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Medio Oriente e Africa

I punti oscuri della crisi libica

Dinanzi alla crisi libica un fatto appare evidente: su quello che sta realmente accadendo non sappiamo granché. In fondo, stiamo (quasi) tutti leggendo al-Jazira, che non è esattamente un modello d’imparzialità. In mancanza di informazioni sicure, può essere utile elencare un paio di punti oscuri della nuova guerra in cui ci siamo ritrovati catapultati.

 

 

Prima di tutto i ribelli. Chi sono? La vulgata dei primi giorni tendeva ad accomunarli ai manifestanti tunisini ed egiziani. Con il passare dei giorni è diventato più chiaro (lo accennavamo nella scorsa newsletter) che ci siamo coinvolti in una guerra civile: Cirenaica contro Tripolitania (le due regioni storiche della Libia), divise secondo lealtà di tipo tribale. Ciò non toglie che gli insorti vogliano rompere con una dittatura soffocante e reclamino maggiori libertà, ma suggerisce un quadro un po’ più complesso di “i giovani chiedono la democrazia”. Per dire, la Libia, a differenza di Egitto o Tunisia, non è uno stato-nazione. Non ha un passato comune di lunga data. Non ci sono partiti politici significativi, l’esercito, a differenza dei Paesi confinanti, vede una forte presenza di mercenari e l’Islam stesso era finora veicolato dall’interpretazione di Gheddafi (fatta salva la presenza clandestina degli islamisti militanti, non estranei alla rivolta). Da ultimo, non è chiara neppure la reale consistenza numerica degli insorti.

 

 

Tanto poco si conoscono i ribelli quanto bene il Colonnello Gheddafi. Negli anni scorsi gli si perdonava tutto (tenne indisturbato una lectio magistralis alla Sapienza, la stessa università da cui un manipolo di coraggiosi docenti riuscì a respingere Benedetto XVI). Ora si è deciso di presentargli il conto. O meglio, lo ha deciso la Francia, la Gran Bretagna ha acconsentito, gli Stati Uniti hanno lasciato fare, la Germania si è astenuta, l’Italia ha pensato che era un male minore stare dentro che stare fuori e la Lega araba ha cercato di mediare tra posizioni contrastanti al suo interno, salvo poi esprimere il proprio stupore (e quello turco) di fronte al fatto che la no-fly zone venisse imposta con l’uso della forza e non con un grazioso schiocco di dita.

 

 

Conciliare le varie posizioni ha richiesto tempo e così si sono lasciati affondare i ribelli per poi lanciare con grande precipitazione una campagna militare (“missione di pace”) dai contorni mal definiti. Ufficialmente lo scopo è evitare violenze di Gheddafi su «civili e aree popolati da civili minacciate di attacco nella Jamahiriyya araba libica, Bengasi inclusa». L’unico punto chiaro nella formulazione ONU è la protezione di Bengasi, che è già stata raggiunta. Da lì ci si è allargati al resto della Cirenaica in mano ai ribelli, obiettivo in corso di raggiungimento. Il testo però si presta anche a un’interpretazione più ampia in cui le aree minacciate di attacco vengono a coincidere con l’intera Libia. In altre parole, l’obiettivo diventa la cacciata di Gheddafi. Una tesi molto pericolosa, perché di «civili minacciati di attacco» dai loro dittatori ce ne sono parecchi al mondo. Dovremo fare la guerra a tutti loro?

 

 

L’esperienza della Serbia dice che difficilmente si riesce a rovesciare un regime con una serie di raid aerei mirati. Come è già stato ampiamente ricordato, l’Iraq mostra che cosa significa intervenire sul terreno. A decidere l’interpretazione della risoluzione ONU sarà perciò la reale consistenza militare dei ribelli, sempre più armati e riforniti. Se avanzano, si parlerà di guerra per la democrazia. Se non progrediscono, sarà una guerra umanitaria. Una guerra e basta, una guerra d’interesse, sembra brutta al giorno d’oggi.

 

 

Che diversi Paesi europei, prima fra tutti la Francia, cercassero un maggiore spazio economico in Libia è cosa risaputa. Per Parigi c’era anche da riscattare la pessima gestione della rivoluzione tunisina e probabilmente si è pensato di approfittare dei movimenti che percorrono il mondo arabo per regolare la faccenda. Ma Gheddafi si è dimostrato più radicato sul terreno di quanto si pensava. Il gioco è diventato pericoloso, Francia e Gran Bretagna hanno scelto di giocarlo lo stesso e gli altri hanno seguito. I risultati sono finora confusione negli obiettivi, spregiudicatezza nei mezzi, valutazioni strategiche errate e l’inevitabile coinvolgimento di civili, mentre si fa finta di non pensare all’intervento terrestre. Non sono buone premesse e renderanno un po’ più sospette le prossime dichiarazioni di appoggio ai movimenti democratici nei Paesi arabi.

 

 

 

* Una versione abbreviata di questa contribuzione è stata pubblicata sul quotidiano Avvenire, del 12 marzo 2011, a p. 12

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