Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 08/04/2022 16:45:23

Mentre gli occhi del mondo continuano a essere puntati sull’Ucraina, dove si continua a combattere, per la prima volta dal 2016, e dopo violenze che sono costate la vita di oltre 400.000 persone, in Yemen è entrata in vigore sabato scorso una tregua di due mesi. Grazie all’accordo, favorito dalle Nazioni Unite e annunciato nel secondo giorno di colloqui di pace a Riyad, le navi per il rifornimento energetico avranno il permesso di utilizzare il porto di al-Hudaydah e saranno parzialmente riaperti i voli dall’aeroporto di Sana’a, entrambi sotto il controllo dei ribelli houthi. Stando a quanto riportato dalla BBC, saranno anche riaperte le strade verso la città assediata di Taiz nella zona sudoccidentale del Paese. I negoziati si sono svolti a Riyad senza la presenza degli houthi, che hanno ritenuto inappropriato svolgere i colloqui in «territorio nemico» e che dunque sono stati raggiunti in Oman dai rappresentanti dell’ONU. Come ha scritto Gerald M. Feierstein, vicepresidente del Middle East Institute, è cruciale comprendere cosa ha portato la parti belligeranti ad accettare questa tregua. Secondo il Centro per gli Studi strategici di Sana’a, interpellato da Le Monde, è lo stallo della situazione militare ad aver spinto le parti a trovare un primo accordo. Si tratterebbe di un aspetto particolarmente significativo per gli houthi, «che hanno sepolto le loro illusioni di vittoria» assoluta dopo le sconfitte nelle regioni di Marib e Shabwa. Tuttavia, c’è un’ipotesi «ugualmente credibile» secondo Feierstein e cioè che gli houthi vogliano utilizzare questi due mesi per riorganizzarsi e fare rifornimenti prima di riprendere l’iniziativa militare.

 

Nell’annunciare – il primo giorno di Ramadan – l’accordo, Hans Grundberg, inviato speciale dell’Onu per il conflitto in Yemen, ha affermato che lo scopo della tregua è anzitutto dare un po’ di sollievo agli yemeniti, e in secondo luogo far affiorare la «speranza che la conclusione del conflitto sia possibile». Il presidente Joe Biden ha definito «importanti» i risultati del processo negoziale, ma ha anche sottolineato quanto ancora resti da fare. Molti analisti, come ha scritto il New York Times,  hanno avvertito che la tregua è soltanto «il primo passo in un lungo e complicato processo», e che rimangono molti ostacoli al raggiungimento della pace.

 

Uno di questi ostacoli potrebbe, forse, essere stato rimosso: nel corso di questa settimana infatti l’Arabia Saudita ha favorito l’uscita di scena di Abdrabbuh Mansour Hadi, presidente dello Yemen e figura particolarmente invisa agli houthi. Il potere è passato dalle mani di Hadi a quelle di un consiglio composto da 8 persone: quattro molto vicine agli Emirati Arabi, due al Congresso Generale del Popolo (partito di Hadi) e due del partito islamista Islah. A presiedere il consiglio sarà il generale Rashad al-Alimi, ex consigliere proprio di Hadi.

 

Secondo Gregory D. Johnsen si tratta di un tentativo di ricostruire un minimo di unità nel fronte anti-houthi, ma non è chiaro come i componenti del consiglio, che hanno visioni diametralmente opposte, possano lavorare insieme: come si comporteranno le figure legate agli Emirati Arabi e quelle legate alla Fratellanza musulmana? Quanto inciderà la presenza nel consiglio di figure del Consiglio di Transizione del Sud (STC) che mira all’indipendenza della zona meridionale del Paese? Nonostante gli interrogativi siano molti Peter Salisbury, analista dell’International Crisis Group, ha definito l’accordo «a Big Deal».

 

Anche in caso di soluzione del conflitto, rimangono enormi rischi per il Paese: secondo Farea Al-Muslimi del Centro per gli Studi strategici di Sana’a l’impatto della guerra in Ucraina si farà sentire in Yemen: «la questione alimentare e, soprattutto, quella dell’approvvigionamento di grano, diventerà via via più problematica». Per il reperimento dei beni alimentari lo Yemen dipende quasi totalmente dall’estero, e il 47% del grano che consuma proviene dall’Ucraina e dalla Russia. Già adesso la situazione è critica: come ha spiegato Reuters, i prezzi alimentari sono esplosi, obbligando la popolazione yemenita a modificare le abitudini alimentari durante il mese di Ramadan: l’alimentazione non si baserà sui piatti tradizionali di questo periodo, ma semplicemente «su ciò che possiamo [reperire] per riempire i nostri stomaci».

 

È crisi politica in Pakistan: Imran Khan prosegue la tradizione dei suoi predecessori?

 

Il futuro del primo ministro Imran Khan in Pakistan (e del Paese stesso) è in bilico. Domenica scorsa il Parlamento avrebbe dovuto votare una mozione di sfiducia nei confronti di Khan e la sensazione era che l’opposizione avrebbe avuto la meglio (anche a causa del timore di molti, ha scritto Hamid Mir sul Washington Post, che Khan volesse trasformare il sistema di governo pakistano da parlamentare a presidenziale). La votazione però non si è tenuta: il vicepresidente del Parlamento, membro dello stesso partito di Khan, l’ha infatti cancellata, affermandone l’incostituzionalità. Un provvedimento motivato dalla convinzione secondo cui la figura del primo ministro sarebbe al centro di un complotto internazionale ordito dagli Stati Uniti per estrometterlo dal potere. Posizione opposta a quella di Bilawal Bhutto Zardari, uno dei leader dell’opposizione, secondo cui è proprio la sospensione della votazione a essere incostituzionale. Costretto a fare i conti con un parlamento ostile, Khan ha allora chiesto al presidente del Pakistan Arif Alvi di sciogliere il Parlamento e indire elezioni anticipate. Ma quando sembrava che Khan fosse riuscito a salvarsi, la Corte Suprema del Paese ha stabilito, con voto unanime, che il voto di sfiducia si sarebbe dovuto regolarmente svolgere sabato.

 

Ma più che al complotto organizzato dagli Stati Uniti (ai quali pure non dispiacerebbe vedere Khan – che non ha fatto mistero dei suoi legami con Putin – estromesso dal potere), le radici della crisi vanno cercate nella gestione economica del Paese e nel rapporto tra Khan e il potente esercito pakistano. Sul versante economico, il Pakistan fa i conti con un’inflazione tra il 13 e il 15% (Financial Times) che impoverisce la classe media (Foreign Policy), con il valore della rupia ai minimi storici (Al-Jazeera) e con un elevato tasso di disoccupazione. Per quanto riguarda l’esercito, le forze armate pakistane hanno giocato un ruolo fondamentale nel permettere a Khan prima di essere eletto e poi di governare ma, come ha spiegato il Washington Post, le relazioni tra il primo ministro e Qamar Bajwa (vertice delle forze armate) si sono fatte più complicate. Primo, perché l’esercito teme che la sua immagine venga associata alla disastrosa gestione economica del Paese da parte di Khan. Secondo, per una differenza di vedute in politica estera: Bajwa è infatti favorevole a un approccio più conciliante nei confronti di Stati Uniti e India. Ultimo, ma non per importanza: in Pakistan c’entra sempre in qualche modo il potente servizio di intelligence ISI, ed è sulla nomina del capo dei servizi segreti che si è consumata un’ulteriore rottura tra Khan e l’esercito.

 

Secondo Marvin G. Weinbaum, direttore della sezione di studi su Afghanistan e Pakistan del Middle East Institute, è probabile che ci si saranno nuove elezioni, e non è escluso che Khan possa tornare a vincerle. In caso in sconfitta, il primo ministro ha già fatto capire di non essere disposto ad accettare l’esito delle votazioni, ciò che creerebbe un terreno fertile per l’intervento diretto da parte dei militari. Con ogni probabilità, dunque, Khan continuerà la tradizione dei precedenti 18 primi ministri pakistani, nessuno dei quali ha mai completato il mandato quinquennale.

 

In Israele attentati e crisi di governo

 

La settimana scorsa Israele era stato al centro del vertice che ha visto la partecipazione dei ministri degli Esteri di Marocco, Emirati Arabi, Bahrein, Stati Uniti ed Egitto. Durante il summit sono state gettate le basi per un più stretto coordinamento anche in ambito securitario, sospinto dalla minaccia (più o meno) comune ai partecipanti: l’Iran, Paese con cui proseguono i negoziati per il ripristino dell’accordo sul nucleare. Se ufficialmente Israele vi si oppone, a porte chiuse lo ritiene comunque preferibile al mancato raggiungimento di un accordo, ha scritto Ben Caspit su al-Monitor.

 

Israele però è alle prese con altri due problemi di politica interna: gli attentati e una nuova crisi di governo. Secondo il primo ministro Naftali Bennett nelle ultime due settimane le forze di sicurezza israeliane hanno sventato 15 attacchi terroristici e, nonostante ciò, sono già 11 (Haaretz) le persone rimaste uccise in quello che Bennet ha definito un «campanello d’allarme». Amos Harel ritiene elevata la probabilità che gli attacchi continuino, ma ritiene di non essere di fronte a nulla di paragonabile a una nuova intifada: «per ora, questa non è una rivolta popolare, ma piuttosto un’ondata di terrorismo [compiuta] da individui o al massimo cellule». E se Hamas finora non ha dato segnali di particolari attività, è lo Stato Islamico invece ad aver rivendicato l’azione che ha causato la morte di due membri della polizia di frontiera di Israele.

 

L’ondata di attentati ha messo a dura prova il governo di Bennett, accusato da destra di aver incluso la lista araba nella sua coalizione, e da sinistra di non aver fatto concessioni ai palestinesi e non aver avviato i colloqui di pace. Situazione ulteriormente peggiorata dall’uscita dalla maggioranza della deputata di Yamina Idit Silman la quale, passando all’opposizione, ha messo in minoranza il governo. Silman, che fuoriesce dallo stesso partito di Bennett, ha invocato la formazione di un nuovo governo interamente di destra e secondo Axios potrebbe avere già un accordo con il Likud di Benjamin Netanyahu.

 

Eccidio in Mali

 

Il 27 marzo i soldati maliani, coadiuvati dai mercenari russi del gruppo Wagner, hanno arrestato nella cittadina di Moura tra le 200 e le 400 persone, alcune delle quali sospettate di essere miliziani jihadisti. Ma anziché accertarne l’appartenenza ed eventualmente detenere chi doveva essere detenuto, i soldati hanno giustiziato sommariamente circa duecento persone (i numeri restano incerti al momento). È l’accusa di Human Rights Watch (ma anche di ONG locali e di fonti onusiane), che ha definito quello avvenuto a Moura la «peggiore atrocità» dall’inizio del conflitto nel Paese. Gli arresti e le esecuzioni sommarie da parte dell’esercito maliano e del gruppo Wagner sono stati descritti da Jeune Afrique, che ha anche affermato che la «zona delle tre frontiere», a cavallo di Mali, Niger e Burkina Faso, sta vivendo i «peggiori massacri di civili» dal 2012, e riferito di una fossa comune che conterrebbe oltre 200 cadaveri nei pressi di Moura.

Secondo un editoriale di Le Monde, i fatti di Moura sono molto simili a ciò che è avvenuto in Ucraina a Bucha: cambia l’attenzione mediatica, ma gli esecutori del massacro hanno molto in comune e rispondono a Vladimir Putin. In Mali come in Ucraina, conclude il quotidiano francese, i responsabili dei crimini di guerra vanno puniti.

 

Capitali del Golfo verso l’Egitto

 

Gli investimenti e l’aiuto economico che Arabia Saudita ed Emirati Arabi forniscono all’Egitto non sono una grossa novità. Al contrario è significativo che il Qatar abbia annunciato investimenti per un valore di 5 miliardi di dollari in Egitto, Paese con cui fino a poco più di un anno fa le relazioni diplomatiche erano congelate. Come ha riportato Amwaj Media, il Qatar ha anche firmato un accordo per l’acquisizione del 40% dei un giacimento di gas naturale al largo delle coste egiziane e, in generale, ha scritto Reuters, i Paesi del Golfo sembrano sempre più interessati a subordinare gli investimenti all’acquisizione di beni tangibili in Egitto.

 

Intanto a marzo il Cairo, nonostante la guerra, ha importato il 24% in più di grano dalla Russia rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

 

Tunisia sempre più verso l’autoritarismo

 

Il presidente tunisino Kais Saied ha emanato un decreto per sciogliere ufficialmente il Parlamento, sospeso dal luglio scorso. Inoltre, Saied ha minacciato di processare i deputati per cospirazione contro il Paese. Le decisioni di Saied sono state commentate dal presidente turco Erdogan che le ha definite un oltraggio alla democrazia.

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Tunisia: Saied scioglie il parlamento e prepara il “monologo” nazionale

 

In Tunisia continua lo smantellamento delle istituzioni democratiche. La settimana scorsa il presidente Kais Saied ha sciolto il parlamento, i cui lavori aveva sospeso la scorsa estate. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha reagito a questa decisione definendola «un colpo alla volontà del popolo tunisino» e innescando un botta e risposta con Saied, che ha accusato la sua controparte turca di ingerenze nella politica interna tunisina.  

 

Mercoledì a Monastir, in occasione della celebrazione del 22esimo anniversario della morte di Habib Bourguiba, Saied ha annunciato l’apertura di un dialogo nazionale in preparazione delle prossime elezioni legislative (previste per il 17 dicembre), in occasione delle quali verrà adottato il sistema uninominale a doppio turno anziché il voto di lista.

 

Dialogo non significa però più apertura dal momento che Saied ha già dichiarato che ne saranno esclusi «i ladri e i golpisti», sottintendendo Ennahda e tutti i partiti che il 30 marzo hanno partecipato alla sessione parlamentare convocata a sorpresa da Rached Ghannouchi e hanno cercato di votare l’abolizione delle misure che hanno dato i pieni poteri a Saied. Al di là di questa dichiarazione, resta il dubbio che il presidente voglia escludere tutti i partiti dal dialogo, anche quelli che lo sostengono, visto che fino a oggi ha incontrato soltanto i rappresentanti di alcune istituzioni civili. Questo dialogo, ha dichiarato Saied, si svolgerà a partire dai risultati della consultazione nazionale tenutasi sulla piattaforma online tra metà gennaio e metà marzo, in occasione della quale il popolo tunisino ha espresso la preferenza per un sistema presidenziale.

 

Ciò che però il presidente non dice è che alla consultazione hanno partecipato soltanto 500.000 cittadini su 12 milioni. Per questo, come spiega il giornalista tunisino Walid al-Tlili su al-Arabī al-Jadīd, il presidente sta cercando di simulare l’esistenza di un consenso attorno alla sua figura che in realtà non esiste. E mentre Saied ostenta (un’infondata) sicurezza, le tensioni e le divisioni interne, la crisi economica che si aggrava giorno dopo giorno e lo spettro dell’isolamento politico del Paese lasciano presagire che la Tunisia «stia entrando rapidamente in un tunnel buio».

 

Il sito d’informazione tunisino Kapitalis, che sembra riflettere le posizioni del Presidente, avanza un’ipotesi complottista e immagina che Ghannouchi abbia convocato la tanto discussa sessione parlamentare con il sostegno degli Stati Uniti, del Regno Unito e degli Stati che «vogliono creare scompiglio in Tunisia» e spingere il Paese verso uno scenario simile a quello libanese, libico o yemenita. L’articolo agita infine lo spettro di una guerra civile qualora Saied dovesse usare il pugno di ferro contro i partiti oppositori, i quali, a loro volta, potrebbero scendere in piazza facendo ricorso alla violenza.  

La tesi del grande complotto internazionale è espressa a più riprese sullo stesso sito. Un altro articolo, per esempio, ipotizza che il presidente turco Erdoğan – definito «la pedina degli americani e degli inglesi nella regione araba» – voglia riportare Ghannouchi al potere in Tunisia.  

 

«Il terremoto del 6 aprile»

 

Rimanendo nel continente africano, è stata una settimana di tensione anche in Sudan. Il 6 aprile – anniversario della rivolta popolare che nel 1985 rovesciò il presidente militare Jaafar Nimeiri, e primo giorno delle proteste che nel 2019 portarono alla fine del governo di Omar al-Bashir – migliaia di sudanesi sono scesi in piazza in 17 città del Paese per manifestare contro il golpe del capo dell’esercito Abdel Fattah al-Burhan avvenuto lo scorso autunno e chiedere un governo civile democratico. A dare rilievo al «terremoto del 6 aprile», come la manifestazione è stata definita dai suoi organizzatori, sono stati soprattutto al-Jazeera e il sito d’informazione online filo-islamista ‘Arabī21, ostili per loro natura ai governi militari.  

 

In Arabia Saudita il Ramadan accende le polemiche

 

In Arabia Saudita l’inizio del Ramadan è stato segnato da un acceso dibattito su Twitter sull’apparizione di alcuni esponenti della Sahwa (il movimento del Risveglio, la versione saudita dell’attivismo islamista) in diversi programmi televisivi. La polemica ha avuto come bersaglio in particolare il predicatore ‘A’id al-Qarni, negli anni ’90 uno dei principali esponenti del movimento islamista saudita, a cui è stata assegnat a la conduzione di due programmi tv per il mese di Ramadan. Sul suo account Twitter, l’intellettuale saudita Turki al-Hamad ha paragonato la Sahwa al nazismo, mai del tutto morto, che di tanto in tanto cerca di rinascere dalle proprie ceneri, mentre la giornalista Hayla al-Mushawah (con un seguito di oltre 98.000 follower) ha parlato della necessità di «seppellire il pensiero e il risveglio» dei predicatori sahwi.

 

Va detto, però, che nel 2019 ‘A’id al-Qarni aveva già fatto il proprio mea culpa in tv, dicendosi pentito del suo passato islamista e abbracciando pubblicamente le politiche del principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. Una vicenda prontamente rievocata dal quotidiano filo-islamista ‘Arabī21, che ha sfruttato la polemica nata negli ultimi giorni per attaccare a sua volta il predicatore, accusandolo di aver rinnegato il suo passato e di essere un voltagabbana.

 

Polemiche di Ramadan a parte, per l’Arabia Saudita quella che sta volgendo al termine è stata una settimana molto intensa anche dal punto di vista geopolitico. Ieri a Riyadh, al termine dei colloqui di pace che hanno visto protagoniste le fazioni coinvolte nella guerra in Yemen (a esclusione degli houthi), il presidente yemenita ‘Abd Rabbuh Mansur Hadi ha annunciato le sue dimissioni e la creazione di un Consiglio presidenziale a cui ha trasferito tutti i suoi poteri.

 

Il quotidiano londinese al-Quds ha dipinto Hadi come un uomo che «ha perso il rispetto degli yemeniti e dei suoi protettori sauditi» e che in dieci anni ha dimostrato la sua totale inadeguatezza a tenere unito il Paese. E ha concluso dicendo che Hadi è un «presidente arabo» e i presidenti arabi non si dimettono, lasciando intendere tra le righe che probabilmente è stato accompagnato alla porta dai sauditi.

 

Questa tesi è stata sostenuta anche dal quotidiano libanese filo-hezbollah al-Akhbār, che ha definito l’accaduto un «golpe bianco» a opera di Muhammed Bin Salman. Secondo le fonti di al-Akhbār, mercoledì sera il principe ereditario saudita avrebbe incontrato i membri candidati a formare il Consiglio e successivamente avrebbe dato il ben servito a Hadi, destituendolo contro la sua volontà.

 

Ben diverse sono invece le considerazioni dei quotidiani filo-sauditi. L’ex direttore di al-Sharq al-Awsat ‘Abdul Rahman al-Rashid ritiene infatti che la decisione di Hadi sia un passo avanti verso la sottrazione dello Yemen agli houthi e all’Iran, una sorta di assunzione di responsabilità verso il popolo yemenita, più unito che mai nel voler sconfiggere il nemico iraniano.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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