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Focus attualità

Disgelo in Medio Oriente

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 08/10/2021 16:40:41

Domenica scorsa l’Arabia Saudita ha confermato che a settembre c’è stato il primo colloquio diretto con il nuovo governo iraniano. Si tratta di un’importante novità anche se – come sottolinea Reuters – è parte di un processo iniziato a gennaio e già scandito, nei mesi precedenti all’insediamento di Ebrahim Raisi, da tre incontri in Iraq. Nell’annunciare la novità, il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan al-Saud non ha indicato dove si siano svolti i colloqui, ma la data coincide con la presenza di Raisi all’Assemblea Generale dell’ONU (nota a margine: i consessi multilaterali possono risultare inconcludenti, ma sono importanti anche perché offrono queste opportunità). Il ministro saudita ha poi sottolineato che i colloqui sono in una fase esplorativa, ma la speranza è che forniscano una base per affrontare questioni irrisolte tra i due Paesi.

 

Gli Stati Uniti si sono detti soddisfatti dell’iniziativa in corso tra Teheran e Riyadh: «accogliamo positivamente ogni colloquio diretto che porti a una maggiore pace e stabilità nella regione», ha affermato da Dubai Jennifer Gavito, funzionario dell’Ufficio per gli Affari del Vicino Oriente del Dipartimento di Stato americano.

 

La notizia di questo nuovo passo verso la distensione tra Iran e Arabia Saudita arriva poche settimane dopo la pubblicazione su Twitter di una foto che mostrava l’incontro tra i vertici di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi. L’immagine aveva sorpreso molti osservatori a causa dell’apparente clima disteso e amichevole tra attori politici che fino a poco prima si erano trovati su fronti opposti. Secondo quanto ha scritto Giorgio Cafiero sul sito del Gulf International Forum, i recenti sviluppi in Afghanistan hanno accelerato il lavoro delle diplomazie nel Golfo, dal momento che le capitali arabe hanno avuto un’ulteriore conferma che gli Stati Uniti, ultimi garanti della loro sicurezza, si stanno allontanando dal Medio Oriente. Ciononostante, profonde differenze ideologiche e varie forme di competizione continuano a influire sullo stato delle relazioni tra i Paesi del Golfo. La novità, si legge nel pezzo di Cafiero, è che gli attori regionali ora hanno scelto di tenere private le divergenze, e al contempo mostrare pubblicamente un volto distensivo. Nel caso specifico delle relazioni con il Qatar, fino a poco fa non era chiaro se gli Emirati fossero davvero favorevoli alla de-escalation ma – conclude Cafiero – la presenza il mese scorso a Doha di Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale emiratina, e il suo incontro con l’emiro Tamim potrebbero indicare la reale volontà emiratina di unirsi a Riyadh nel percorso di riconciliazione.

 

In effetti i colloqui sono proseguiti anche negli ultimi giorni: mercoledì il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed ha incontrato il ministro degli Esteri del Qatar. Come ha scritto Stratfor, si tratta dell’incontro di più alto livello tra i due emirati dalla fine del blocco imposto a Doha. Questi incontri segnalano la possibilità di una ripresa di investimenti e commercio tra i due Paesi, e persino di una «limitata cooperazione regionale».

 

Ma l’attività diplomatica degli Emirati non finisce qui: il ministro dell’Economia di Abu Dhabi si è infatti incontrato con il suo omologo siriano a margine dell’Expo 2020, iniziato lo scorso 1° ottobre a Dubai. Un incontro che mostra una volta di più come gli Emirati stiano facendo da apripista nel percorso di normalizzazione delle relazioni tra Siria e Paesi arabi.

 

Gli Emirati non sono però soli in questo ruolo. Nel focus attualità della settimana scorsa abbiamo parlato della riapertura dei valichi di frontiera e dei voli tra Giordania e Siria. Questa settimana, come si legge su al-Monitor, ci si è iniziati a chiedere se dopo Amman non sia la volta di Ankara. Secondo Amberin Zaman, la domanda viene posta con insistenza sempre maggiore durante i talk show politici turchi. Perché? Il motivo principale è il risentimento nei confronti dei 3,7 milioni di profughi siriani presenti nel Paese. Alcuni partiti di opposizione sono favorevoli a riallacciare le relazioni diplomatiche con la Siria di Assad perché sperano che questa sia la via per permettere il ritorno in patria dei profughi. Ma, come ha affermato il politologo Nezih Onur Kuru, sono sempre di più anche gli elettori dell’AKP che la pensano in questa maniera.

 

Tra Francia e Algeria è scontro sull’eredità coloniale

 

Questa settimana l’Algeria ha richiamato il suo ambasciatore a Parigi e ha chiuso il proprio spazio aereo ai voli militari francesi, causando un serio problema alle operazioni della Francia in Africa subsahariana. Le decisioni di Algeri sono una risposta alle dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron, riportate tra gli altri da Le Monde. L’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che il sistema politico-militare al potere in Algeria ha riscritto la storia della colonizzazione basandosi sul suo disprezzo verso l’Esagono. Macron ha inoltre messo in dubbio l’esistenza stessa della nazione algerina prima della colonizzazione francese. Il nuovo capitolo dello scontro tra Francia e Algeria arriva dopo la decisione francese, presa la settimana scorsa, di ridurre le concessioni di visti ai cittadini di Marocco, Algeria e Tunisia. Secondo il settimanale Jeune Afrique, la scelta di Macron di alzare i toni nelle relazioni con le ex colonie va inquadrata nelle logiche elettorali interne alla Francia: alle prossime elezioni Macron dovrà infatti cercare di sottrarre voti al polemista Éric Zemmour e a Marine Le Pen. Tuttavia, prosegue Jeune Afrique, la portata delle parole del presidente francese va oltre alle semplici necessità elettorali. Le dichiarazioni del fondatore di En Marche vanno lette invece considerando gli impegni francesi in Africa subsahariana. Secondo Naoufel Brahimi El Mili, politologo e studioso delle relazioni tra Algeri e Parigi, esse mostrano che la Francia sta perdendo terreno nel Sahel, perché la cooperazione militare con l’Algeria – importante per il lungo confine meridionale – è ai minimi, mentre Choguel Maïga (primo ministro del Mali) non si sforza nemmeno di nascondere il suo riavvicinamento alla Russia (con Mosca che è peraltro partner privilegiato proprio dell’esercito algerino).

 

L’attivista di origini algerine ed ex presidente della National Unione of Students del Regno Unito Malia Bouattia ha scritto per Middle East Eye un editoriale molto critico nei confronti di Macron, ma che evidenzia al tempo stesso come l’Algeria continui a utilizzare in modo strumentale la tensione con la Francia: il governo presenta infatti l’ex potenza coloniale come il grande nemico del popolo algerino, nella speranza di distrarlo dai propri crimini, e di proporre contemporaneamente una versione romanticizzata del passato dell’élite militare del Paese. Su questo punto converge anche un’editoriale pubblicato da Le Monde, secondo cui la reazione algerina dimostra che i responsabili dell’apparato «politico-militare […] non hanno intenzione di privarsi della retorica patriottica e antifrancese [utile a] far dimenticare l’impasse in cui hanno condotto il Paese».

 

Dal Mali, dove si trova in visita, ha replicato a Macron anche il ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, come ha riportato il quotidiano el-Watan: «i nostri partner stranieri devono decolonizzare la loro storia. Hanno bisogno di liberarsi da certi atteggiamenti, […], da certe visioni che sono intrinsecamente legate alla logica incoerente insita nella pretesa missione civilizzatrice dell’Occidente, che è stata la copertura ideologica utilizzata per provare a far passare il crimine contro l’umanità che è stata la colonizzazione dell’Algeria del Mali e di tanti popoli africani».

 

Prendere le misure ai talebani

 

A ormai più di un mese dall’insediamento dei talebani a Kabul, i Paesi della regione cercano di capire come relazionarsi con lo scomodo vicino.

 

L’Iran è uno di questi. Mohammad Sadeq Motamedian, governatore di una delle province di confine con l’Afghanistan, si è recato a Kabul, dove ha avuto incontri con i ministri della Cultura e dell’Informazione, del Commercio, dell’Industria e dell’Economia dell’Emirato afghano. Secondo il governatore iraniano, durante della visita è stato discusso lo stato del commercio e dei transiti tra i due Paesi, mentre il portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid ha annunciato che Teheran si impegnerà nella costruzione di strade in otto province afghane e nello sviluppo del sistema doganale di Herat.

 

Come si legge su Amwaj Media, l’Iran non ha una posizione ostile nei confronti dei talebani, e anzi crede che sviluppare relazioni pacifiche sia in linea con i suoi interessi. Al contrario, l’opinione pubblica resta largamente avversa ai talebani. In effetti, come si legge in un’analisi di Hamoon Khelghat-Doost, politologo della Üsküdar University, l’Iran si trova davanti a un dilemma: coinvolgersi con i talebani o meno? Intrattenere buone relazioni con l’Emirato non è privo di rischi per Teheran, preoccupata anche del trattamento riservato agli sciiti hazara, ma in ultima analisi l’obiettivo iraniano è allontanare i soldati statunitensi dalla regione, e i talebani sono funzionali a questo scopo.

 

Quanto a relazioni con i Talebani, il Qatar è un osservato speciale. Foreign Policy ha intervistato Lolwah Rashid al-Khater, portavoce del ministero degli Esteri di Doha. L’intervista è ricca di spunti, ma segnaliamo anzitutto che anche al-Khater ha dato per assodata la presenza di diverse correnti all’interno del movimento fondamentalista, sottolineandone anche le linee divergenti. Al-Khater ha poi affermato che per ora il Qatar non è orientato al riconoscimento del governo talebano, quanto piuttosto a perseguire una linea pragmatica che implica intrattenere relazioni informali con l’Emirato afghano. È importante osservare che quando le è stato chiesto se fosse lecito aspettarsi uno stile di governo differente da quello brutale della prima esperienza talebana a Kabul la risposta è stata: «possiamo soltanto sperare».

 

Il Washington Post ha pubblicato un reportage che aiuta a comprendere i motivi della vittoria talebana: «a Kabul e in altre città afghane gli Stati Uniti saranno ricordati per aver reso possibile due decenni di sviluppo dei diritti delle donne, dei media indipendenti e di altre libertà. Ma nelle zone rurali […] molti afghani vedono gli Stati Uniti principalmente attraverso il prisma del conflitto, della brutalità e della morte». Ma non è detto che ora le cose andranno meglio: come scrive The Soufan Center i Talebani devono fronteggiare la minaccia dello Stato Islamico, e nel farlo si trovano a dover svolgere un compito a cui non sono preparati: quello dell’antiterrorismo e della contro-insorgenza. La triste conferma arriva proprio nella giornata di oggi: un attentato in una moschea di Kunduz ha provocato almeno 100 morti tra i fedeli sciiti riuniti in preghiera.

 

Se Dubai non è (solo) sinonimo di business e lusso

 

Con un anno di ritardo a causa della pandemia, Dubai ha inaugurato a inizio ottobre l’Expo 2020 e siamo sicuri che l’Emirato vorrebbe essere al centro dell’attenzione internazionale soprattutto per questo. Ma non è così. Questa settimana infatti un tribunale del Regno Unito ha confermato che lo sceicco di Dubai, Mohammed bin Rashid al-Maktoum, già al centro di diverse critiche in seguito alla reclusione della principessa Latifa, ha utilizzato lo spyware Pegasus (di cui vi avevamo parlato qui) per hackerare il telefono dell’ex moglie, la principessa Haya, e di cinque suoi associati, inclusi i due avvocati, di cui uno membro della House of Lords. Tutto mentre i due erano al centro di un processo di separazione e in discussione c’era la gestione dei due figli. Stando a quanto si legge sul sito della BBC, l’allarme all’entourage della principessa Haya, che risiede in Gran Bretagna, è arrivato da Cherie Blair, moglie dell’ex primo ministro Tony Blair, ora consulente dell’azienda NSO Group, sviluppatrice di Pegasus. Secondo il Guardian questi ultimi sviluppi, che includono la condanna per interferenza nei procedimenti giudiziari del Regno rivolta ad al-Maktoum, metteranno sotto la lente di ingrandimento lo status delle relazioni tra il Regno Unito e gli Emirati Arabi.

 

 

Rassegna dalla stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

 

I Pandora Papers investono anche il Medio Oriente

 

Lo scandalo dei Pandora papers – la grande inchiesta giornalistica sui paradisi fiscali che ha portato alla luce i patrimoni finanziari offshore di governanti e uomini d’affari di tutto il mondo – ha investito anche Medio Oriente e Nord Africa. Secondo il rapporto pubblicato dall’agenzia di stampa libanese al-Daraj, sono decine le personalità arabe coinvolte nel caso. Come scrive al-Nahār, uno dei maggiori quotidiani nazionali, in questa inchiesta il Libano segna purtroppo un altro triste primato: è il Paese con il maggior numero di società offshore, ben 346. Nell’occhio del ciclone sono finiti il primo ministro Najib Mikati, il governatore della Banca del Libano Riyadh Salama e l’ex primo ministro Hassan Diab. Paradossale, secondo ‘Arabī21, la posizione di Mikati, che prima di essere nominato aveva promesso di lavorare per salvare l’economia del Paese dal collasso. E altrettanto paradossale è la posizione di Diab che, prima di presentare le sue dimissioni dal governo in seguito all’esplosione del porto di Beirut il 4 agosto 2020, aveva dichiarato guerra all’evasione fiscale. Ad ogni modo Mikati si è difeso a mezzo stampa dicendo che il suo patrimonio deriva dalle attività della sua società di telecomunicazioni, già sottoposta a svariati controlli nel 2005 prima di essere quotata alla borsa di Londra. Lo stesso ha fatto Hassan Diab, che ha spiegato di aver partecipato effettivamente alla costituzione di una società offshore, ma di aver ceduto le sue quote nel 2019.

 

Dal grande calderone dei Pandora Papers è uscito anche il nome del re di Giordania ‘Abdullah II che, secondo l’inchiesta, possiede 36 società di comodo a Panama e nelle Isole Vergini britanniche attraverso le quali avrebbe acquistato almeno 14 immobili di lusso nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Anche nel caso giordano, la stampa nazionale filo-governativa è stata mobilitata a sostegno dell’innocenza del re. Sul quotidiano al-Dustūr, Hazem Qashou – Presidente della Commissione Affari Esteri del Parlamento, e fondatore e segretario del partito al-Risala – ha difeso la monarchia, definendo i Pandora Papers «un’operazione di marketing per infiammare l’opinione pubblica». Il fatto di sollevare l’attenzione internazionale sulla vicenda, ha spiegato, è funzionale all’accordo siglato lo scorso giugno dai Paesi del G7, che prevedeva l’applicazione di un’aliquota minima del 15% per le grandi aziende con i quartieri generali offshore.

 

Nel Golfo sono invece finiti nel mirino degli investigatori l’emiro del Qatar, shaykh Tamim bin Hamad Al Thani, a cui si contesta l’acquisto di alcune proprietà di lusso a Londra attraverso due società registrate alle Isole Vergini britanniche; il suo ex primo ministro Hamad bin Jassim Al Thani, proprietario della Boomerang Investment Limited nelle Isole Cayman e della Treetop Family Foundation a Panama, e l’emiro di Dubai nonché primo ministro degli Emirati Muhammad bin Rashid al-Maktum. Dall’inchiesta sono inoltre usciti i nomi del precedente emiro del Kuwait, shaykh Sabah al-Ahmad al-Sabah, e dell’ex primo ministro del Bahrain, shaykh Khalifa bin Salman Al Khalifa, risultato proprietario di una società offshore con un patrimonio di 60 milioni di dollari e di diverse proprietà in Svizzera e in Germania.

 

La stampa del Golfo non ha dato particolare rilievo all’inchiesta. Negli Emirati, al-Ittihād non l’ha neppure menzionata, al-‘Ayn al-Ekhbariyya ha preferito parlare del coinvolgimento del re giordano e dei politici libanesi anziché degli emiri, mentre al-Khaleej si è limitato a pubblicare un breve commento su Carlo Ancelotti, allenatore del Real Madrid, finito anch’esso al centro delle indagini. Silenzio stampa anche in Qatar, dove i media hanno preferito sorvolare sull’accaduto.   

 

Lo scandalo, benché in misura minore, ha investito anche la monarchia marocchina. E la stampa algerina ha colto la palla al balzo per screditare il Regno, con cui è ai ferri corti ormai da diversi mesi. Il quotidiano algerino al-Shurūq ha infatti titolato “Gli scandali dei Pandora papers raggiungono il palazzo reale marocchino” e ha aperto la (lunga) rassegna delle personalità implicate nel caso con la sorella di re Mohammed VI, la principessa Lalla Hasna, che avrebbe acquistato una casa di lusso a Londra attraverso una società di comodo e utilizzando i soldi della famiglia regnante marocchina.

 

I Pandora Papers non lasciato scampo neppure alla Tunisia. In questo caso a essere finito al centro delle indagini è Mohsen Marzouk – leader del partito Machrou Tounes e responsabile della campagna elettorale dell’ex presidente Beji Caid Essebsi. Marzouk, spiega il quotidiano londinese al-‘Arabī al-Jadīd, ha costituito la sua società offshore nel 2014, poco prima delle elezioni presidenziali che sarebbero state vinte da Essebsi.

 

In breve

 

Le autorità tunisine hanno chiuso il canale televisivo Zitouna TV dopo che uno dei conduttori ha letto una poesia contro la dittatura. Il conduttore è stato arrestato con l’accusa di mettere a rischio la sicurezza della Tunisia (BBC News).

 

Secondo il New York Times sono oltre 3000 gli yazidi di cui si sono perse le tracce. Il quotidiano americano stima che molti siano deceduti, ma altri sono ancora nelle mani di combattenti dell’ISIS, alcuni dei quali hanno cambiato casacca e si trovano nella zona di Idlib o in Turchia.

 

Il Grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, ha in programma per fine ottobre o inizio novembre uno storico incontro privato con l’Ayatollah sciita Ali al-Sistani a Najaf (Amwaj Media). Il Grande Imam ha rilasciato un’intervista a Vatican News in cui sottolinea l’importanza dell’enciclica Fratelli Tutti anche per i musulmani.

 

Secondo al-Monitor il governo egiziano sta cercando di utilizzare la Chiesa Copta ortodossa per espandere la sua influenza nei Paesi del bacino del Nilo, nell’ambito di una strategia di soft power funzionale a migliorare la posizione del Cairo nella disputa con l’Etiopia sulla Grande Diga del Rinascimento etiope (GERD).

 

Un’inchiesta della CNN mostra che l’Etiopia ha utilizzato la compagnia aerea di linea per trasportare armi da e verso l’Eritrea durante il conflitto nel Tigrè.

 

In Marocco il Re ha nominato il nuovo governo guidato da Aziz Akhannouch (Jeune Afrique)

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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