il Regno è il terzo Paese al mondo per spese militari e quello che ha incrementato maggiormente gli investimenti in armamenti negli ultimi tre anni. Se economicamente Riyadh è estremamente facoltosa, il Paese fa registrare dati preoccupanti in temi di libertà civili, sociali, politiche e religiose, come dimostra la graduatoria di Freedom House, a causa di una forma autoritaria di governo. L’Arabia Saudita sembra dunque confermare quanto avanzato dall’ipotesi della Resource Curse: una robusta disponibilità di petrolio frena un possibile processo di democratizzazione[3]. Come notato da Kamrava[4], il controllo sull’accesso alle risorse da parte della famiglia regnante rafforza il cosiddetto “stato redditiere”, in cui un’ampia porzione del reddito nazionale è ricavata dalla vendita dei prodotti interni, nella fattispecie il petrolio. In sostanza, l’Arabia Saudita ha beneficiato nel processo di costruzione di un contratto sociale dell’esportazione di greggio, in particolare negli anni ’70 e dalla seconda metà degli anni ’90. E non è un caso che la fondazione del moderno stato saudita nel 1934 preceda di soli quattro anni la scoperta di ampi giacimenti on- e off-shore. Come sostenuto dalla tesi della maledizione delle risorse, la scoperta di giacimenti ha al contempo rafforzato un regime dinastico autoritario e prevenuto ogni processo di democratizzazione, erodendo, o addirittura cancellando, ogni espressione della società civile.

 

D’altra parte, la postura assunta dal regime anche grazie all’elevata disponibilità di risorse ha attratto numerose critiche da parte della comunità internazionale, che si trova stretta in una morsa fra dipendenza dal greggio saudita e retorica democratica. E sono soprattutto gli Stati Uniti a doversi destreggiare nella gestione dell’ingombrante alleato saudita. L’omicidio di Jamal Khashoggi è stato solo l’ennesimo capitolo di una storia breve ma intensa: quella dei rapporti fra Washington e la Riyadh del Principe Muhammad Bin Salman. Come evidenziato da Steven Cook su Foreign Policy, l’imprigionamento di attivisti, il mai chiarito ruolo saudita nell’11 settembre, il “sequestro” del Primo Ministro libanese Saad Hariri, una politica estera aggressiva verso il Qatar e in Yemen sono solo alcuni degli elementi che hanno messo in difficoltà la Casa Bianca. E infatti il Presidente Trump ha praticamente evitato il delfino di Riyadh durante il G20 della settimana scorsa a Buenos Aires. Allo stesso tempo però gli Stati Uniti hanno ribadito più volte il quasi incondizionato sostegno all’Arabia Saudita, bollando le critiche interne come caterwauling, miagolio.

 

In entrambe queste posizioni la luce dei riflettori si è comunque posta sulla figura di MBS. Inizialmente presentatosi come riformatore, la narrativa moderata si è progressivamente sgretolata, lasciando emergere i tratti di un regnante autoritario che sta provando a ridefinire l’ordine regionale senza disdegnare mezzi violenti. A dimostrazione della progressiva sfiducia verso il Principe saudita vi sono le proteste a Tunisi di settimana scorsa in occasione del meeting fra MBS ed Essebsi, il mancato incontro con il Presidente algerino Bouteflika datosi malato, il rifiuto di Muhammad VI del Marocco di incontrarlo e l’annullamento della visita ad Amman.

 

A parte Algeria e Marocco, però, il rigetto nei confronti della figura di MBS è avvenuto solo da parte della società civile. Al contrario, i reggenti di Egitto, Tunisia, Mauritania e Bahrein, recentemente incontrati dal Principe, sembrano aver accolto a braccia aperte i finanziamenti del Regno: 5 miliardi di dollari all’Egitto per costruire un’autostrada che connetta Il Cairo a Riyadh, 500 milioni di dollari di finanziamenti alla Tunisia, un nuovo ospedale in Mauritania e un oleodotto co-realizzato da Aramco e Bapco, la compagnia petrolifera di Manama.

 

Nello scacchiere regionale sembra dunque che i profitti sauditi derivati dagli idrocarburi non solo prevengano una transizione democratica, ma siano anche in grado di ammorbidire le posizioni apparentemente ostili di altri stati. I petroldollari e i conseguenti investimenti, nell’ottica saudita, offrono un’occasione per affermare il proprio status nel Medio Oriente.

 

Oltre all’arci-nemico iraniano, un’eccezione a questo schema è però rappresentata dal Qatar, il piccolo emirato isolato dal giugno 2017 per i presunti legami con Teheran, che hanno iritato Riyadh, e la vicinanza ai Fratelli musulmani, che ha innervosito Abu Dhabi. Benché l’Arabia Saudita abbia provato ad aprire a una nuova inclusione del Qatar nel Gulf Cooperative Council, l’opzione di un rinnovato dialogo è naufragata di fronte alle parole di Saad al-Kabi, Ministro per l’Energia di Doha, che ha annunciato l’uscita dall’Opec dal 1° gennaio dopo 58 anni. Il cartello, che gioca un ruolo centrale nel calmierare i prezzi del greggio a livello globale, rischia di subire l’ennesimo colpo mortale nel meeting di questi giorni a Vienna, dopo la crisi venezuelana e le frizioni fra Iran e Arabia Saudita. Le spaccature nel gruppo e il venir meno dell’organizzazione potrebbero far diminuire il prezzo del petrolio, danneggiando così un’economia poco diversificata come quella saudita. Proprio per questo Riyadh sta provando a convincere Mosca, nonostante l’opposizione di Washington,  a ridurre l’estrazione giornaliera di greggio. Ma cosa ci guadagnerebbe il Qatar? L’emirato, anch’esso governato da una dinastia autoritaria e colpito dalla cosiddetta maledizione delle risorse, non solo contribuisce a un misero 2% delle estrazioni di petrolio, ma è fra i massimi produttori di gas naturale. La mossa dunque si prevede avrà una portata economica limitata, ma politicamente mette alle strette il Regno saudita

 

 

Yemen: scarsità di risorse e conflitti

La maledizione delle risorse è inoltre collegata all’emergere di conflitti. In questo caso però si assiste a una correlazione differente. Se nel caso precedente vi è linearità fra abbondanza di risorse e autoritarismo del regime, nel caso di conflitti la relazione è a U[5]: una ridotta presenza di idrocarburi è associata a elevate probabilità di conflitti; con l’aumentare delle risorse diminuisce poi la possibilità di guerre, che però ritorna a crescere oltre una certa soglia di disponibilità di petrolio o gas naturale. E in questo modello ricade perfettamente il caso dello Yemen. In particolare, dall’emergenza della cosiddetta prima guerra di Sa’da nel 2004 si registra un costante calo di estrazioni di petrolio e un corrispettivo aumento delle violenze. Secondo Besley e Persson[6], la co-presenza di scarsità di risorse e di un governo autoritario che si fonda sulla cooptazione di alcune frange della popolazione a danno di altre costituisce una miscela esplosiva che rischia di infiammare conflitti difficilmente estinguibili, esattamente come è accaduto in Yemen.

 

L’ennesimo tentativo di porre fine a un conflitto che ha portato 7 milioni di bambini sull’orlo della carestia si tiene in questi giorni a Stoccolma, dove sono  giunte le delegazioni governative e houthi, un primo seppur parziale successo della mediazione ONU. Come ben evidenziato in questo articolo del Crisis Group, le possibilità di risolvere totalmente il conflitto sono pressoché nulle, date le posizioni incancrenite degli attori in campo. D’altra parte, l’inviato ONU Martin Griffiths potrebbe sfruttare il momento di attenzione dei media internazionali per fissare nuovi incontri nel 2019. I primi flebili segnali di distensione arrivano dall’evacuazione di 50 feriti affiliati ai ribelli houthi in Oman, con l’approvazione della coalizione guidata da Riyadh e Abu Dhabi. Un primo grande successo sarebbe comunque la messa in sicurezza della zona di Hodeidah, dove arriva la gran parte degli aiuti umanitari e dove le truppe emiratine hanno bloccato l’accesso ai funzionari delle Nazioni Unite. Il processo di Stoccolma è dunque l’ennesima tappa di un percorso che si presenta complesso ma indispensabile nella risoluzione della «più grande crisi umanitaria del mondo».

 


[1] Richard Auty, Sustaining Development in the Mineral Economies: The Resource Curse Thesis, Routledge, London 1993.

[2] Christa Brunnschweiler, Cursing the blessing? Natural resource abundance, institutions, and economic growth, «World Development», 36 (2007), pp. 399-419.

[3] Ricardo Restrepo Echavarría, Carlos Vazquez e Karen Garzón Sherdek, The resource curse mirage: the blessing of resources and curse of empire?, «Real35 (2016)

[4] Mehran Kamarava, The modern Middle East: A political history since the First World War, University of California Press, London 2011.

[5] Paul Collier e Anke Hoeffler, On economic causes of civil war, «Oxford Economic Papers», 50 (1998), pp. 563–573.

[6] Timothy Besley e Torsten Persson, The Logic of Political Violence, «Quarterly Journal of Economics», 126 (2011), pp. 1411–1445.

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