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Religione e società

I filippini e il desiderio d’essere parte della Chiesa di Milano

Filippini alla messa celebrata dal Cardinal Tagle nel Duomo di Milano [Claudio Divizia / Shutterstock.com]

«Noi siamo migranti, ma ci consideriamo italiani. Sentiamo l’Italia come la nostra casa, anche se la lingua rimane un ostacolo»

Ultimo aggiornamento: 15/05/2018 12:19:22

Don Noel Osial è un religioso salesiano, responsabile della più numerosa tra le comunità cattoliche filippine di Milano: San Tommaso, che ha sede alla “Parrocchia dei migranti” di Santo Stefano Maggiore. Membro della Pastorale dei migranti filippini, don Noel ha coordinato alcuni incontri per rispondere alle domande poste dal Sinodo minore “Chiesa dalle genti, responsabilità e prospettive”, indetto dall’Arcivescovo di Milano Mario Delpini.

Uno degli scopi del Sinodo è aprire la Chiesa ambrosiana alle numerose comunità cristiane di migranti già presenti e radicate nella Diocesi. Per questo, chiede il contributo di tutti.

 

La centralità della famiglia

 

Dalle riflessioni comunitarie è emersa la grande importanza che i fedeli filippini riservano alla trasmissione della fede ai propri figli. Nel documento presentato per il Sinodo si legge la testimonianza di gratitudine nei confronti della Chiesa e della comunità cristiana, sentita come una famiglia che si prende cura della singola persona e che aiuta anche chi vive lontano dai propri cari ad approfondire la fede.

È proprio la famiglia, secondo don Noel, il punto forte della comunità filippina, dove da bambini si respira grande devozione e amore per la tradizione, e quasi per osmosi queste vengono trasmesse nella vita quotidiana. «I nostri figli mantengono la fede perché crescono in un ambiente cattolico» e continuano ad appartenere alla Chiesa anche da adulti. «Si può dire – prosegue don Noel – che i genitori piantino un seme, soprattutto attraverso la preghiera in famiglia, che poi cresce grazie allo Spirito Santo».

Molti fedeli filippini fanno parte di movimenti religiosi, i quali dedicano molta attenzione e impegno all’educazione dei giovani, promuovendo per loro gruppi di lettura della Bibbia e momenti di preghiera.

 

Il problema della lingua

 

La fede dei cristiani filippini è molto viva. Fanno lavori considerati umili (badanti, colf, babysitter…), racconta don Noel, ma grazie alla durezza del lavoro «è più facile vedere Gesù, il Crocifisso […]. Perciò sentiamo fortemente il Suo patimento a causa del Suo amore».

Un problema è però quello della lingua. Le celebrazioni sono in tagalog, la lingua d’origine, usata anche nella trasmissione della fede, delle tradizioni e nelle preghiere in famiglia. E questo per il sacerdote è un ostacolo: «Se parlo in italiano gli adulti e gli anziani non mi capiscono; se parlo in tagalog non sono compreso dai giovani».

Nonostante la comunità filippina sia presente in Italia da trent’anni, non c’è mai stato un vero interesse nell’imparare l’italiano: la maggior parte delle persone ha un vocabolario ridotto, conosce soltanto l’indispensabile per lavorare. «Il problema è dei filippini. Inizialmente venivano in Italia per guadagnare abbastanza da sostenere la propria famiglia e la prospettiva era quella di tornare a casa. Un filippino in Italia guadagna almeno cinque volte di più rispetto a quanto guadagnerebbe nel suo Paese». Negli anni molti hanno deciso di restare ma, nonostante questo, gli sforzi linguistici degli adulti non sono aumentati, sebbene i loro figli siano madrelingua italiana.

 

In rapporto con la Chiesa ambrosiana

 

Da parte dei Vescovi e della Diocesi in generale c’è una grande apertura e attenzione nei confronti dei migranti, afferma don Noel, «ma nelle realtà locali delle parrocchie non è sempre così. Spesso siamo sentiti da alcuni parroci come una minaccia, perché hanno paura che la nostra presenza diventi invasiva e allontani i parrocchiani italiani». In certi casi, si legge ancora nel documento presentato dai fedeli filippini alla Commissione sinodale, «sembra che la comunità filippina sia diventata una parrocchia parallela».

«La mia personale aspettativa da questo Sinodo – conclude il sacerdote – è che sia possibile inserirci maggiormente nella Chiesa locale. Noi siamo migranti, ma ci consideriamo italiani. Sentiamo l’Italia come la nostra casa».

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