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Medio Oriente e Africa

Gli egiziani sono alla ricerca di un padre?

In un articolo pungente uscito prima delle elezioni l’acuto scrittore egiziano traccia l’identikit dell’elettore egiziano che si affida ad al-Sisi e descrive le ragioni per cui in milioni hanno voluto il generale come presidente, e con lui un ritorno all’era Mubarak.

Supponiamo che tu sia arrivato in ritardo al lavoro, che il tuo direttore si sia molto arrabbiato e che ti abbia rivolto insulti vergognosi. Rifiuteresti senza esitazioni un comportamento del genere da parte del tuo direttore, perché il vostro rapporto è regolato da norme giuridiche e queste non prevedono che lui si rivolga a te insultandoti. Ha il diritto di richiamarti per iscritto, ma non di insultarti. Non solo, ma l’insulto ai suoi sottoposti è una violazione delle norme amministrative di cui deve rispondere. Supponiamo che il medesimo incidente avvenga con tuo padre, che tu sia leggermente in ritardo, e che egli ti ricopra di insulti. In questo caso tuo padre non deve rispondere del suo gesto perché la religione e la consuetudine ti costringono ad accettare gli insulti di tuo padre. Sopporti da tuo padre cose che dagli altri non sopporteresti. Tuo padre ti ha dato la vita, ha provveduto alla tua sussistenza, ti ha educato, ti ha istruito, e sarai in debito con lui per sempre. Devi sopportare i suoi misfatti, per quanto ti diano fastidio. La differenza fra il rapporto con il tuo direttore e quello con tuo padre sta nel fatto che con il primo il legame è di tipo professionale ed è regolato da norme amministrative; il secondo è una relazione umana e concede al padre un diritto assoluto sul proprio figlio.

 

 

La differenza fra il direttore e il padre è la stessa differenza che vi è fra il presidente eletto e il dittatore: il presidente eletto è un funzionario al servizio del popolo, che ne controlla gli atti, vigila su di lui attraverso il Parlamento e, se vuole, ha la facoltà di destituirlo. Invece agli occhi del popolo il dittatore è il padre: obbedirgli è un obbligo e sottomettersi a lui è una virtù. Egli sa ciò che noi non sappiamo, e per quanto possa essere spietato con noi, dobbiamo sopportarlo perché la sua durezza trae origine dal suo amore e dalle sue preoccupazioni nei nostri confronti. In un regime democratico è normale biasimare il presidente. Può eventualmente farlo anche il più semplice dei cittadini, che può incontrare il presidente, criticarlo per la sua condotta, accusarlo di menzogna e fallimento – come è successo a molti presidenti occidentali – e poi tornarsene tranquillamente a casa propria. Opporsi al dittatore è considerato un peccato contro la patria che la gente condanna, mentre chi se ne macchia viene accusato di essere una quinta colonna, di essere finanziato dai nemici o di istigare al caos. La storia ci insegna che la dittatura si realizza a patto che sussistano due condizioni: la tirannia del governatore e la sottomissione del popolo. Ci insegna anche che i popoli liberi sono in grado di giudicare i propri leader, senza ammantarli di un’aura di santità. Winston Churchill, il primo ministro britannico, pur avendo guidato il suo paese e i suoi alleati alla vittoria nella seconda guerra mondiale, perse le prime elezioni svoltesi dopo la guerra del 1945. (…)

 

 

Nonostante gli enormi apprezzamenti per Churchill come eroe nazionale, i britannici hanno rifiutato di prolungargli dopo la guerra l’incarico di primo ministro, perché credevano che il fatto di essere stato capace di esercitare la leadership durante la guerra non significasse necessariamente essere adatto a fare il primo ministro anche in tempo di pace…

 

Il motivo di quanto sto dicendo è l’attuale campagna per convincere il generale al-Sisi a condidarsi alla presidenza. Il generale Abd al-Fatah al-Sisi ha svolto una missione nazionale importante quando si è schierato dalla parte della rivoluzione del popolo contro l’organizzazione terroristica dei Fratelli Musulmani. Questa azione gli sta facendo guadagnare una grande popolarità fra gli egiziani, ma essere un leader dell’esercito di successo significa poter guidare il paese con la stessa efficienza?!

 

 

Il coraggio e l’esperienza militare sono sufficienti a gestire efficacemente lo Stato nei campi della politica, dell’economia, della pianificazione e dello sviluppo? Quali saranno le politiche del generale al-Sisi se diventasse presidente? Qual è il suo programma presidenziale e quali i mezzi per attuarlo? Che significato ha per il generale al-Sisi la rivoluzione di gennaio? La ritiene, come fanno i reduci del regime di Mubarak, un complotto dei Fratelli musulmani e degli americani? Approva la campagna di arresti dei giovani rivoluzionari condotta dagli apparati di sicurezza con l’invenzione di accuse nei loro confronti, mentre le ultime vittime giovani erano fra i rivoluzionari più nobili e coraggiosi, come Naji Kamel e Nazali Hussein e Khaled al-Sayyid? Al-Sisi approva la diffamazione a buon mercato perpetrata dagli apparati di sicurezza dello Stato nei confronti dei rivoluzionari attraverso una parte degli operatori dei media? Il generale al-Sisi ha intenzione di chiedere conto agli uomini d’affari disonesti che hanno approfittato dei loro rapporti con Mubarak per saccheggiare le risorse del popolo egiziano?

 

…Le stragi che hanno avuto luogo all’epoca del Consiglio Militare e hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti egiziani… Il generale al-Sisi ha intenzione di aprire inchieste indipendenti, anche se queste porteranno alla condanna del maresciallo Tantawi, che al-Sisi considera un maestro? Al-Sisi riprenderà le politiche di Mubarak di privatizzazione e vendita del settore pubblico, o crede che il ruolo dello Stato consista nell’offrire sostegno ai poveri e nel dare loro una vita dignitosa? Tutte queste domande rimangono senza una risposta.

 

 

Con l’eccezione di una dichiarazione vaga circa l’intenzione di non voler tornare al passato, il generale al-Sisi non ha rivelato i suoi pensieri, né i suoi orientamenti politici. Scopriamo dunque una cosa strana: milioni di egiziani vogliono un uomo che assuma la presidenza e non sanno nulla sui suoi orientamenti politici.

 

In realtà i sostenitori di al-Sisi comprendono diversi tipi di egiziani: ci sono i reduci del regime di Mubarak, che sono tornati sulla scena con tutte le loro forze, come se non ci fosse stata alcuna rivoluzione contro di loro. (…).

 

Il secondo tipo di sostenitori di al-Sisi sono ipocriti professionisti che si schierano con tutti i presidenti. Oggi al-Sisi per averne un vantaggio domani e confidano nel ritorno della tirannia, partecipando alla fabbrica del nuovo dittatore, per essere premiati con privilegi e cariche. Il terzo tipo di sostenitori di al-Sisi è formato da alcuni miei amici nasseristi, che nutre un amore per il grande leader Nasser tale da far loro sperare che la sua esperienza si ripeta in qualsiasi modo. Sognano un leader che stia a fianco dei poveri, sfidi l’imperialismo e riconquisti la nostra dignità nazionale. Questo sogno nasserista li aveva già spinti a impantanarsi, in buona fede, nel sostegno a tiranni sanguinari, come per esempio Gheddafi, Saddam e Hafez al-Assad. (…).

 

 

Questa prospettiva distorta potrebbe generare in alcuni nasseristi un entusiasmo per il generale al-Sisi come successore di Nasser. Ma a costoro sfuggono due importanti considerazioni: la prima è che Nasser, nonostante la sua grandezza, il suo coraggio e la sua lealtà, una volta preso il potere sostituì il regime democratico con una leadership assoluta, finita con il disastro del ‘67, di cui paghiamo ancora le conseguenze. Allo stesso modo la sua grande esperienza è crollata con la sua morte, perché lui non ha lasciato un sistema che potesse preservare le conquiste della rivoluzione. In secondo luogo, la tendenza socialista di Nasser a schierarsi con i poveri è stata chiara fin dall’inizio, e questo non si applica al generale al-Sisi, del quale ancora non sappiamo se sia più di orientamento socialista o capitalista, né conosciamo la sua esatta posizione all’interno del regime corrotto e dispotico di Mubarak. Non sono quindi i fedelissimi del regime di Mubarak, gli ipocriti, e i sognatori nasseristi a garantire la popolarità di al-Sisi, che si fonda piuttosto sul sostegno di semplici cittadini che vedono nel generale al-Sisi il loro unico salvatore.

 

 

Queste persone semplici erano contente per la destituzione di Mubarak e si aspettavano molte cose positive, ma per tre anni hanno sofferto l’immobilismo, l’inflazione, oltre all’intimidazione tramite il disimpegno autorizzato della sicurezza e i ripetuti massacri dell’epoca del Consiglio Militare, insieme a campagne mediatiche diffamatorie ai danni della rivoluzione, che li ha portati a odiarla o almeno a dubitare della sua sincerità.

 

Poi i Fratelli Musulmani hanno assunto il potere e le cose sono peggiorate. La gente percepiva che il paese era caduto nelle mani di una cricca da cui sarebbe stato difficile liberarsi, fino a quando sono scesi in piazza milioni di persone per sbarazzarsi dei Fratelli Musulmani e al-Sisi si è schierato dalla loro parte, proteggendo la loro volontà e attuandola.

 

 

Il ruolo svolto da al-Sisi gli è valso la popolarità di cui gode ora e ha suscitato in molti egiziani il desiderio di vederlo diventare presidente a prescindere dalle sue competenze e dai suoi orientamenti. Gli egiziani che portano l’immagine di al-Sisi per le strade in realtà non cercano un presidente della Repubblica, ma un padre che li abbracci e dia loro sicurezza dopo la lunga sofferenza. Vogliono al-Sisi anche se dovesse riprendere le politiche di Mubarak, anche se dovesse opprimerli, o governarli attraverso una legislazione d’emergenza o ripristinare detenzioni e torture. Accetteranno qualsiasi cosa da al-Sisi esattamente come accettiamo gli eccessi di un padre. Basta che al-Sisi dia loro sicurezza e che sconfigga il terrorismo, anche se le cose dovessero tornare come ai tempi di Mubarak.(…) L’importante per loro è sentire di avere di nuovo un padre forte che li protegga, li controlli e dia loro sicurezza. Non possiamo ovviamente biasimare dei cittadini spaventati in cerca della protezione di un padre. Le forze antirivoluzionarie guidate dal precedente Consiglio militare e dalla cricca dei Fratelli Musulmani, che ha preso il controllo del potere, e i sostenitori dei Fratelli Musulmani, che compiono quotidianamente operazioni terroristiche mettono gli egiziani in una situazione peggiore di quella contro cui si erano sollevati all’epoca di Mubarak. Un’ampia fetta di sostenitori di al-Sisi non sta quindi cercando un presidente, ma un padre che li protegga dai cattivi. Per questo spingono perché vada al potere al punto da far dire in televisione a una persona: “vogliamo che al-Sisi sia presidente subito e non c’è bisogno di spese elettorali inutili, pubblicità e discorsi”.

 

 

Qui ci troviamo di fronte ad un dilemma: la rivoluzione egiziana era scoppiata fondamentalmente per abolire l’idea di un padre-presidente, e istituire uno stato democratico in cui il presidente è il servitore del popolo. Venti milioni di egiziani più consapevoli, nobili e coraggiosi si sono ribellati nel gennaio 2011 contro uno dei regimi più oppressivi al mondo e sono riusciti a costringere Mubarak a dimettersi, poi hanno imposto al Consiglio militare il suo rinvio a giudizio e la sua incarcerazione. (…) Se al-Sisi si convincerà che un sistema democratico è più importante dell’autorità del leader assoluto, e se consentirà lo svolgimento di elezioni presidenziali trasparenti, allora otterrà un’autentica legittimità dentro e fuori l’Egitto, e trasformerà l’Egitto da un paese arretrato e dispotico in un paese democratico e responsabile. Ma se al-Sisi diventerà presidente con elezioni finte, come quelle attraverso cui Mubarak ha governato per trent’anni, farà torto al diritto del popolo e alla rivoluzione, spingendo l’Egitto verso una nuova dittatura di cui tutti pagheremo il prezzo, allo stesso modo in cui abbiamo già pagato più volte in precedenza.

 

 

La democrazia è la soluzione.

 

 

* Articolo apparso il 27 gennaio 2014 sul quotidiano egiziano Al-Masry al-Yawm, traduzione dall’arabo di Alice Bondì e Michele Brignone.

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