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Cristiani nel mondo musulmano

I cristiani a Tunisi, termometro di democrazia

Intervista a P. Nicolas Lhernoud, Vicario Generale dell’arcidiocesi di Tunisi, a cura di Maria Laura Conte

Ultimo aggiornamento: 11/06/2018 16:46:51

«Malgrado quello che si legge spesso sui giornali occidentali, noi cristiani non siamo in una situazione di insicurezza più degli altri abitanti del Paese. La rivoluzione tunisina non ha avuto una caratterizzazione “religiosa” e da essa non è scaturito un particolare movimento anticristiano. La rivoluzione ha aperto una fase di incertezza, una paura del domani, che sta investendo tutti allo stesso modo. Condividiamo la stessa attesa, lo stesso quotidiano, degli altri abitanti di questo Paese. Dall’Europa ci chiedono a volte se abbiamo paura a vivere qui, ma questo accade perché la nostra situazione viene letta spesso attraverso il prisma dell’Egitto o dell’Algeria di anni fa. La verità è che qui c’è un dibattito fortissimo all’interno dell’Islam, non una tensione tra cristiani e musulmani. Mi sono reso conto di questa percezione della nostra situazione a Parigi un paio di mesi fa, durante una conferenza sulla situazione dell’Egitto e della Tunisia dopo la primavera araba. Parrecchie domande del pubblico erano segnate dall’idea che noi ci trovassimo in pericolo. Mentre invece non abbiamo paura, qui noi stiamo bene. Certo il clima di insicurezza generale richiede di comportarsi con prudenza, ma anche di vigilare e leggere i fatti che accadono nel modo più lucido possibile, senza pregiudizi. La situazione politico-istituzionale è in una fase critica: la trafila per la costituzione di un nuovo governo appare ancora lunga e complicata e, mentre Tunisi è ancora scossa dall’assassinio di Chokri Belaid, si registrano forti contrasti in tutto il Paese. Un recente sondaggio sull’orientamento degli elettori ha rilevato una bipolarizzazione più chiara nel popolo e sembra che An-Nahda stia perdendo consensi in ampie aree del Paese». Qual’è l’urgenza numero uno per Lei oggi? La sfida numero uno del Paese è l’economia. Oggi la gente arriva a chiedersi sempre più di frequente: “Cosa mangerò domani?”. La disoccupazione è forte, anche l’inflazione. La crisi in Europa non aiuta, visto che il primo partner economico della Tunisia è quello europeo. La seconda sfida e urgenza del momento è la sicurezza. Alcuni gruppi o movimenti fanno paura, come la galassia dei salafiti. Non sappiamo bene chi siano né che cosa vogliono esattamente. La presenza di questa zona d’ombra ci costringe alla prudenza, ma non perdiamo la calma e l’ottimismo. In passato sono accaduti alcuni fatti che in un primo momento sono stati interpretati erroneamente come atti contro di noi, ma che si sono rivelati a un’analisi più accorta come espressione di altri tipi di disagio sociale. Per esempio l’assassinio del missionario salesiano polacco Marek Rybinski, avvenuto nel quartiere della Manouba nel 2011, non aveva nulla a che fare con un movente religioso; i tentativi di incendio alla chiesa di Sousse erano connessi a un dramma familiare psicologico attestato, non a intenti anticristiani. Non c’è una situazione di odio particolare contro di noi, ma è un’intera società a essere in travaglio. E quale può essere il contributo del piccolo gregge di cristiani in questo travaglio? «Spesso capita che la gente ci chieda di rimanere qui per aiutare la Tunisia in questa fase di maturazione di una cultura democratica. In quanto minoranza costituiamo una sorta di pungolo per capire come un’autentica democrazia, per evitare di diventare dittatura della maggioranza, debba lasciare spazio espressivo a tutte le sue componenti. Perciò noi siamo “passivamente”, con la nostra semplice presenza qui, una sorta di termometro che misura il livello di democrazia del processo in corso. Non spetta a noi esprimere una posizione politica esplicita. La militanza politica non è un compito nostro». E in cosa si manifesta la vostra presenza qui? Dove i cristiani sono all’opera in Tunisia? Segnalerei tre ambiti in particolare. Il primo è connesso alle nostre opere culturali, spirituali e di solidarietà sociale. Penso alle nostre nove scuole, frequentate da bambini e ragazzi fino ai 15 anni di età; alle nostre opere sociali di sostegno alle persone con disabilità, all’infanzia abbandonata, alle ragazze madri; alle biblioteche, luoghi che aiutano a sviluppare il dialogo e la riflessione. In molti di questi casi si tratta di opere che portiamo avanti in collaborazione con enti tunisini dei quali noi siamo partner. Il secondo è più “economico”: molti dei cristiani che vivono qui, sono qui per lavoro, imprenditori o funzionari di multinazionali, e in questa fase sono particolarmente in balia delle turbolenze politiche, della mancanza di regole economiche interne al Paese e della crisi dell’Europa. Perciò la Chiesa in Tunisia è chiamata a stare accanto anche a questi laici investiti dalle sfide economiche e lavorative. Infine il terzo polo, vissuto quotidianamente e in tutti i contesti di vita, consiste nel dialogo. La rivoluzione ha portato una ventata di novità anche in questo ambito, siamo chiamati ad ascoltare le domande nuove che emergono, per esempio nelle università e in generale nei luoghi del dibattito pubblico. Quindi sembra di capire che non siete ai margini di questa stagione di transizione… La gente parla con noi con più facilità rispetto a prima. Siamo conosciuti come gente che ha un orecchio per ascoltare e accompagnare sul piano personale, ma con riservatezza. Usiamo i mezzi di comunicazione sociale digitale e partecipiamo al dibattito comune, non ci chiamiamo fuori, ma manteniamo sempre una certa misura e prudenza. * I numeri Gli abitanti della Tunisia sono 11 milioni circa. I cristiani sono 25-30.000 di quasi 80 nazionalità diverse. Di questi 85-90 % sono cattolici. La diocesi conta 10 parrocchie e 40 sacerdoti di cui 10 sono incardinati in Tunisia, gli altri sono missionari, religiosi o Fidei Donum (solo per citarne alcuni: missionari Salesiani, del Verbo Incarnato, Lazaristi, Padri Bianchi, ecc…). Le religiose sono 130, divise in 25 comunità.

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