Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:57:08

Il mese di ottobre termina con una buona notizia: Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia nel 2010 in Pakistan, è stata graziata e rilasciata dalla Corte Suprema pakistana nonostante le pressioni di gruppi islamisti. Come ben ricostruito da Guardian, il Presidente della Corte Saqib Nisar, supportato anche dal Primo Ministro Imran Khan, non si è fatto intimidire dai proclami ostili di Khadim Rizvi, leader del partito Tehreek-e-Labbaik, che ha minacciato di paralizzare il Paese in caso di scarcerazione. Il gruppo ha infatti reso la Legge sulla blasfemia il proprio cavallo di battaglia nell’agenda politica.

 

Come aveva raccontato a Oasis il cardinal Coutts, Presidente della Conferenza Episcopale del Pakistan, la minoranza cristiana, che conta circa cinque milioni di persone, non gode purtroppo di ottima salute: marginalizzata economicamente e socio-politicamente, i cristiani rappresentano infatti una parte vulnerabile della popolazione. Ed è in particolare la Legge sulla blasfemia, resa più severa durante il processo di islamizzazione del Paese voluto dal Generale Zia ul-Haq a partire dalla fine degli anni ’80, a essere lo strumento di coercizione dei cristiani, come il caso Asia Bibi ha dimostrato.

 

Le enormi pressioni politiche e mediatiche internazionali hanno però certamente contribuito all’esito positivo della vicenda. In prima linea nella mobilitazione troviamo Papa Francesco, che ha incontrato i famigliari della donna nel febbraio di quest’anno.

 

Le ultime notizie fanno però intuire che il dramma di Asia Bibi non è ancora finito: il suo legale ha dovuto abbandonare il Pakistan dopo essere stato minacciato di morte e la donna cristiana resta ancora in carcere, a seguito di una richiesta di riesame presentata dall’accusa e dopo la sigla di un accordo tra il governo pakistano e gli islamisti per mettere fine alle manifestazioni.

 

L’accoglienza nelle parole del Pontefice e nel Sinodo “Chiesa delle Genti”

 

Il 29 ottobre Papa Francesco, in udienza con i missionari scalabriniani, ha denunciato la chiusura nei confronti dei migranti auspicando l’accoglienza dello straniero.

 

Sebbene i numeri dell’immigrazione si siano ridotti dalla fine del 2017, come dimostra questo report del 31 ottobre del Ministero degli Interni, il tema dell’incontro fra i popoli non può passare in secondo piano. Oltre al monito del Santo Padre, la Diocesi di Milano ha assunto una posizione chiara, dedicando il Sinodo minore “Chiesa dalle Genti” proprio alla questione dell’accoglienza e dell’altro, precisamente in virtù del fenomeno migratorio esperito nella diocesi. Il Sinodo minore ha rafforzato il legame fra la comunità ambrosiana e diversi gruppi stranieri, quali i cristiani filippini e i maroniti libanesi.

 

Ma il fenomeno migratorio ha un respiro maggiore, alimentandosi e ingigantendosi a causa di guerre, carestie, violenze e drammi umani. Le recenti crisi nel Sahel, il collasso della Libia e lo sconvolgimento siriano hanno senza dubbio contribuito ad arricchire un processo già di per sé difficilmente arginabile.

 

Novità in Siria

 

È stato nominato il nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, il norvegese Geird Pedersen. Il successore di De Mistura, già facilitatore degli accordi di Oslo fra Israele e l’OLP, avrà il delicato ruolo di mediatore fra tutte le forze in campo, con l’obiettivo di raggiungere un equilibrio dopo sette anni di conflitto. Non bisogna inoltre dimenticare la composizione demografica siriana: le appartenenze tribali multiple e la pluralità di confessioni religiose rendono la Siria un crogiolo di fedi, lingue e costumi arduo da gestire. Come aveva detto a Oasis Joshua Landis, l’intervento americano in Iraq ha dato il via a un profondo rimescolamento, in cui gli equilibri di potere su base confessionale si sono trasformati. Se in Iraq la maggioranza sciita è riuscita a invertire il rapporto di forza con la minoranza sunnita al governo, in Siria il tentativo di detronizzare l’alawita Bashar al-Assad si è rivelato vano.

 

Il riposizionamento di Washington su Yemen e Qatar

 

Questa “avanzata” sciita non ha lasciato indifferente il campione del mondo sunnita, l’Arabia Saudita. Le ripetute accuse mosse all’Iran, reo di sostenere guerre per procura per espandere la propria influenza regionale, si sono accompagnate ad una “confessionalizzazione” del discorso pubblico e politico. Un esempio evidente è lo Yemen, un paese ormai al collasso, come ha scritto Charles Schmitz sul sito di Oasis. Le terribili immagini di una crisi umanitaria senza precedenti, come riportato dal New York Times, non possono lasciare indifferenti. Solo nell’ultima settimana, 78 civili sono morti nel distretto di Al Hudaydah e le stime sono arrivate a parlare di oltre 14 milioni di persone a rischio carestia. La situazione disperata del Paese, in guerra da oltre tre anni, ma in tumulto da almeno cinque volte tanto, ha portato gli Stati Uniti, alleato del Regno saudita nella lotta contro i ribelli filo-iraniani Houthi, a chiedere un cessate il fuoco. Il Segretario della Difesa Mattis e il Segretario di Stato Pompeo hanno infatti invitato ad una rapida interruzione degli scontri per alleggerire una situazione in stallo non più sostenibile.

 

Gli Stati Uniti hanno cercato inoltre di rinegoziare la propria posizione con il Qatar, come spiegato in questo articolo di Bloomberg. La decisione di bloccare le relazioni diplomatiche ed economiche con il Qatar, presa nel giugno 2017 da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, con l’appoggio di Egitto e Bahrain, era stata inizialmente abbracciata anche da Trump seppur con qualche riserva all’interno della sua amministrazione, come ben rappresenta il caso di Rex Tillerson, ex Segretario di Stato sollevato dal suo incarico da Trump. L’insuccesso dell’iniziativa a 16 mesi di distanza, la storica vicinanza di Doha a Washington e la presenza di una base militare a stelle e strisce nel Paese hanno comportato così un ripensamento nel governo

 

Nonostante si sia mostrata infastidita dal caso Jamal Khashoggi e a dispetto di divergenze più o meno marcate rispetto alle questioni yemenite e qatariote, Washington ha più volte ribadito la vicinanza a Riad, sia in funzione anti-iraniana, con la seconda tranche delle sanzioni in arrivo per l’inizio di novembre, sia in un’ottica di marginalizzazione di alcuni gruppi islamisti, uno su tutti la Fratellanza Musulmana, su cui l’amministrazione Obama aveva assunto una linea più moderata.

 

L’incontro Israele - Oman

 

Lo scacchiere mediorientale ha assistito nell’ultima settimana a un incontro non usuale. Se la politica estera dell’Arabia Saudita è stata caratterizzata da una certa aggressività, soprattutto negli ultimi anni, diverso è il discorso per l’Oman. Il Sultanato ha sempre giocato un ruolo da mediatore, assumendo una posizione conciliante nelle relazioni con tutti gli attori stranieri: è stato infatti l’Oman a ospitare gli incontri fra rappresentanti di Washington e funzionari di Teheran nella stesura del JCPOA. Una linea moderata che ha condotto il Sultano Qaboos a incontrare il Primo Ministro di Israele Benjamin Netanyahu in un meeting che sarebbe dovuto rimanere segreto a Muscat. Il solo fatto che erano 22 anni dall’ultima volta in cui un politico israeliano, Shimon Peres, incontrava il leader di un paese arabo con cui non vi erano relazioni diplomatiche, fa intendere la rilevanza dell’evento. Da un lato, l’Oman potrebbe offrire un canale di comunicazione preferenziale ma confidenziale fra Israele e Iran, dall’altro il Sultanato potrebbe favorire un insolito asse saudita-israeliano in funzione anti-iraniana, coerente con il progetto americano per il Medio Oriente, avendo ammesso durante la conferenza Manama Dialogue 2018 di considerare ormai Israele come una consolidata realtà  della regione. L’Oman ha mantenuto fede alla propria vocazione mediatrice bilanciando l’incontro con un ulteriore vis-à-vis fra il Sultano e il Presidente dell’OLP Mahmoud Abbas e con una visita a Ramallah del Ministro degli Affari Esteri Yusuf bin Alawi.

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