Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 23/12/2022 12:43:45

Questo è l’ultimo focus attualità del 2022, torneremo il 13 gennaio. Auguriamo a tutti buon Natale e felice anno nuovo. 

 

Sabato scorso in Tunisia si sono svolte le elezioni parlamentari. Affluenza? Appena sopra l’11%, anche a causa del boicottaggio del voto promosso da partiti e sindacati. Una tornata elettorale a suo modo storica, dato che una partecipazione così bassa è seconda soltanto alle elezioni del 1983 in Giamaica, quando votò il 2,79%. L’astensionismo tunisino è stato definito «un silenzio assordante», da Alissa Pavia, associate director del Rafik Hariri Center.

 

Sono invece 23 su 161 i seggi finora assegnati, in una situazione nella quale la legge elettorale promulgata da Kais Saied prevede che la popolazione possa votare solamente per singoli candidati e non per i partiti, ciò che con ogni probabilità ha contribuito ad abbassare l’affluenza. I restanti seggi saranno assegnati con un ballottaggio che si terrà il mese prossimo.

 

Secondo Ben Hubbard e Ahmed Ellali, questa tornata elettorale è «un altro passo nella discesa della Tunisia dall’essere l’unica democrazia emersa dalla Primavera Araba all’essere uno Stato sempre più autocratico» nel quale il presidente necessita del Parlamento, le cui funzioni sono fortemente limitate, soltanto per dare una «patina di legittimità» alle sue decisioni. L’intellettuale tunisino Haythem Guesmi (Al-Jazeera) è ancora più netto: le elezioni del 17 dicembre 2022 segnano «non solo la morte della giovane, ma un tempo vibrante democrazia tunisina, ma anche la fine ufficiale della Primavera Araba da cui questa era nata».

 

Ahmed Nejib Chebbi, leader del Fronte di Salvezza Nazionale, ha affermato che «l’affluenza dimostra lo sconforto della Nazione. È un vero terremoto che agita la scena politica», mentre Abir Moussi, a capo del Partito Costituzionale Libero ha invitato Saied a dimettersi. Tutto questo avviene mentre un numero sempre maggiore di tunisini sceglie di abbandonare il Paese, e a due mesi di distanza dall’accordo siglato tra il governo e il Fondo Monetario Internazionale per un prestito da 2 miliardi di dollari, condizionato alla realizzazione di riforme da parte di Tunisi, come ha ricordato il Wall Street Journal. Secondo Hamza Meddeb (Carnegie Middle East Center) «c’è un grosso punto di domanda sulla stabilità del sistema politico». L’analisi di Alissa Pavia pubblicata sul sito dell’Atlantic Council sottolinea come «Saied presieda ora un Paese che ha espresso la sua completa disapprovazione verso questo governo di un solo uomo […]. Considerando questa diffusa insoddisfazione, il presidente Saied non ha altra opzione se non dimettersi».

 

Iran tra diplomazia e repressione

 

Dopo gli incontri di Baghdad avvenuti nell’agosto 2021, questa settimana si è tenuto ad Amman, in Giordania, il secondo appuntamento della Baghdad Conference for Cooperation and Partnership. Oltre al presidente francese Emmanuel Macron, sponsor dell’iniziativa, e a rappresentanti dell’Onu, dell’Unione Europea, del Gulf Cooperation Council e dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, vi hanno preso parte i rappresentanti di Iraq, Giordania, Turchia, Egitto, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrain e Iran. Scopo della conferenza, come indicato dalla nota diffusa dall’ufficio del primo ministro iracheno, è quello di discutere dei «meccanismi di cooperazione e partnership alla luce delle attuali sfide economiche, securitarie e climatiche». Ghaith al-Omari, Louis Dugit-Gros e Bilal Wahab hanno scritto in una nota del Washington Institute for Near East Policy che solo il fatto di aver riunito in un unico posto i rappresentanti di tutti questi Paesi può essere considerato un successo diplomatico. Inoltre, la scelta di svolgere la conferenza ad Amman «riflette l’espansione delle relazioni e dei calcoli» della Giordania verso l’Iraq.

 

La conferenza è stata anche l’occasione di organizzare incontri bilaterali tra le parti. In particolare, è andato in scena l’incontro tra il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian, il quale come ricordato da al-Monitor aveva auspicato che la conferenza fosse un momento propizio per proseguire le negoziazioni sul nucleare, e il suo omologo saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, il quale avrebbe confermato la disponibilità di Riyad a continuare il dialogo con Teheran. Un incontro che Amir-Abdollahian avrebbe definito «amichevole», secondo la ricostruzione di Andrew England.

 

Amir-Abdollahian ha inoltre incontrato Joseph Borrell (un incontro «necessario», secondo il “ministro degli esteri” europeo). Durante il summit Borrell ha chiesto che l’Iran cessi il sostegno militare nei confronti della Russia e la repressione interna, riaffermando al tempo stesso l’urgenza di mantenere aperti i canali di comunicazione e di ritornare all’interno del perimetro fissato dall’accordo sul nucleare del 2015. Laurence Norman (Wall Street Journal) ha interpretato le parole di Borrell come il segno che in realtà non ci sono discussioni nel merito del cosiddetto JCPOA che, oramai, «serve soltanto a tenere le comunicazioni aperte». La sensazione diffusa nel mese di dicembre (si veda per esempio il resoconto di al-Monitor) è però che il regime iraniano sia tornato ad essere interessato al raggiungimento di un accordo (che pare avere più vite dei gatti), mentre Borrell ha ricordato che l’Unione Europea separa le discussioni sul JCPOA da quelle sulla violazione dei diritti umani e del sostegno alla Russia.

 

Nel frattempo, in Iran continuano le proteste innescate dalla morte di Mahsa Amini. Mentre riempiono le strade e le piazze, i manifestanti rivolgono la propria rabbia contro gli esponenti del clero, facendo cadere il turbante che indossano i religiosi sciiti. Un’analista riformista iraniano ha spiegato a Najmeh Bozorgmehr (Financial Times) che «questa azione aggressiva non è diffusa [nel Paese], ma ha un’importanza simbolica perché crea paura tra il clero, che si interroga su quanto lontano sono disposti a spingersi i manifestanti».

 

Nel Paese ci sono state alcune interruzioni forzate del lavoro, ma un grande sciopero generale continua a essere l’elemento mancante di questi mesi. È anche per questo che secondo Miriam Berger (Washington Post) le proteste sono in un certo senso in una fase di impasse: «né intimidite dalla repressione violenta né in grado di ribaltare lo status quo». Ciononostante, alcuni ufficiali dell’intelligence americana e israeliana ritengono che le proteste pongano una sfida profonda e duratura alla Repubblica Islamica sebbene gli stessi funzionari siano convinti che nell’immediato la tenuta del regime non sia a rischio.

 

Un’analisi anonima pubblicata dall’Atlantic Council ha evidenziato che mentre prosegue con la repressione, il regime sembra dare il via libera a piccole modifiche nella gestione dello spazio pubblico, perlopiù strumentali al tentativo di sedare le proteste. Un esempio riguarda l’ex presidente Mohammad Khatami, del quale due giornali riformisti hanno pubblicato alcune foto, ciò che suggerisce la fine implicita del divieto scattato dopo le proteste del 2009. Inoltre, diversi esponenti riformisti e moderati hanno avuto incontri con esponenti del regime. Uno di questi ha visto protagonisti Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema, e Fatemeh Hashemi, figlia maggiore del defunto presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Questi eventi, si legge sull’Atlantic Council, «servono a mostrare che il regime sta cercando metodi non violenti per porre fine alla protesta e [per segnalare] che la riforma del sistema è ancora possibile». Mentre inviano questi messaggi, però, le autorità iraniane non fermano la violenza: questa settimana una ragazzina di 14 anni è morta per le violenze subite per mano della polizia, mentre sabato scorso la famosa attrice Taraneh Alidoosti è stata arrestata, in quella che secondo World Crunch è una nuova offensiva contro le celebrità iraniane. In quest’ottica segnaliamo anche che il calciatore Amir Nasr-Azadani figura tra coloro che sono stati condannati a morte (CNN).

 

Il mondiale finisce come era iniziato: tra le polemiche

 

Il mondiale in Qatar, forse il più controverso di sempre, è giunto al termine. ESPN ne offre un bilancio intervistando diversi qatarini. Di certo dal punto di vista sportivo la finale è entrata nella storia. Qualcosa di interessante è però successo anche durante i festeggiamenti (no, non ci riferiamo ai gesti fuori luogo del “Dibu” Martinez): al momento di mettere la medaglia al collo di Lionel Messi, l’emiro Tamim ha anche invitato, per così dire, il fuoriclasse argentino a indossare il bisht, la tunica che viene indossata sopra il dishdasha, la veste bianca lunga fino alle caviglie (qui un thread con foto e video che spiegano l’origine, le tradizioni e gli stili del bisht). Così facendo, nella tipica foto in cui la coppa viene alzata, la divisa argentina è parzialmente coperta. Apriti cielo. Critiche pesantissime sono state rivolte all’emiro, reo di aver imposto gli usi e i costumi qatarini nel momento di glorificazione dell’Argentina. C’è persino chi si è spinto a dire che quello dell’emiro è stato un gesto erotico, che ha trasformato per un attimo Messi in una donna. A tanto si è arrivati. L’ex calciatore inglese Gary Lineker, sempre loquace, ha parlato di un gesto «vergognoso», mentre il giornalista di ESPN Mark Ogden ha detto che Messi ha alzato la coppa vestito «come se stesse andando a tagliare i capelli». C’è chi invece ha interpretato il significato del gesto in altri termini, sottolineando che «nel mondo arabo si tratta di un importante simbolo culturale e di uno status, e che il fatto di farlo indossare a qualcuno è un rito speciale e un segno di stima e rispetto». Come se, a una partita in Francia, Messi avesse ricevuto per festeggiare una bottiglia di champagne, o in Germania un boccale di birra. Qualcuno allora si sarebbe scandalizzato, ha domandato in maniera retorica Sheren Falah Saab? Il problema è che la “vestizione” di Messi è, secondo Saab, «un dito nell’occhio all’Occidente e alla supremazia che confonde e cancella la cultura araba». Ahmed Twaij su al-Jazeera non ha usato mezzi termini: le critiche avanzate verso la scelta dell’emiro nascondono in realtà un profondo razzismo nei confronti del mondo arabo.

 

A parte questa polemica (davvero esagerata), la domanda che molti si pongono suona più o meno così: ma siamo sicuri che sia valsa la pena per il Qatar investire tutti questi soldi per la realizzazione di questa gigantesca opera di PR? Riuscirà Doha nell’impresa di non aver semplicemente perso oltre 200 miliardi di dollari? Noi non lo sappiamo, ma forse David Rosemberg ha la risposta giusta: «semplicemente, l’emiro non ne ha bisogno» perché, in fondo, si è trattato «del progetto di vanità più grande del mondo». E nessuno si aspetta di ottenere qualcosa in cambio dalla vanità.

 

In breve

 

Il primo ministro designato Benjamin Netanyahu ha informato il presidente di Israele Isaac Herzog che le trattative per la formazione del governo si sono concluse positivamente (Haaretz).

 

In Afghanistan il governo talebano ha decretato che l’istruzione universitaria è vietata alle donne (Al Jazeera). La decisione è stata fortemente criticata anche da Turchia e Arabia Saudita (Haaretz).

 

Lo Stato Islamico ha rivendicato un attacco nei pressi di Kirkuk, in Iraq, nel quale hanno perso la vita almeno nove esponenti delle forze di polizia irachena (BBC).

 

Le forze speciali americane hanno effettuato il secondo raid in una settimana nella zona orientale della Siria e catturato sei operativi dello Stato Islamico (New York Times). Intanto continua a crescere l’apprensione per i bambini figli di jihadisti intrappolati nei campi profughi (Al-Monitor).

 

 

Il Qatar in diretta Mondiale (parte 5): considerazioni finali dopo la Finale

Rassegna della stampa araba a cura di Mauro Primavera

 

Il Mondiale è terminato e anche per la stampa mediorientale è tempo di bilanci. Non c’è il minimo dubbio che lo svolgimento della competizione sia stato un «successo arabo», come nota al-Quds al-‘Arabi, per almeno quattro ragioni: il ritorno della questione palestinese, la critica ai processi di normalizzazione con Israele, la diffusione globale della cultura arabo-islamica e il positivo ritorno di immagine del Qatar sia a livello turistico che politico, visto che l’emirato avrebbe dimostrato i progressi nella tutela e nel rispetto dei diritti umani. Come noto, quest’ultimo tema ha creato diverse tensioni tra Doha e i Paesi europei, peraltro acuite a seguito dello scandalo del Qatargate. In un altro articolo, al-Quds descrive l’Unione Europea in termini non troppo lusinghieri: Bruxelles cerca di elevarsi al di sopra dei Paesi asiatici e africani in forza della sua superiorità morale, ma non è in grado di adottare lo stesso metro di giudizio in tutte le situazioni: se le vicende del Qatar e dell’Iran sono state al centro dell’attenzione del parlamento europeo, molto meno lo è stata la crisi sociale e politica dell’Iraq, commentata con qualche frase di circostanza il quotidiano. Gli stessi leitmotiv si ritrovano anche nell’articolo di Al Jazeera che per l’appunto titola: «Ha vinto il Qatar e con lui gli arabi e la Palestina». È interessante notare come nel testo si affronti in maniera polemica il tema dei costi, una controversia rimasta sullo sfondo del dibattito, almeno durante lo svolgimento del torneo. Le enormi spese organizzative che ha dovuto affrontare l’Emirato, centinaia di miliardi di dollari, sarebbero in realtà dovute alle condizioni imposte dalla FIFA nel 2010. Ciononostante, «la manifestazione ha dimostrato nel corso di quattro settimane che questi miliardi sborsati dal Qatar non sono niente a confronto dei numerosi obiettivi diretti e indiretti [conseguiti]». Mishary al-Dhaydi paragona l’evento a una «remuntada»: cominciato con molti dubbi e critiche, il Mondiale ha saputo ribaltare i pronostici proponendo partite emozionanti e risultati insperati, come la prematura uscita di molte squadre europee e il miracolo della nazionale marocchina, che rimarrà nella storia del calcio arabo (ma non solo). I moniti della FIFA di separare il calcio e la politica sono rimasti inascoltati («la stessa FIFA è stata la prima a violare la regola bloccando l’attività della nazionale russa», ricorda al-Dhaydi), provocando la polarizzazione delle simbologie: da parte occidentale, il Mondiale ha rappresentato un «festival per il sostegno e la normalizzazione dell’omosessualità», da parte araba la vittoria del Marocco viene paragonata a «una nuova Yarmouk [fondamentale battaglia del 636 d.C. in cui gli arabi sconfissero i bizantini dando inizio alla conquista del Mediterraneo orientale] e a una nuova Hattin [l’umiliante sconfitta che Saladino inflisse ai crociati nel 1187]».           

 

 

Il voto fantasma della Tunisia

 

Che il referendum costituzionale del presidente tunisino Kais Saied fosse stata una “vittoria di Pirro” era cosa nota fin dallo scorso luglio. Il risultato del primo turno delle elezioni legislative svoltesi il 17 dicembre – il secondo si terrà a gennaio – ne è la definitiva conferma. Appena l’11,22% degli elettori si è recato alle urne per esprimere una preferenza, un dato che ha pochi precedenti nel resto del mondo e che di fatto suona come una bocciatura totale del progetto politico di Saied. La stampa filo-presidenziale ha criticato la scarsa partecipazione al voto: «boicottare le elezioni e astenersi dalla vita politica del proprio Paese sono due azioni gravi – nota Hayat al-Sayb nella rubrica “buongiorno” del giornale tunisino Al-Sabah del 20 dicembre – perché l’astensione non fa un buon servizio alla democrazia così come non fa gli interessi degli stessi cittadini». La giornalista comprende il diffuso senso di delusione dei tunisini nei confronti della classe politica (senza menzionare il ra’is), ma non lo giustifica, tanto da chiedere in maniera retorica: questa situazione «ci dà il diritto di ignorare il Paese?!». Il timore, infatti, è che l’astensionismo potrebbe rappresentare il primo passo verso una catastrofe nazionale, un «terremoto – come titola la prima pagina dell’edizione di Al-Sabah del 22 dicembre – che si ripercuoterà sul secondo turno».

 

Il settimanale al-Shari‘a al-Magharibi è decisamente più esplicito nell’individuare il vero sconfitto della tornata e a pagina cinque afferma senza mezzi termini che le legislative erano un «referendum contro Saied, contro il suo progetto e contro la sua legittimità» politica. Piuttosto singolare l’incipit dell’articolo che cita un antico proverbio arabo («è d’estate che hai buttato il leben [bevanda a base di latte fermentato]». La frase deriva da una storiella risalente al periodo preislamico: una donna divorzia dal marito vecchio ma ricco per scegliersene uno giovane ma povero, salvo poi pentirsene amaramente e ripresentarsi dall’ex coniuge che però la rifiuta pronunciando la frase divenuta proverbiale, da ripetere a chi si lascia sfuggire un’occasione ghiotta e irripetibile. Come la protagonista del racconto, anche il presidente tunisino, dopo l’apparente successo della riforma presidenziale, si è ora accorto di aver perso con queste elezioni il leban, ossia il suo consenso popolare.

 

Ancora più tranchant Al Jazeera: «oggi nessuno può negare che la rivoluzione in Tunisia continui», così come «non c’è dubbio che l’arretramento di Tunisi sulla questione della democrazia sia dovuto alle mosse del presidente Saied» che il 25 luglio scorso si è reso autore di un vero e proprio «golpe» alle istituzioni. Anche se l’astensionismo rappresenta un messaggio forte, al-‘Arabi 21 sottolinea il delicato stato di debolezza che affligge le forze dell’opposizione: «il Fronte Nazionale di Salvezza si è mummificato a causa dell’immobilismo di Ennahda, sua spina dorsale», dal momento che i suoi equilibri interni gli impediscono di superare lo storico stallo» che stanno vivendo i movimenti e i partiti del “risveglio islamico” (sahwa) dopo la fine delle Primavere arabe. La crisi partitica è al centro della riflessione di al-‘Arab che in passato è stato molto critico verso il sistema parlamentare dominato da Ennahda. A pagina sei dell’edizione del 20 dicembre il giornale discute la possibilità di instaurare un sistema democratico senza formazioni politiche. Quello che colpisce nel caso tunisino è che «Saied, nonostante sia arrivato al potere attraverso elezioni democratiche e trasparenti secondo un percorso costituzionale chiaro, ha una visione dei partiti politici non così diversa da quella di qualsiasi altro rivoluzionario che non considera conveniente portare avanti la realtà» antecedente alla sua nomina; da qui il tentativo di emarginare il ruolo dei partiti in maniera indiretta, frammentando le formazioni con insinuazioni e dubbi». Il tutto «senza modificare il loro ruolo nella nuova costituzione», perché il suo progetto «poggia sul sostegno di personalità singole» che dovrebbero formare una nuova élite politica trasversale e informale che svilisca l’importanza del parlamento.   

 

 

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