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Cristiani nel mondo musulmano

I benedettini e i nuovi barbari

Di fronte all’avanzata di Isis la prima attenzione deve andare alla difesa delle vite umane e alla cura dei profughi. Ma i nuovi barbari non si limitano ad uccidere, vogliono anche cancellare la memoria di chi è vissuto nei territori da loro occupati, distruggendone l’antico patrimonio culturale.

Mentre lo Stato Islamico impone il suo ordine mono-colore a Mossul, sono in molti a lottare per preservare le molteplici sfumature racchiuse nella storia della città irachena. A due passi dall’antica Ninive, Mossul e la sua piana sono stati un centro culturale di notevole importanza nell’Islam medievale. Ma soprattutto è in questa regione che la lingua e la cultura siriaca, espressione di quel mondo aramaico in cui il Cristianesimo conobbe la sua prima diffusione, sono sopravvissuti lungo i secoli: uno straordinario patrimonio di monasteri e chiese, iscrizioni, manoscritti e archivi che lo Stato islamico si è affrettato a distruggere. Ma per una parte del patrimonio, i militanti islamisti sono arrivati tardi: li hanno preceduti i benedettini.

 

 

Tutto nasce in Italia, a Montecassino, durante la seconda guerra mondiale. I furiosi bombardamenti distruggono il monastero e le sue collezioni. Riflettendo su quanto avvenuto, nel 1965 alcuni benedettini americani lanciano un progetto mondiale per la fotografia di manoscritti e archivi, nell’ipotesi di una nuova, devastante guerra. Dall’Europa occidentale l’iniziativa, nota con l’acronimo HMML, si allarga gradualmente verso altre aree del mondo: Europa orientale, Etiopia, Mali e Medio Oriente. Nel 2009 HMML approda in Iraq, per il tramite del priore dei domenicani di Mossul, P. Najeeb Mikhael. Una prima tranche di digitalizzazioni è completata prima dell’arrivo di Isis, e durante l’estate P. Najib e la sua squadra, che nel frattempo sono riparati a Qaraqosh, riescono a portare in salvo in Kurdistan i manoscritti e gli archivi del priorato domenicano e quelli del Patriarcato caldeo di Baghdad.

 

 

Ma dietro le linee di Isis resta un patrimonio imponente. Ed è particolarmente commovente sfogliare on-line i 122 manoscritti provenienti dalla chiesa siro-cattolica di San Tommaso a Mossul, catalogati e postati solo qualche giorno fa dal Center for the Preservation of Ancient Religious Texts. L’idea risale al bibliotecario della chiesa, P. Pius Alfaz, che già 5 anni fa aveva visto addensarsi la tempesta. Tutti documenti che oggi probabilmente non esistono più e che proprio per questo assumono un valore immenso.

 

 

I primi difensori di questo patrimonio minacciato sono i siriaci stessi, una comunità religiosa che già durante la Prima Guerra Mondiale fu vittima di un genocidio, istigato dalle autorità ottomane. Decennio dopo decennio molti membri di questa minoranza sono andati a ingrossare le fila di un’imponente diaspora, diffusa soprattutto in Nord-America e in Svezia, ma senza dimenticare le proprie radici. Emblematico è il caso di Georges Kiraz, nato a Betlemme ed emigrato a Los Angeles negli anni Ottanta. Ingegnere informatico, ha aggiunto l’alfabeto siriaco al sistema Unicode, ha creato font appositi e ha fondato in New Jersey la casa editrice Gorgias Press, dedita a diffondere la conoscenza del patrimonio siriaco e cristiano orientale in genere. Sempre in Nord-America l’università di Toronto ha avviato da anni un progetto di catalogazione delle iscrizioni siriache, diffuse nel Medio Oriente, ma anche nell’India meridionale e fino alle porte della Cina. Nel Medioevo infatti missionari siriaci si spinsero fin nell’Asia Centrale, in Tibet e nel Celeste Impero: una storia pressoché ignota in Occidente.

 

 

Di fronte all’avanzata dello Stato islamico, la priorità va certamente alle centinaia di migliaia di profughi, cristiani, yazidi e musulmani, che aspettano di tornare nelle loro case. Ma Kiraz, P. Najib, P. Pius, i benedettini dell’HMML e tanti altri hanno compreso che la lotta è anche per la conservazione della memoria. Perché, come fu già per gli ebrei di fronte alla furia nazista, la rinascita passerà anche attraverso la preservazione del proprio passato. Finché c’è memoria, c’è speranza. E forse, un giorno, la possibilità del ritorno.

 

 

Per saperne di più:

 

 

http://www.hmml.org

 

 

http://cpart.maxwellinstitute.byu.edu/home/resources/manuscripts/st-thomas-mosul/

 

 

www.epigraphy.ca

 

 

Gorgias Encyclopedic Dictionary of the Syriac Heritage, Gorgias Press, Piscataway (NJ) 2011

 

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