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Religione e società

Nuovo censimento per la nazione dei migranti

La migrazione non è un fenomeno unitario, ma ricco di sfaccettature e influenzato da fattori diversi a seconda delle motivazioni che spingono a lasciare la propria casa. Eccoli spiegati

Per migrazione si intende uno spostamento del centro di interessi di un individuo (la cosiddetta dimora abituale o spazio di vita o spazio vissuto) tra due contesti territoriali significativamente distanti tra loro. Nella società contemporanea tale spostamento avviene sovente tra paesi situati in continenti diversi e comporta, per la persona che lo agisce, elementi di rottura e discontinuità rispetto alla precedente impostazione di vita.

 

 

Le migrazioni possono essere distinte in: interne/internazionali, se utilizziamo l'entità politica "stato" come ambito territoriale di riferimento; temporanee/definitive rispetto alla durata; individuali/familiari/per gruppi (un tipico esempio di migrazioni per gruppi si ha nel caso di rifugiati, profughi, minoranze perseguitate, vittime di guerra o di calamità naturali); volontarie/coatte (e.g. determinate da pressione demografica differenziale piuttosto che da persecuzioni politiche e/o religiose).

 

 

Le migrazioni internazionali

 

La definizione di migranti internazionali assunta dalla United Nations Population Division, fa riferimento a individui che vivono in un paese diverso rispetto a quello in cui sono nati. La differenza tra il paese di origine e quello di residenza è convenzionalmente assunta come criterio definitorio, in quanto si tratta di uno dei pochi aspetti oggettivamente rilevabili nel quadro della mobilità internazionale.

 

Nell'ambito dei migranti internazionali sono incluse le cosiddette displaced persons, espressione anglosassone che indica chi è stato costretto a lasciare il paese natio in una cosiddetta forced migration (migrazione forzata). In questa categoria rientrano anche i richiedenti asilo (asylum seekers) e i rifugiati (refugees) in un paese straniero per sfuggire a persecuzioni, guerra, terrorismo, povertà estrema, carestie e disastri naturali.

 

Negli ultimi 45 anni [questo articolo è stato pubblicato nell'ottobre 2007, ndr], le Nazioni Unite hanno evidenziato un trend in costante crescita per quanti riguarda i flussi di migrazioni internazionali: dal 1960 a oggi il numero di persone che si sono spostate è cresciuto di circa due volte e mezzo. Nel 1960, infatti, il numero di migranti internazionali era di circa 75 milioni di individui, mentre, secondo le stime più recenti delle Nazioni Unite , nel 2005 i migranti internazionali sono stati poco meno di 200 milioni, vale a dire il 3% circa della popolazione mondiale (una persona ogni trentaquattro), anche se il fenomeno si distribuisce in maniera disomogenea e assume caratteristiche peculiari da paese a paese. Stime relative al 2005 indicano che nelle aree più sviluppate (Europa, Nord America, Oceania e Giappone) il numero di migranti internazionali raggiunge complessivamente i 115 milioni di individui (su un totale di poco meno di 200 milioni di migranti nel mondo), vale a dire che il 60,5% circa dei migranti internazionali risiede in queste aree del globo. Significa altresì che essi rappresentano il 10% circa della popolazione dei paesi più sviluppati. Nel solo Nord America i migranti sono 44 milioni e rappresentano il 13-14% della popolazione (contro il 3% del dato medio mondiale), vale a dire che ogni sette-otto abitanti uno è un migrante. Le stime evidenziano due dati interessanti: da un lato l'alta percentuale femminile di migranti (52,2% del totale) in queste parti del mondo e, dall'altro, la condizione dei rifugiati. Secondo le rilevazioni delle Nazioni Unite, il numero di rifugiati nel mondo si aggira intorno ai 13.472.000 individui, i quali rappresentano il 16,7% dei migranti internazionali. Nel volgere di quarantacinque anni il numero di rifugiati è aumentato di sei volte e mezzo, passando dai 2.164.000 del 1960 ai 13.471.000 del 2005.

 

 

Le interpretazioni sociologiche del fenomeno migratorio

 

Gli approcci tradizionali allo studio delle migrazioni, in generale, risentono delle influenze legate a una concezione ipo- o iper- socializzata dell'azione umana, e possono essere ricondotti a due filoni principali, quello olista, ispirato alle teorizzazioni di autori del calibro di E. Durkheim e K. Marx, e quello individualista, di derivazione weberiana e simmeliana. Secondo la concezione individualista, l'attore è ipo-socializzato e l'azione migratoria concepita come self-interested. All'interno dell'approccio olista, al contrario, è stata data grande rilevanza ai cosiddetti push/pull factors: la scelta migratoria viene ricondotta alla predominanza di fattori espulsivi (push) nelle aree di origine o attrattivi (pull) nelle aree di destinazione. La mobilità viene quindi spiegata in base a squilibri salariali, differenze di accesso al capitale nelle sue diverse forme, dislivelli sul piano delle tecnologie disponibili, scarti significativi nella densità e nei ritmi di crescita demografica.

 

Tuttavia, questa prospettiva non tiene conto dei fattori soggettivi, quali la spinta a migliorare le condizioni di vita del proprio nucleo familiare che permane nel paese d'origine, e non è in grado di spiegare esaustivamente il mancato ri-orientamento al contrario dei flussi migratori. Una declinazione della teoria dei push/pull factors rispetto alla dinamica demografica, mette in luce che, laddove si evidenzi l'impossibilità, da parte del mercato del lavoro autoctono, di assorbire la forza lavoro giovanile, i giovani facenti parte di una sorta di élite più determinata tendono a sfuggire a una realtà occupazionale in progressivo deterioramento. Ravvisare tuttavia nell'emigrazione l'unica soluzione agli squilibri del mercato del lavoro (nei paesi di origine) significa peccare di semplicismo: il saldo migratorio contribuisce infatti solo in minima parte ad attenuare l'incremento della popolazione in età lavorativa. Appare evidente che in futuro i flussi migratori dal sud al nord del pianeta s'irrobustiranno, coinvolgendo in maniera sempre più significativa l'Europa.

 

 

Un contributo significativo alla comprensione dei fenomeni migratori è offerto dalla cosiddetta prospettiva meso, in grado porre l'accento sui legami sociali. A partire dagli anni '80, sulla scia del crescente interesse verso le reti e i reticoli, anche la sociologia delle migrazioni comincia a concepire il fenomeno in termini di relazioni sociali che si stabiliscono tra migranti e non migranti. Si evidenzia un aspetto «autopropulsivo» delle migrazioni, vale a dire la capacità dei flussi di mantenersi nel tempo nonostante il mutare delle condizioni nei paesi di origine e di destinazione. In altri termini, i movimenti dei migranti seguono dei tracciati reticolari: i network creati da coloro che li hanno preceduti. Questi reticoli generano un patrimonio in termini di capitale sociale, al quale potranno attingere i futuri migranti, con l'effetto di ridimensionare i tempi, i costi e i rischi della migrazione, e quindi di renderla più probabile. Al tempo stesso, i significativi retroeffetti prodotti dalle migrazioni nei paesi di origine renderanno più probabili altre migrazioni. Nel caso dei migranti, i network si fondano sulla parentela, l'amicizia, la comune origine, la condivisione della cultura o di una relazione. Si fa quindi largo il concetto di network etnico, che contribuirà a dare ragione del perché le migrazioni internazionali si producano, nonostante le politiche di chiusura, e si mantengano nel tempo, nonostante le diminuite opportunità offerte dai paesi di destinazione. Oggi i network hanno spesso una configurazione transnazionale e sono in grado di diffondere informazioni, conoscenze e strategie a disposizione d'ogni nuovo potenziale migrante. I network collegano in modo dinamico le popolazioni nelle società d'origine e in quelle di destinazione, fungendo da meccanismo per l'interpretazione delle informazioni e delle risorse disponibili in entrambe le direzioni. Per questo motivo la migrazione è stata definita un fenomeno «network mediated» fortemente strutturato dai legami parentali e di amicizia: «Non sono gli individui a emigrare, ma i network». La nozione di network etnico, inoltre, apre alle grandi questioni relative ai percorsi di integrazione e agli esiti della convivenza interetnica, consentendo di andare oltre il cosiddetto modello assimilazionista americano.

 

 

La teoria relazionale, riprendendo gli assunti propri della prospettiva dei network, offre un punto di vista originale allo studio dei fenomeni migratori, osservandoli in termini di relazioni e della loro generatività sociale. In particolare, il paradigma relazionale consente di focalizzarsi sulla molteplicità di legami che connettono gli attori sociali prima/durante/dopo l'esodo. Esaminare la variabile tempo consente di comprendere le funzioni differenti svolte dalla rete in rapporto al cambiamento delle necessità del migrante. Se infatti, in un primo momento, la rete ha una funzione principalmente orientata verso l'interno (sostegno psico-culturale ai suoi membri, mutuo aiuto per rispondere a bisogni più urgenti ), in un secondo momento la rete dovrà confrontarsi con l'esterno, assumendo forme di aggregazione e rappresentanza a carattere universalistico anziché familistico. La prospettiva relazionale "vede" e valorizza sia la dimensione strutturale (asse del re-ligo) propria dei network, sia quella culturale (asse del re-fero) e le relaziona in modo da fare emergere quell'effetto imprevisto e imprevedibile ex ante che prende il nome di eccedenza relazionale. Aggiunge, quindi, una terza semantica di tipo generativo, che rende conto degli aspetti morfogenetici e/o morfostatici della relazione sociale, quali sono quelli propri dei processi migratori. Un esempio tipico della peculiarità dell'approccio relazionale allo studio delle migrazioni emerge quando introduciamo la nozione di capitale sociale. Nella prospettiva relazionale, il capitale sociale è una qualità della relazione sociale, se e in quanto è vista e agita come risorsa per l'individuo e/o la società. La sua funzione primaria, come relazione sui generis, non è quella d'essere strumento per ottenere qualcosa, ma di favorire la relazionalità sociale, vale a dire la scambietà che produce un bene condiviso, da cui derivano particolari risorse come effetti secondari. Il capitale sociale, nella prospettiva relazionale, non è solo un vantaggio competitivo per l'individuo, che "lo usa e lo consuma", e/o per la società, che deve contare su di esso per rigenerarsi come società; esso è un bene in sé, che può essere visto, dal lato dell'individuo, come risorsa che l'individuo utilizza per la sua azione e, dal lato della società, come trama di relazioni che costituiscono il mondo comune.

 

 

La migrazione come evento familiare

 

La prospettiva relazionale, per le sue caratteristiche peculiari, consente di leggere i fenomeni migratori come eventi relazionali e, nello specifico, familiari. La dimensione familiare è ancora in larga parte trascurata dai maggiori organismi che si occupano di fenomeni migratori e questioni strettamente imbricate (diritti umani etc.). Emerge la centralità della famiglia nelle varie fasi che compongono il processo migratorio, ad esempio nel momento in cui viene presa la decisione di emigrare e vengono valutate le strategie familiari di sopravvivenza e/o di mantenimento. La famiglia stabilisce inoltre gli obblighi reciproci tra i migranti e i membri che restano nel paese d'origine. In seguito, sarà ancora in seno alla famiglia stessa che si opererà la scelta di fare ritorno al paese di origine o di stabilirsi definitivamente in quello di accoglienza. L'identità di chi emigra è così confermata (o viceversa esposta al rischio di sradicamento) dalla dimensione etica chiamata in gioco dall'investitura familiare.

 

La prospettiva relazionale, come precedentemente affermato, consente di valorizzare la dimensione temporale nelle scelte familiari, poiché pone l'accento sui legami e sui rapporti di cui il migrante partecipa, i quali possono supportare la sua crescita o, viceversa, ostacolarla. Alcune ricerche hanno messo in luce come si possa parlare di connessione e rielaborazione delle dimensioni del passato e del futuro solo a partire dalla terza generazione di migranti. In questo caso la famiglia, come soggetto relazionale di generi e generazioni, gioca come luogo primario d'elaborazione e trasmissione dei significati culturali. La prospettiva trigenerazionale consente di vedere come vengono connesse le esigenze della cultura familiare di appartenenza e quelle del nuovo ambiente sociale, superando la separatezza simbolica e reale sperimentata dalla prime generazioni. La necessità di riconsiderare i fenomeni migratori come eventi familiari apre alla possibilità di comprendere meglio la complessità del fenomeno, ma, al contempo, pone una serie di quesiti d'ordine etico e culturale che non è più possibile trascurare.

 

La prospettiva familiare impone, in primo luogo, di considerare tutta una serie di problemi legati alle difficoltà che le famiglie sperimentano nella migrazione: la sfida delle famiglie left behind e la cura dei legami a distanza (peculiare è il caso della genitorialità a distanza, come sempre più spesso accade quando sono le donne della famiglia, le madri, a migrare); la sfida delle famiglie transnazionali che sperimentano una duplice appartenenza e che mettono in crisi il concetto stesso di cittadinanza, imponendo una riflessione e una revisione dell'assunto per cui la cittadinanza coincide con il concetto di Stato-nazione; la sfida delle seconde generazioni che sempre più mettono alla prova i concetti di incorporazione e di inclusione per non creare minoranze svantaggiare e reattive.

 

 

É evidente dunque che è necessario centrare sulla dimensione familiare la riflessione sulle modalità attraverso cui i migranti e le società che li accolgono possano integrarsi, secondo una logica di apertura reciproca e improntata a una paritarietà tra i soggetti. Questo significa, inoltre, fare largo a un'idea di tolleranza che non si fondi sulla convinzione che tutte le verità siano relative, quanto piuttosto sul fatto che la verità, in quanto esterna e superiore ai singoli, non può mai essere interamente compresa: un'idea di tolleranza di principio, come la definisce Seligman.

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