Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 22/07/2022 17:37:28

Joe Biden è tornato dal suo viaggio in Medio Oriente e, come ha scritto Michele Brignone nella sua analisi per Oasis, i risultati concreti sembrano scarsi. Ma soprattutto, il viaggio del presidente americano ha evidenziato che le monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno ormai scommesso sulla nascita di un mondo multipolare non più dominato da Washington. Uno degli aspiranti leader di un “polo” alternativo è naturalmente Vladimir Putin, il quale proprio in questi giorni è stato in Iran, dove ha incontrato sia l’Ayatollah Khamenei che Ebrahim Raisi, e dove è stato raggiunto da Recep Tayyip Erdoğan. Sul viaggio del presidente americano in Medio Oriente è stato scritto un numero infinito di articoli e analisi, e ne parleremo nella seconda parte. Prima ci concentriamo su quello che molti (va detto, senza troppa fantasia) hanno definito nuovo “Asse del male”: quello formato da Russia, Iran e Turchia.

 

Cosa accomuna Russia e Iran? In primis l’isolamento a cui vorrebbe sottoporli l’Occidente e, secondo, le sanzioni, ha scritto il Washington Post, mentre il New York Times ha sottolineato come Mosca e Teheran condividono l’antiamericanismo. In Siria, poi, la Repubblica Islamica e la Federazione russa giocano dalla stessa parte. L’incontro tra i vertici russi e iraniani ha riproposto le domande e le ipotesi circa la creazione di un asse strategico tra Iran e Russia. Steven Erlanger ha sottolineato che, se come detto dallo stesso Putin le sanzioni occidentali stanno avendo conseguenze «colossali» su Mosca, la Russia «necessita di luoghi in cui poter fare affari», e l’Iran è uno di questi.  I due Paesi hanno infatti firmato un memorandum d’intesa grazie al quale la Russia dovrebbe investire 40 miliardi nel settore oil&gas iraniano. Il direttore della CIA William Burns, tuttavia, ha ridimensionato la profondità delle relazioni tra Russia e Iran: «oggi hanno bisogno uno dell’altro, ma non si fidano uno dell’altro […], sono rivali in ambito energetico e storicamente avversari». Un concetto molto simile l’ha esposto Ali Vaez, direttore del programma Iran dell’International Crisis Group: «Russia e Iran non si fidano uno dell’altro, ma oggi più che mai hanno bisogno reciproco della controparte. Non è partnership scelta, ma un’alleanza dettata dalla necessità» contingente. Anche Nicole Grajewski, International Security Fellow del Belfer Center, ha sottolineato le difficoltà che storicamente si riscontrano nel rapporto Mosca-Teheran, ma ha specificato anche che i problemi del passato non devono impedire di registrare che dal 2012 in avanti le relazioni tra i due Paesi (che non sono fatte solo di numeri ed economia, ha puntualizzato) sono nettamente migliorate. In effetti basta pensare al contesto siriano, dove ormai da parecchi anni Iran e Russia collaborano proficuamente (dal loro punto di vista). E del resto, il fatto che l’alleanza sia dettata dalle necessità contingenti non necessariamente ne sminuisce la portata: forse che Stalin e Churchill o Roosevelt si piacevano? 

 

[Segnalazione: martedì alle 18 parliamo di Jihad nel Sahel con Luca Raineri ed Edoardo Baldaro. Info qui]

 

Un’altra cosa che certamente può interessare Mosca è l’esperienza iraniana nell’aggiramento delle sanzioni americane. È grazie a questo che Teheran è riuscita, nonostante tutto, a creare una importante industria della difesa e a costruire quei droni che si vocifera interessino alla Federazione russa.

 

La presenza di Erdoğan ha fatto sperare che si potessero fare ulteriori passi avanti con Putin sulle esportazioni di grano attraverso il Mar Nero, e in effetti oggi, venerdì 22 luglio, Kiev e Mosca hanno firmato un accordo con la Turchia e con l’ONU per la ripresa dell’export. Un altro indizio suggerisce che parlare di un “asse” tripartito con protagonisti Mosca, Teheran e Ankara sia azzardato: all’incontro in Iran il presidente turco sperava di ottenere una sorta di via libera a una nuova offensiva in Siria contro i curdi, con lo scopo di mettere in sicurezza il confine e creare una zona dove far ritornare i profughi siriani. Su questo punto però gli interessi divergenti si sono manifestati. La guida suprema iraniana Khamenei ha detto che un attacco in Siria sarebbe dannoso per la Turchia, per la Siria e l’intera regione, e ha poi specificato via Twitter che «un attacco in Siria porterebbe benefici ai terroristi». Erdoğan non si è rassegnato: «la nostra lotta contro le organizzazioni terroristiche continuerà ovunque. Ci aspettiamo che Russia e Iran sostengano la Turchia in questo sforzo». Intanto le operazioni turche procedono anche nel Kurdistan iracheno dove mercoledì un bombardamento turco ha ucciso almeno otto turisti iracheni. 

La determinazione turca ha portato l’esercito siriano a rafforzare le sue posizioni a nord di Raqqa, a Manbij e Kobane. Dal canto suo la Russia ha invece bombardato Idlib, nel nord della Siria, dove ha ucciso secondo quanto riportato da al-Jazeera sette civili, tra cui quattro bambini.

 

Come valutare quindi l’influenza russa in Medio Oriente? L’editoriale di Bobby Ghosh su Bloomberg non usa mezzi termini: nonostante le apparenze, l’influenza russa in Medio Oriente declina, e tutto ciò che Mosca ha potuto chiedere durante il summit di Teheran è che la Siria non venga destabilizzata dalle azioni turche. Al contrario, secondo Steven Cook e Beth Sanner (Foreign Policy), nonostante i fallimenti della Russia soprattutto nella prima parte della guerra in Ucraina, Mosca continua a trovare partner disposti a farle da sponda. Chi, come l’Iran, per l’avversità nei confronti degli Stati Uniti, e chi, come i Paesi del Golfo, semplicemente perché non vogliono essere costretti a fare una scelta tra Mosca e Washington, o tra Pechino e Washington. Lo stesso vale, pur con le dovute differenze, per l’Egitto di Sisi e per Israele.

 

Biden di ritorno dal Medio Oriente: non proprio a mani vuote, ma…

 

Come ripetuto all’infinito da chiunque, uno degli obiettivi del viaggio di Biden, anzi forse l’obiettivo, era ottenere che l’Arabia Saudita pompasse più petrolio. Da questo punto di vista possiamo dire con ragionevole certezza che la visita oltreoceano non ha dato gli effetti sperati dalla Casa Bianca. Certo, sarà fondamentale vedere cosa uscirà dal summit dell’OPEC del 3 agosto, ma intanto la notizia è che Riyad avrebbe solo una «limitata capacità aggiuntiva» di estrazione di petrolio, secondo quanto si legge sul Wall Street Journal. Dunque, anche qualora Muhammad bin Salman volesse fare un favore a Biden, non è detto che possa realmente farlo.

 

I commenti successivi al viaggio si sono divisi lungo la stessa faglia su cui si erano divise la analisi prima della partenza di Biden: chi si chiede se valga la pena rinnegare il tentativo di portare avanti una politica estera dettata anche da considerazioni etiche, e chi invece celebra la vittoria della realpolitik americana. Il Guardian per esempio fa notare che, se non verrà trovato un accordo sul nucleare iraniano, il supposto realismo che ha portato a riallacciare con i sauditi potrebbe semplicemente tradursi in un aumento della tensione nella regione. Durante il viaggio in Israele, Biden ha ammesso di essere pronto a usare la forza per evitare che l’Iran si doti dell’arma atomica e Bruce Riedel (ex membro della CIA e del National Security Council americano) ha affermato che il viaggio di Biden in Medio Oriente indirizza la regione su una traiettoria «molto più pericolosa [e che] una guerra con l’Iran sarebbe tre o quattro volte più grande e letale di quella con l’Iraq». Per questo, ha commentato il New Yorker, il viaggio di Biden in Medio Oriente «evidenzia i suoi fallimenti in politica estera», perché «stringere la mano a un assassino [MbS] è brutto, ma fare la guerra all’Iran è follia». Anche Le Monde commenta duramente il viaggio di Biden, che «non ha lasciato altro che delusi»: agli errori strategici dei suoi predecessori, Biden «ha aggiunto i suoi», si legge sul quotidiano francese. Un’opinione diametralmente opposta è quella di Robert Satloff, direttore del Washington Institute for Near East Studies. Secondo Satloff la politica di Biden verso il Medio Oriente ha abbandonato sia gli irrealistici obiettivi «trasformativi» di Bush e Obama che quelli mercantilistici di Trump, senza per questo rinunciare a incidere sulla regione. A riprova di questa incisività Satloff cita l’impegno di una parte dei Paesi musulmani al dialogo interreligioso e alla tolleranza. Biden si è concentrato su obiettivi realistici, «pratici», come stringere i rapporti con Israele e l’Arabia Saudita, ha manifestato un «approccio umano» nei confronti della causa palestinese (sic), e ha placato i timori che l’abbandono dell’Afghanistan fosse il primo passo del ritiro definitivo dal Medio Oriente. Intanto però la presenza cinese nell’area a discapito di quella americana è sempre più osservabile. Basta leggere le dichiarazioni rilasciate da Ali el-Hefny, ex ambasciatore egiziano in Cina e viceministro degli Esteri, al giornale cinese Global Times. Ne sintetizziamo alcune, senza pretesa di esaustività: nessuno in Occidente può impartire lezioni sui diritti umani alla Cina, perché l’Occidente specula sui «doppi standard»; le Primavere Arabe promosse dagli Stati Uniti hanno danneggiato le nazioni arabe sotto ogni punto di vista; il Cairo e Pechino hanno molte somiglianze, inclusa una visione «quasi identica» della politica mondiale. Dici poco.

 

MbZ in visita da Macron

 

Durante la visita di Biden tutti gli occhi erano puntati sull’Arabia Saudita. Ma mentre Biden si trovava a Gedda anche gli Emirati muovevano le loro pedine. È significativo che in questi stessi giorni, proprio mentre Biden diceva di aver sollevato il tema dei diritti umani e di Khashoggi con MbS, Abu Dhabi abbia arrestato Asim Ghafoor, cittadino americano ed ex avvocato proprio di Khashoggi.

 

Subito dopo il viaggio di Biden in Medio Oriente, Muhammad bin Zayed ha compiuto il suo primo viaggio in Francia da quando è diventato presidente degli Emirati Arabi. MbZ è stato accolto con tutti gli onori dall’Eliseo: già a partire dal primo mandato di Emmanuel Macron, le relazioni tra Abu Dhabi e Parigi si sono intensificate, in particolare nel settore della Difesa, ha ricordato Le Monde. Questa volta non c’è stato nessun annuncio clamoroso come era stato con la vendita di 80 caccia Rafale, resa nota in occasione del viaggio di Macron negli Emirati, ma è significativo che le differenze di approccio alla Russia e alla guerra in Ucraina siano state «minimizzate» dall’Eliseo, intento a stringere ancora i legami, in particolare, questa volta, nel settore energetico.

 

Libia: si mette male per Dbeibah?

 

Dopo aver preso il posto di Mustafa Sanalla alla guida della National Oil Corporation (NOC) libica, Farhat Bengdara aveva annunciato che entro una settimana avrebbe riaperto i terminal petroliferi e riportato la produzione di idrocarburi libica ai livelli precedenti alla chiusura degli ultimi mesi. A una settimana di distanza, il ministro del Petrolio libico ha rilasciato un’intervista all’emittente basata in Qatar, Libya Al Ahrar TV, durante la quale ha dichiarato che entro una settimana (ulteriore) la produzione libica tornerà a superare il milione di barili al giorno. Come riporta Reuters, la notizia, insieme a quella riguardo al rallentamento della domanda globale, ha causato un abbassamento dei prezzi del petrolio. Oggi, tuttavia, sono scoppiati nuovi scontri a Tripoli, nei quali un numero ancora imprecisato di persone (tra cui pare purtroppo esserci un bambino di 12 anni) ha perso la vita. Le violenze si verificano dopo che in settimana Fathi Bashagha si era per la prima volta recato a Misurata, sua città natale, e gruppi leali ad Abdulhamid Dbeibah avevano cercato di arrestarlo. A seguito della comparsata di Bashagha varie milizie si erano mobilitate, sia in suo sostegno che in favore del rivale Dbeibah. Per quest’ultimo, secondo il ricercatore Mohamed Eljarh, la situazione sia nella capitale che in tutta la Libia occidentale si fa sempre più difficile.

 

Rassegna dalla stampa araba a cura di Mauro Primavera

Il responso di Gedda: Casa Bianca in declino, Casa regnante in ascesa

 

Anche questa settimana la stampa araba ha dedicato grande attenzione alla visita di Biden in Arabia Saudita. Le analisi sono quasi tutte concordi nell’affermare che l’influenza statunitense nella regione è in netto declino, ma si dividono sui vantaggi, concreti o ipotetici, di cui potrebbe beneficiare Riyad.

 

Entusiasta il giudizio di al-Sharq al-Awsat, quotidiano panarabo di proprietà saudita, che ha dedicato numerosi editoriali all’incontro. In uno di questi si legge che il vertice ha avuto un esito del tutto positivo per il Regno tanto nei contenuti quanto nella comunicazione e nel ritorno d’immagine. L’Arabia Saudita si è infatti presentata, in primo luogo, come una nazione dotata di un’agenda propria e, in secondo luogo, come un Paese giovane, vitale e dialogante, capace di riconoscere le diversità culturali e valoriali con i partner politici e commerciali, ma allo stesso tempo ferrea nel scegliersi i valori che gli si addicono; un modo elegante per ribadire che la democrazia – o meglio, il processo di democratizzazione – non rientra nell’orizzonte, anzi nella vision, della Casa regnante. A conferma della scelta saudita di diversificare le proprie relazioni, al-Sharq al-Awsat ha fatto commentare il vertice anche all’accademico russo Vitaliy Naumkin, che ha fatto notare come sia stato facile per il principe ereditario Mohammed bin Salman contrapporre all’affaire Khashoggi, menzionato da Biden durante l’incontro, lo scandalo americano del carcere iracheno di Abu Ghraib.

 

Va detto che la retorica della “nazione giovane” – sempre presente nella stampa saudita e più volte menzionata, non a caso, dal trentaseienne bin Salman – assolve a una funzione ben precisa: evidenziare il cambio di mentalità avvenuto all’interno dell’establishment saudita che appare, rispetto al passato, meno vincolato all’ideologia di stato wahhabita e alla storica alleanza con gli Stati Uniti. Interessante notare a riguardo il commento di al-Jazeera, alquanto scettica nei confronti di questa narrazione: «nel Golfo c’è una nuova generazione di giovani leader che, non vedendo più Washington come un partner affidabile, sta tessendo nuove relazioni con potenze globali quali Russia e Cina; [tuttavia], il confronto israelo-iraniano sta scivolando gradualmente verso un conflitto diretto, mentre l’Iran è più che mai vicino a possedere armi nucleari».

 

Il quotidiano filo-islamista ‘Arabī21 analizza gli aspetti più critici emersi a Gedda. Munir Shafiq parla apertamente di “fallimento”, in quanto gli Stati Uniti «aumenteranno il grado di confusione e instabilità nella regione», giudizio fortemente condizionato dal breve incontro tra Joe Biden e Abu Mazen che, per il giornalista, si è concluso con un nulla di fatto, confermando il disinteresse dell’attuale amministrazione americana nei confronti della questione palestinese. Come sottolineato da al-‘Arab, ultimamente questa è tornata al centro del dibattito una sola volta, in occasione dell’omicidio della giornalista Shireen Abu ‘Aqleh. Ancora per ‘Arabī21 Sārī ‘Urābī si sofferma, invece, sulla mancata proclamazione della tanto attesa alleanza militare regionale, il tahāluf di cui avevamo già parlato qualche settimana fa. «A quanto pare l’alleanza non compare all’interno della Dichiarazione di Gerusalemme e nemmeno in quella del vertice di Gedda», né nella sua formula “mediorientale”, che prevedeva la partecipazione di Israele, né nel formato “NATO araba”, come l’aveva soprannominata il re di Giordania Hussein. ‘Urābī spiega come questo silenzio sia dovuto a un preciso calcolo della casa regnante saudita, che avrebbe accantonato il progetto poiché ritenuto politicamente non conveniente: da una parte, le complicate relazioni con Washington non permettono, allo stato attuale, di impegnarsi in un “patto” militare, dall’altra vi è la volontà di non premere l’acceleratore sul processo di normalizzazione con Tel Aviv. L’alleanza è stata quindi rimandata a data da destinarsi, e non è affatto detto che alla fine venga realizzata. 

 

Nidā’ al-Watan, giornale di Beirut, aggiunge che il disinteresse americano non si limita solo alla questione arabo-israeliana, ma riguarda anche la crisi siriana e, soprattutto, quella libanese. La dichiarazione di Gedda ignora il ruolo di Hezbollah, dell’Iran e della Turchia, lasciando ai libanesi libera scelta sulla strada da percorrere per la realizzazione del benessere nazionale. Una  posizione, questa, che è stata percepita come rinunciataria.  

 

Di tutt’altro avviso è la testata emiratina al-‘Ayn al-Ikhbāriyya, che risponde alle critiche dei giornali sopra citati sostenendo come non esista un criterio assoluto per decretare il successo o il fallimento di una visita ufficiale. Anzi, secondo Mohammed Khalfan al-Sawafi, direttore del dipartimento parlamentare di comunicazione del Consiglio Federale emiratino, il summit di Gedda avrebbe prodotto due notevoli risultati: la conferma dell’arretramento degli Stati Uniti nella regione – che l’articolo definisce come «i maggiori perdenti» – e, in parallelo, la ritrovata coesione dei Paesi del GCC in funzione anti-iraniana.   

 

Teheran, il contraltare di Gedda

 

Altro importante evento della settimana è il vertice di Teheran, tenutosi tra il 19 e il 20 luglio tra l’ayatollah Khamenei,il presidente della repubblica Ebrahim Raisi, il presidente della Federazione russa Vladimir Putin e il presidente della repubblica turca Recep Tayyip Erdoğan. Come noto, l’ordine del giorno riguardava la gestione della crisi siriana, in una sorta di prosieguo dei colloqui di Astana che, a partire dal 2016, hanno di fatto sostituito il fallimentare processo di pace di Ginevra, promosso dalle Nazioni Unite.   

 

Al-Quds al-‘Arabī immagina una quadripartizione della Siria, con la regione damascena assegnata al regime di Bahar al-Assad, i territori meridionali sotto influenza iraniana, la fascia costiera nelle disponibilità della Russia, e le regioni curde settentrionali controllate dall’esercito turco. A tal proposito, Al-‘Arabī al-Jadīd ha pubblicato una vignetta raffigurante la Siria divisa in quattro parti, ognuna delle quali dipinta con le bandiere delle rispettive potenze regionali (a cui si aggiunge la presenza americana nella Badia, la zona desertica nella Siria sudoccidentale, ai confini con l’Iraq), con al-Assad incastrato all’interno del “puzzle”. La caricatura fa da copertina a un articolo molto caustico che riporta le dichiarazioni dei tre leader in merito all’integrità territoriale e all’autonomia dello stato siriano, in totale contrasto con la realtà e la logica delle sfere di influenza. Al-Sharq al-Awsat si spinge oltre e ridicolizza l’ordine mondiale concepito da Putin, definendolo nel titolo «fittizio».   

 

La stampa filo-saudita ha descritto, usando toni piuttosto sprezzanti, il summit come un appuntamento che fa da contraltare ai colloqui arabo-americani di Gedda. L’ex direttore di al-Sharq al-Awsat, ‘Abd al-Rahmān al-Rāshid, dopo aver fatto notare la tempistica dell’incontro, tenutosi tre giorni dopo quello di Gedda, considera il vertice trilaterale nient’altro che un «atto di disperazione […] un tentativo di dimostrare che l’Iran non è isolato» nello scenario internazionale e che può contare su alleati di rilievo. Alleati che però – sostiene al-Rāshid – difficilmente potranno risolvere i problemi di Teheran, dal momento che la Turchia è membro della NATO e ha solide relazioni con i Paesi del Golfo, e la Russia «non troverà nel regime iraniano, esausto a livello politico ed economico, nulla che possa servirgli».

 

Al-‘Arabiyya sostiene che Mosca mantiene tuttora un atteggiamento diffidente nei confronti dell’Iran, tuttavia le sanzioni a cui sono soggetti entrambi i Paesi possono rappresentare il minimo comune denominatore su cui costruire un fronte antioccidentale e rafforzare la cooperazione strategica ed economica, come dimostra l’accordo tra Gazprom e la compagnia petrolifera di stato iraniana per lo sfruttamento del giacimento di gas “South Pars”, situato nelle acque del Golfo Persico.  

 

Infine, il giornale panarabo con sede a Londra al-Quds al-‘Arabī, in un editoriale dal titolo: “Teheran e Gedda: accomodamento o polarizzazione?” traccia un bilancio degli incontri, entrambi ritenuti insoddisfacenti e al di sotto delle aspettative. «I due vertici», si legge nella conclusione dell’articolo, «sono indicatori dei cambiamenti delle dinamiche politiche mondiali; da ciò emerge che gli stati sono diventati più audaci nel contrapporsi a richieste che potrebbero ledere i loro interessi […] e ad accettare compromessi e accomodamenti, come per esempio ha fatto l’Arabia Saudita con l’America per il petrolio oppure la Russia con la Turchia per il trasporto del grano. La cosa paradossale è che questa situazione è legata al fatto che proprio una superpotenza come la Russia ha rotto la logica del compromesso entrando in guerra, con costi spaventosi sia per Mosca che per il resto del mondo».

 

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