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Medio Oriente e Africa

Gli islamisti egiziani rialzano la testa

Il fronte salafita egiziano invita tutti i musulmani a “insorgere”, oggi venerdì 28 novembre, per far cadere il Presidente al-Sissi e rimettere l’identità islamica e la sharî‘a al centro della politica del Paese. Ma il governo non starà a guardare e si rischia un’altra esplosione di violenza.

Mentre il Presidente Abd al-Fattah al-Sissi era in tournée in Europa per parlare, tra le altre cose, di sicurezza e lotta al terrorismo, in Egitto aumentava la pressione islamista. Dopo l’affiliazione allo Stato Islamico del gruppo jihadista degli Ansâr Bayt al-Maqdis, che dal 2011 opera nel Sinai, il Paese si prepara ad assistere oggi 28 novembre prossimo all’insurrezione (intifada) della “gioventù musulmana”. L’iniziativa è stata lanciata dal Fronte salafita, un’organizzazione fondata dopo la Rivoluzione del 2011. Ne fanno parte personalità e gruppi che si riconoscono, come dice lo stesso nome, nell’interpretazione salafita dell’Islam e mirano a fare di quest’ultima il fondamento della vita pubblica egiziana.

 

 

Il gesto di oggi ambisce a essere qualcosa di più di una semplice manifestazione di protesta. I documenti e i comunicati diffusi sui social network dalla “gioventù musulmana” parlano del primo atto di una sollevazione che punta ad affermare «l’identità islamica dell’Egitto, il rifiuto della dipendenza dall’egemonia americano-sionista e la caduta del governo militare».

 

È difficile prevedere l’ampiezza della contestazione. L’obiettivo dichiarato degli organizzatori è mobilitare, a partire dalla preghiera dell’alba di oggi, una milyuniyya, la “milionata” di persone che, in un campo o nell’altro, è diventata negli ultimi anni uno dei marchi di fabbrica dell’eterna transizione egiziana. Alcuni gruppi islamisti e salafiti, come la Jama‘a Islamiyya e il partito al-Nûr, non solo non parteciperanno alla manifestazione ma hanno anche condannato l’iniziativa. I Fratelli musulmani hanno diffuso ieri sera un comunicato con cui invitano i propri militanti a partecipare pacificamente alla mobilitazione in modo da non fornire alle forze di sicurezza facili pretesti per intervenire con la forza.

 

 

Il governo egiziano è infatti pronto a reagire duramente. Non si capisce infatti quale obiettivo possa avere l’insurrezione promossa del Fronte salafita se non lo scontro con le forze di sicurezza, le quali non hanno alcuna intenzione di transigere sulle provocazioni islamiste, come hanno dimostrato con la sanguinosa repressione, il 14 agosto scorso, dei militanti dei Fratelli musulmani di Raba‘a al-Adawiyya.

 

Se è inverosimile che nel breve periodo gesti simili possano costituire un’effettiva minaccia per il presidente al-Sissi, è evidente che, tra vassalli dello Stato islamico, Hamas, vari gruppi che agiscono in Libia, salafiti e Fratelli musulmani pronti a rialzare la testa non appena si presentasse l’occasione, l’Egitto rischia di trovarsi stretto in una morsa islamista sempre più pericolosa. Progetti e metodi d’azione di tutti questi gruppi sono ancora abbastanza eterogenei da impedire la loro saldatura nel califfato globale preconizzato da al-Baghdadi, ma abbastanza convergenti da far sprofondare l’Egitto e non solo in un disordine cronico e una violenza endemica.

 

 

Articolo pubblicato su Avvenire il 28 novembre 2014

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