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Cristiani nel mondo musulmano

I rifugiati del Sudan, meticci “per forza”

L’esperienza di lavoro con i rifugiati provenienti da vari paesi africani, soprattutto dal Sudan, maturata nei dieci anni trascorsi al Cairo, mi convince che da queste persone in carne e ossa, dalla loro vita travagliata, ci giunga una lezione chiave su che cosa generi l’incontro tra culture e tradizioni, su cosa possa lasciar emergere di autentico una situazione di esilio e di dolore nella persone e nei popoli.

 

 

Per utilizzare un linguaggio familiare a Oasis, potrei descrivere la dolorosa realtà dei rifugiati come un fenomeno di “meticciato forzato”.

 

Analogamente qualche studioso ha descritto la condizione di un rifugiato come “border zone of multiple contextual identities” : il rifugiato, cioè, acquisisce identità, culture, convinzioni nei diversi luoghi in cui si trova a vivere. A volte la persona è cosciente di queste diverse acquisizioni e mutazioni, altre volte ne è meno consapevole o vi oppone una aperta resistenza.

 

 

Per i rifugiati sudanesi al Cairo le stratificazioni sono molteplici, retaggio delle diverse fasi di vita vissute: lo sradicamento prima, l’esposizione alla diversità e lo sviluppo di un immaginario relativo al futuro paese d’asilo poi.

 

Basti pensare ad alcuni ambienti influenzanti: il mondo rurale sud-sudanese, i campi di sfollati intorno a Khartoum (Sudan), la società arabo-musulmana del Cairo, il Paese di asilo cioè la meta finale alla quale sperano di approdare.

 

Le situazioni variano molto da persona e persona e a seconda dell’età, per cui per esempio una generazione si riconoscerà in una o più di queste stratificazioni in modo più radicale di altre.

 

 

Un esempio dalla vita sociale

 

Tra i tanti fenomeni di mutazione che meriterebbero di essere esaminati, uno di quelli che mi sembra più esemplare riguarda le modalità ed i meccanismi di costituzione dell’alleanza matrimoniale.

 

In particolare uno studio condotto su un campione molto ampio all’interno della comunità cristiana di cui ero responsabile ha messo in luce le tante trasformazioni che sono intervenute nei processi di corteggiamento, di negoziazione e di coinvolgimento sociale rispetto alla prassi tradizionale. Molti di questi cambiamenti sono stati propiziati dal nuovo contesto sociale e culturale in cui le persone si trovavano o dalla stessa prospettiva di emigrazione verso Occidente.

 

 

Cioè si riscontrano tracce di influenza dell’esperienza presente del rifugiato e addirittura di quella che vivrà in futuro, in sostanza delle diverse tappe del suo peregrinare.

 

È doveroso parlare anche di percorso futuro perché alcuni modelli tradizionali risultano flessibili e vengono adattati ai requisiti di natura giuridica e culturale che l’accesso al mondo occidentale sembra porre, attraverso le politiche migratorie e l’influenza di un modello culturale trainante.

 

Restano comunque immutati alcuni capisaldi, che trovano la loro fonte nel cuore della tradizione, nel suo strato nativo, e che rivelano che la comprensione del patto matrimoniale nel suo senso profondo rimane sostanzialmente quella originaria: la dimensione sociale e non individuale della decisione, la solennizzazione dell’accordo con una mutazione patrimoniale, la necessità di un atto celebrativo ed il riferimento familiare tanto in senso orizzontale (la famiglia) che verticale (la famiglia in diaspora).

 

Nonostante tutte le difficoltà del caso, non vi è decisione in materia di matrimonio che non coinvolga tutti i diversi strati della famiglia, dal villaggio nel profondo Sud del Sudan, al ramo residente a Khartoum, alla comunità in esilio al Cairo fino alle cellule sperdute ai quattro angoli del mondo. Persino l’espressione e la quantificazione dell’elemento patrimoniale implicato nell’alleanza si avvale di un repertorio concettuale e di immagini tipici del contesto rurale d’origine.

 

 

Rilettura dell’esperienza religiosa

 

Un’altra ricerca ha mostrato come la dura vita del rifugiato spinga a cercare uno scopo e una speranza, che spesso vengono recuperati attraverso l’appartenenza religiosa e la tradizione ma in una nuova prospettiva. Confrontandosi con gli Israeliti, i Sudanesi intervistati sostengono che c’è un preciso disegno di Dio dietro al tempo da loro trascorso in Egitto: Dio li sta educando all’obbedienza, non li ha abbandonati, li condurrà alla terra promessa e incoraggia i giovani a ritornare a Lui.

 

“Il cristianesimo è lo strumento attraverso il quale molti rifugiati ricostruiscono e rielaborano la loro esperienza in Cairo. Nel loro displacement disorientante e traumatico, usano il testo e le storie bibliche per formare una narrativa spirituale unica, che offre loro uno scopo e lenti attraverso le quali posso pensare al loro futuro”.

 

 

Il ruolo progressivo della tradizione

 

L’esperienza al Cairo ha mostrato anche che la mancata trasmissione della tradizione - o una sua comunicazione formale e debole - crea nelle giovani generazioni uno squilibrio nel rapporto con la realtà e quindi un disagio che genera disadattamento e violenza tra i rifugiati.

 

D’altra parte, la prolungata situazione di esilio provoca il frantumarsi dei nuclei famigliari e il venir meno della trama di rapporti necessaria alla trasmissione della tradizione, che quindi si inceppa e priva le giovani generazioni degli strumenti essenziali per costruire il futuro.

 

Infine altri studi hanno messo in luce il fatto che l’identificazione con una tradizione non significa necessariamente chiusura verso le altre: nella maggior parte dei casi i rifugiati sono ben disposti a incontrare i valori del nuovo ambiente e ad assumerne una parte più o meno consistente. Il rifugiato cerca una nuova casa, ma non dimentica l’antica dimora dolorosamente abbandonata.

 

Le tradizioni non sono impermeabili l’una all’altra: chi si sente saldo nella propria, accoglie meglio l’altro e chiede a sua volta di essere accolto. Non si accontenta di avere a che fare solo con la burocrazia del Paese che per un tratto della sua vita lo ospita.

 

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