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Medio Oriente e Africa

Gli islamisti sconfitti pronti al patto con il nemico

Non umiliati, ma sconfitti: gli islamisti escono dalle elezioni tunisine come perdenti, ma disposti a restare sulla scena anche a costo di alleanze con gli antagonisti della campagna elettorale (Nidaa Tunis), che hanno vinto presentandosi “contro” l’Islam politico. In gioco la stabilità del Paese.

Dopo le elezioni parlamentari del 26 ottobre scorso, la stabilità e la governabilità della Tunisia potrebbero passare per la strada stretta di un’alleanza contro natura fra nemici: Nidaa Tunis, un aggregato di persone e idee di vario orientamento, vince aggiudicandosi 85 seggi sui 217 in palio, mentre gli islamisti di an-Nahda si fermano a 69 seggi. I restanti 63 seggi si dividono tra l’Unione Patriottica Libera, di orientamento liberale, il Fronte Popolare, una coalizione di partiti e associazioni di sinistra, e una miriade di altri partiti più piccoli. In totale entrano nel nuovo Parlamento tunisino ben 19 formazioni politiche.

 

Oltre all’assenza di una maggioranza chiara e dell’estrema frammentazione partitica, l’elemento più significativo di questi dati è senza dubbio la sconfitta di an-Nahda, il cui fallimento è probabilmente più profondo di quello che i numeri lasciano intendere.

 

 

Nella lunga transizione post-rivoluzionaria (2011-2014), an-Nahda aveva infatti presentato se stessa come il soggetto naturalmente deputato a guidare il cambiamento del Paese in virtù della sua profonda sintonia con l’identità arabo-islamica del popolo tunisino. Per Rachid Ghannouchi, leader del partito, risveglio islamico, riforma politica e affermazione della democrazia contro l’autoritarismo rappresentavano tre aspetti di un unico processo. Questa lettura aveva trovato un’apparente conferma alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2011, alle quali an-Nahda aveva conquistato una consistente maggioranza relativa (37%) e assunto di conseguenza la guida di due governi di coalizione. Ma oggi essa è inequivocabilmente smentita dal trionfo di Nidaa Tunis, un partito molto eterogeneo tenuto insieme da una tenace opposizione ai progetti islamisti e dal riferimento all’eredità politica e culturale del presidente Bourguiba che invece an-Nahda ha sempre rifiutato. Non è una vittoria della laicità contro l’Islam, quanto una bocciatura delle interpretazioni islamiste del rapporto tra religione e politica e soprattutto della gestione del potere dal parte di an-Nahda e dei suoi alleati (la cosiddetta Troika), che, oltre a imporre un logorante dibattito sull’identità del Paese e sulle sue implicazioni politico-giuridiche, ha colpevolmente lasciato ampio margine di manovra alle organizzazioni salafite e alla loro violenza. I risultati sono stati tra il deludente (stallo politico-istituzionale, situazione economica difficile, disoccupazione), e il catastrofico (due omicidi politici e un clima di insicurezza diffusa).

 

 

Ma Ghannouchi ha avuto la lucidità di impedire che la spaccatura sociale e politica della Tunisia diventasse tragicamente irrimediabile. Cedendo alla pressione dell’opposizione e di una società civile ben organizzata e messa in guardia dalle vicende egiziane, an-Nahda ha accettato nell’ottobre 2013 di avviare un “dialogo nazionale” e stabilito con le altre forze politiche e sociali un percorso di uscita dalla crisi in quattro tappe: formazione di un governo tecnico, varo della nuova Costituzione, elezioni politiche, elezioni presidenziali (previste il prossimo 23 novembre).

 

 

In campagna elettorale gli islamisti hanno utilizzato questa svolta per rinnovare l’immagine del proprio partito, camuffando il loro fallimento come una dimostrazione di responsabilità e concentrando la loro comunicazione politica sui temi della crescita economica e della sicurezza contro il terrorismo. Intanto, le nuova parole d’ordine di Ghannouchi sono diventate tawâfuq (consenso), e “unità nazionale”, ripetute ad nauseam per preparare in anticipo la fase post-elettorale e la formazione di future alleanze.

 

Lo stile conciliante della campagna elettorale e il riconoscimento pressoché immediato del successo dell’avversario da parte dei dirigenti di an-Nahda potrebbero così sembrare il punto di arrivo della lunga traversata del movimento di Ghannouchi dall’islamismo militante e anti-sistema alla piena accettazione della democrazia parlamentare e delle sue regole.

 

 

Tuttavia Ghannouchi non pare essersi rassegnato alla definitiva trasformazione di an-Nahda in un’organizzazione “banale”, che come gli altri partiti rappresenta valori, interessi e gruppi presenti nella società e con gli altri partiti compete per il consenso elettorale. Lo dimostra il suo discorso del 27 ottobre scorso, pronunciato davanti ai militanti nahdawi, in cui l’ideologo e leader islamista ha presentato la sconfitta politica delle elezioni come una vittoria “divina”. Lo ha fatto citando i primi versetti della sura 48 del Corano, intitolata appunto “La vittoria” («Ti abbiamo concesso una chiara vittoria, affinché Dio ti perdoni i tuoi peccati di prima e di poi e completi la sua grazia su di te e ti guidi lungo un cammino diritto»). Questi versetti fanno riferimento al cosiddetto patto di Hudaybiyya, esplicitamente citato da Ghannouchi, che Maometto strinse nel 628 con le tribù pagane della Mecca. Voluto per consentire ai primi musulmani di effettuare incolumi un pellegrinaggio alla ka‘ba, l’armistizio ebbe un’importanza strategica fondamentale perché consentì il consolidamento politico e religioso della umma e preparò la conquista definitiva della Mecca.

 

 

Letta alla luce di questo episodio della storia islamica, la battuta d’arresto di an-Nahda e la sua disponibilità a collaborare con i “pagani” di Nidaa Tunis, non sarebbero altro che una temporanea parentesi prima del trionfo finale. Ovviamente si può scegliere di non dare troppo peso alle parole di Ghannouchi, che per di più non è nuovo a questi rimandi tra attualità politica e storia islamica. In fondo è normale che un leader politico usi tutti gli strumenti retorici che il suo repertorio gli offre, tanto più se deve far digerire ai suoi una sconfitta oggettivamente indigesta. Lo stesso Ghannouchi si è peraltro espresso con altri accenti nella conferenza stampa del 30 ottobre in cui ha commentato i risultati elettorali, affermando di non volere una polarizzazione simile a quella che si è creata in Egitto e di rifiutare l’immagine di una divisione tra laici e islamisti, tra miscredenti e musulmani, tra passatisti e modernisti, perché essa non può che portare alla guerra civile.

 

 

Questa apparente schizofrenia non è solo la manifestazione di un tatticismo esasperato, attento di volta in volta a selezionare parole e gesti in base al contesto e all’interlocutore. Essa è soprattutto la risultante di tre elementi strettamente interconnessi: la centralità di una figura come quella di Ghannouchi, sospesa tra il ruolo di ideologo e quello di leader politico; la natura di an-Nahda, che vorrebbe continuare a essere allo stesso tempo un movimento per la predicazione islamica e un partito politico; e le aporie di un’idea, riassumibile nella formula “democrazia islamica”, in cui l’accento rimbalza continuamente tra il sostantivo e l’aggettivo senza trovare un equilibrio convincente.

 

 

Quale anima prevarrà dipenderà anche dalle mosse di Nidaa Tunis a cui, dopo le prossime elezioni presidenziali, spetterà il compito di proporre un governo e trovare una maggioranza che lo sostenga in Parlamento. Dopo aver incentrato la propria campagna elettorale sul superamento dell’oscurantismo islamista, la formazione di Caid Essebsi deve decidere se cercare altrove i propri alleati (ma l’operazione è tutt’altro che semplice), rischiando così di far riesplodere la guerra ideologica con an-Nahda, o accettare “la tregua” col nemico in nome della stabilità politica e della pace sociale.

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