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Quello tra Cina e Iran non è il vero accordo a cui guardare

Wang Yi, ministro degli Esteri cinese e Javad Zarif, omologo iraniano dopo la firma dell'accordo tra Cina e Iran [Fars News Agency, CC BY 4.0]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 02/04/2021 14:40:33

Questa settimana ci occupiamo dell’influenza cinese in Medio Oriente, di jihadismo in Mozambico e Indonesia e della riapertura del Canale di Suez

 

La settimana scorsa vi avevamo parlato del “tour” mediorientale di Wang Yi, ministro degli Esteri cinese. Ebbene, il tour ha dato i suoi frutti. Ad attirare maggiormente l’attenzione della stampa è stato senza dubbio l’accordo Iran-Cina, ma potrebbe non essere questo il vero aspetto a cui guardare. Vediamo di cosa si tratta.

 

Cina e Iran hanno siglato un accordo della durata di 25 anni per rafforzare i legami tra la Repubblica Islamica e Pechino. Secondo Farnaz Fassihi e Steven Lee Myers (New York Times) l’accordo prevede investimenti cinesi in Iran di circa 400 miliardi di dollari in 25 anni a fronte di un costante flusso di petrolio dall’Iran verso la Cina (flusso che nel mese di marzo si è attestato intorno al milione di barili al giorno). L’intesa – scrivono Fassihi e Lee Myers – «può rafforzare l’influenza cinese in Medio Oriente e minare gli sforzi americani per mantenere isolato l’Iran». Sembra concordare con questa lettura il generale Ali Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale iraniana, che ha salutato la firma dell’accordo come un passaggio ulteriore verso il declino degli Stati Uniti (Press TV).

 

Eppure Najmeh Bozomrgmehr sul Financial Times evidenzia che «i dettagli […] non sono stati resi noti, e non è chiaro quanto potrebbero differire dalla bozza di 18 pagine [diffusa l’anno scorso], che non indicava alcun cambiamento strategico della politica estera dell’Iran». Quella bozza, inoltre, parlava in generale di «cooperazione» in diversi ambiti, ma non contiene, specifica Bozomrgmehr, le «informazioni sugli investimenti cinesi in Iran». L’accordo, scrive su Twitter Bill Figueroa (Università della Pennsylvania), non prevede «metodi di esecuzione, obiettivi misurabili o specifici programmi». Inoltre, fino a quando rimarrà in vigore il regime sanzionatorio voluto dagli Stati Uniti, anche per Pechino non sarà semplice dare concreta attuazione a progetti e investimenti multimilionari nella Repubblica Islamica.

 

Hamos Arel su Haaretz ha sottolineato che sono le politiche volute dal duo Donald Trump-Benjiamin Netanyahu ad aver spinto Teheran verso Est, dando la possibilità a Pechino di approfittare delle difficoltà economiche iraniane.

 

A cosa serve dunque questa firma e quali conseguenze avrà? Jonathan Fulton sostiene che la Cina potrebbe usare il suo rapporto con l’Iran come un elemento di scambio nel negoziato con gli Stati Uniti. Il rischio per Pechino, però, scrive Giorgio Cuscito su Limes, è che «tali dinamiche [generino] tensione tra Repubblica Popolare e Arabia Saudita, cruciale partner cinese nel settore energetico, ma anche rivale numero uno della Repubblica Islamica assieme a Israele».

 

[Da questa settimana ci trovate anche su LinkedIn!]

 

Come abbiamo anticipato in apertura, altre tappe del viaggio mediorientale di Wang Yi sono state seguite, a torto, con minore attenzione. Una su tutte quella negli Emirati: mentre infatti l’accordo sino-iraniano è sostanzialmente una “lista” delle buone intenzioni, ad Abu Dhabi, sottolinea ancora Jonathan Fulton, è possibile vedere concretamente in cosa consiste la partnership sino-emiratina. E riguarda una delle cose più preziose di questa fase storica: la produzione di vaccini. Per la prima volta – osserva Bloomberg – Pechino permette la produzione del vaccino realizzato da Sinopharm fuori dai confini nazionali, scegliendo di sfruttare la partnership con gli Emirati. La realizzazione delle dosi di Hayat-Vax (così si chiamerà il vaccino prodotto localmente – “Hayat” significa “vita”) avverrà grazie a una joint-venture creata tra Sinopharm e la società emiratina G42, attiva nell’ambito dell’intelligenza artificiale e con stretti legami con le istituzioni emiratine.

 

Abu Dhabi, quindi, può vantare rispetto a Teheran una relazione con Pechino strutturata, concreta, che coinvolge direttamente le élite del Paese e alcune sue aziende chiave in un settore importante come quello dei vaccini. Inoltre, gli Emirati offrono alla Cina qualcosa che l’Iran non può offrire, potendo adempiere perfettamente al compito della Belt and Road Initiative: creare connessioni, cosa che al contrario l’Iran fatica a garantire.

 

Prove di Califfato in Mozambico

 

Mercoledì scorso un gruppo jihadista ha sferrato un attacco a Palma, in Mozambico, che si è protratto per alcuni giorni e ha portato alla caduta della città nelle mani dei terroristi. L’attacco ha provocato la fuga di migliaia di persone e fatto un numero ancora imprecisato di vittime. Secondo MSF la situazione a Palma, nella provincia di Cabo Delgado, è «straziante».

 

Il gruppo che ha compiuto l’attacco si chiama al-Shabab ma, a differenza dell’omonimo somalo che è legato ad al-Qaeda, è affiliato allo Stato Islamico. Nonostante la presenza del gruppo russo Wagner e di mercenari sudafricani, l’esercito del Mozambico non è riuscito a impedire la conquista di un porto strategico come Palma. Al-Shabab si è formato nel 2007 per scissione dal Consiglio Islamico del Mozambico (gruppo riconosciuto dallo Stato) e si caratterizza per la predicazione salafita e l’ostilità verso l’Islam sufi locale (qui spieghiamo perché i salafiti ce l’hanno con i sufi).

 

Alcune analisi ci aiutano a capire cosa ha spinto il gruppo jihadista a muovere contro la città di Palma. Anzitutto occorre ricordare che non si tratta di un fatto isolato: già l’anno scorso i terroristi avevano preso il controllo di un’altra città affacciata sull’Oceano Indiano, Mocimboa da Praia (New York Times).

 

Frank Gardner, interpellato dalla BBC, ritiene che l’origine dell’insurrezione sia locale, dovuta alla marginalizzazione delle comunità indigene, che sono escluse dai benefici derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali. La provincia di Cabo Delgado è infatti una delle più povere del Paese, ma il suo sottosuolo è ricco di risorse, spiega Jeune Afrique. Si stima che il progetto legato all’LNG e gestito da un consorzio con a capo la francese Total abbia un valore di 60 miliardi di dollari (Le Monde). Tuttavia, nonostante l’origine locale, al-Shabab ha stabilito contatti con il mondo jihadista dell’Africa orientale: «leader spirituali radicali hanno assistito [il gruppo mozambicano] con la formazione religiosa e anche militare», ha affermato Olivier Guitta, geopolitical risk analyst di GlobalStrat interpellato ancora dalla BBC. I legami con il “centro” di ISIS in Siria e Iraq sono deboli, ma l’affiliazione di al-Shabab ha comunque permesso allo Stato Islamico di sfruttare queste azioni a proprio vantaggio, provando a dare l’impressione di essere globalmente all’offensiva (New York Times).

 

Il rischio è che il gruppo terroristico mantenga il controllo della città, ricreando un piccolo “Califfato” a due passi da risorse energetiche (e dunque, potenzialmente, finanziarie) imponenti. Per questo Daniele Raineri (Il Foglio) ritiene che un intervento militare internazionale a Cabo Delgado sia inevitabile. Al contrario, Le Monde afferma che un intervento straniero in Mozambico sarebbe controproducente e potrebbe galvanizzare la propaganda jihadista.

 

Cristiani sotto attacco in Indonesia

 

Mentre si festeggiava la Domenica delle Palme due attentatori suicidi – secondo la polizia marito e moglie – si sono fatti esplodere fuori da una chiesa di Makassar, sull’isola indonesiana di Sulawesi, causando 19 feriti. La polizia ha eseguito 13 arresti (Yahoo News). Papa Francesco ha pregato per le vittime dell’attacco in Indonesia (Avvenire), mentre il presidente Joko Widodo ha condannato quanto avvenuto, non esitando a definirlo “atto di terrorismo” (Reuters). Il capo della polizia Listyo Sigit Prabowo ha affermato che i responsabili fanno parte di un gruppo filo-Stato Islamico chiamato Jamaah Ansharut Daulah che in passato ha già attaccato alcune chiese in Indonesia e Filippine.

 

Quanto avvenuto è significativo non solo perché l’Indonesia è il più popoloso Paese a maggioranza musulmana (si stimano almeno 741.000 moschee nel Paese) ma perché segnala la distanza tra i tentativi del governo di promuovere il cosiddetto “Islam moderato” (anche avvalendosi del controverso appoggio dei sauditi, come mostra questo editoriale pubblicato sul Jakarta Post) e la «crescita dell’Islam radicale» indonesiano (Sky News).

 

Suez è riaperto. E ora?

 

La settimana scorsa la nave portacontainer Ever Given si è incagliata nel canale di Suez, bloccando per sei giorni l’infrastruttura chiave che connette il Mar Mediterraneo con l’Oceano Indiano. Oggi, nella nostra “era digitale”, potremmo essere portati a dimenticare quanto sia “analogico” il network che connette il mondo, scrive Ishaan Tharoor sul Washington Post. Si stima che il blocco causato dalla Ever Given abbia fermato merci per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Fatto di per sé importante, ma ulteriormente aggravato dalla tempistica: scrive The Hindu che il blocco è arrivato nel momento «peggiore possibile» per il commercio globale, a causa delle difficoltà poste dalla pandemia.

 

Diversi contributi hanno provato a interpretare il significato di quanto avvenuto. Per Peter S. Goodman (New York Times) il blocco di Suez ha dato al mondo «un altro avvertimento riguardo i rischi della sua forte dipendenza dalle supply chain globali». Adam Taylor sul Washington Post ha evidenziato che cambiamenti climatici, terrorismo e le crescenti dimensioni delle navi (raddoppiate nell’ultimo decennio – Bloomberg) faranno aumentare i rischi di simili incidenti.

 

Quando la Ever Given è stata rimossa, il presidente egiziano al-Sisi, preoccupato che altri (leggasi i russi, che hanno subito “pubblicizzato” la rotta artica – The Moscow Times) potessero sfruttare l’accaduto, ha lodato lo «sforzo patriottico» che a suo parere ha mostrato al mondo l’affidabilità dell’Egitto nella gestione di Suez. Ma con la ripresa del traffico marittimo non terminano i problemi. Come ha spiegato Stephen Flynn (Northeastern University) alla CNBC ci vorranno circa 60 giorni prima del ritorno a una parvenza di normalità nel commercio globale. La chiusura ha infatti generato un effetto domino, che comprende la congestione dei porti e il fatto che le navi non siano nel posto corretto per il successivo viaggio programmato ma soprattutto, prosegue Flynn, l’effetto peggiora lo stato delle filiere di approvvigionamento, «già in difficoltà anche a causa della carenza di container dovuta al boom di acquisti per la pandemia».

 

Qualcuno ne pagherà purtroppo le conseguenze e come spesso accade, piove sul bagnato: durante il blocco la Siria ha dovuto razionare (ulteriormente) l’uso di combustibile a causa della sua scarsità nel Paese (The Guardian).

 

In breve

 

Georges Fahmi riflette sul diverso atteggiamento delle Chiese orientali nei confronti delle proteste: contrarie a quelle della prima ondata in Siria ed Egitto, favorevoli a quelle della seconda in Libano e Iraq. Le ragioni spiegate su Open Democracy.

 

Un libro scritto da Mohamed Abdelsalam, ex consigliere del Grande Imam di al-Azhar, ripercorre la nascita e l’evoluzione dell’amicizia tra Papa Francesco e Ahmad al-Tayyeb (Arab News).

 

Nel primo pomeriggio di venerdì diplomatici europei hanno annunciato che settimana prossima gli Stati Uniti e l’Iran parteciperanno a negoziati indiretti a Vienna sul nucleare iraniano (Reuters).

 

In Libano per la prima volta da circa un anno il prezzo del pane è diminuito (L’Orient-Le Jour). Il Patriarca Bechara Rai continua a invocare la “neutralità” del Libano; su L’Orient-Le Jour la storia di questo concetto.

 

Il Sudan ha approvato l’iniziativa emiratina di porsi come mediatore nella disputa con l’Etiopia riguardo la grande diga sul Nilo (Middle East Eye). I negoziati dell’Unione Africana sono falliti e per la prima volta al-Sisi ha direttamente minacciato l’Etiopia (Al-Monitor).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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