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Medio Oriente e Africa

I risvolti di una religiosità bigotta e separata dalla vita

Gli esiti delle elezioni legislative egiziane tenutesi nel gennaio 2012 hanno avuto l’effetto di un terremoto: 76% dei seggi del parlamento in mano agli islamisti! Tutti si aspettavano che i Fratelli Musulmani avrebbero ottenuto un buon risultato, ma nessuno immaginava che un quarto dell’elettorato egiziano avrebbe dato il suo voto ai salafiti. Le cancellerie e gli “specialisti” si erano ingannati: la transizione alla turca, che in tanti avevano previsto, non sembra più essere all’ordine del giorno. Rovesciati Mubarak e il suo regime, forse l’Egitto a sua volta conoscerà ora uno “Stato islamico”? La vittoria del candidato dei Fratelli Musulmani all’elezione presidenziale del giugno scorso ha ravvivato questo timore.

 

 

Per vederci più chiaro e non pensare schiacciati dalle paure, appare necessaria un’analisi dei rapporti tra religione e politica nel contesto egiziano. Bisogna iniziare ricordando un dato di base della realtà egiziana: l’onnipresenza del fattore religioso. Questa non risale all’arrivo dell’Islam. Il popolo egiziano ha la religione nella propria carne almeno dai tempi dei Faraoni. Anche oggi, nel XXI secolo, gli egiziani sono molto religiosi, che siano cristiani o musulmani. La religione è presente nei nomi propri (se uno si chiama Mohamed o Guirguis, Ahmed o Boutros, è subito chiaro con chi si ha a che fare), nel modo in cui ci si saluta (più o meno religioso, soprattutto presso i musulmani), nel modo di vestirsi e di accogliere gli avvenimenti della vita: il religioso impregna la vita quotidiana e l’identità di ciascuno.

 

 

Dal febbraio 2012 gli egiziani si sono imbarcati, forse per la prima volta della loro storia, in un’avventura democratica: il popolo è stato chiamato a pronunciarsi sul proprio destino. Nel marzo 2012 si è tenuto un referendum per modificare la Costituzione fatta su misura per Mubarak; hanno successivamente votato in novembre per i deputati e hanno eletto un presidente della Repubblica con suffragio universale. Il Consiglio Superiore delle Forze armate (CSFA), che detiene il potere supremo durante questa fase di transizione, ha formalmente vietato i partiti religiosi, ma è chiaro che la religione è stata un “marcatore”, un criterio di riferimento decisivo nella scelta degli elettori. O in ogni caso questa è l’ipotesi avanzata per spiegare il voto massivamente islamista dell’autunno 2011: esso riflette l’identità religiosa del 90% degli egiziani. La stessa ipotesi vale per i cristiani: è poco probabile che molti copti abbiano votato per dei candidati musulmani. Gli egiziani hanno votato secondo la loro appartenenza religiosa.

 

 

Una certa evoluzione sembra essersi prodotta durante la campagna delle presidenziali, durante la quale si visto un gran numero di egiziani prendere le distanze e smarcarsi dai candidati esplicitamente islamisti. Così il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi, al primo turno ha raggiunto soltanto il 25% dei voti, mentre un candidato che faceva riferimento a un partito nasserista, Hamdeen Sabbahi, ha raggiunto il 20% con la sorpresa di tutti. I temi difesi da Sabbahi sono la giustizia sociale, la promozione delle classe popolari (contadini, operai), e hanno sedotto un gran numero di musulmani che avevano votato per un islamista al primo turno.

 

 

Al secondo turno Morsi ha ottenuto il 51.7 % dei voti, su un totale di 51% di votanti. Questa vittoria non deve dunque nascondere una certa presa di distanza dai leader islamisti. Essa dimostra che si sta avviando un dibattito politico nel Paese, poco tempo dopo un voto che era stato largamente religioso. Bisogna dire che i Fratelli Musulmani rimangono su posizioni sfumate per quanto riguarda il significato dell’applicazione della sharia che promuovono. A sentirli, si tratterebbe di misure simboliche volte a moralizzare la vita sociale: restrizioni sull’alcool, abbigliamento decoroso richiesto ai turisti, etc… I parlamentari eletti hanno dibattuto molto su queste questioni, cosa che ha contribuito a discreditarli notevolmente agli occhi degli egiziani, che attendono dai loro rappresentanti soluzioni ai problemi concreti: la disoccupazione, la casa, il sistema educativo, i trasporti urbani, gli ospedali. Ad oggi i salafiti aspirano a ottenere il controllo di ministeri influenti come quello dell’educazione.

 

 

La posizione di al-Azhar costituisce un altro fattore importante dell’evoluzione in corso. Istituzione religiosa e accademica egiziana con più di mille anni (fondata nel 988), al-Azhar gode di un grande prestigio nel mondo sunnita. Diretta da un grande Imam, Shaykh al-Azhar, la sua influenza passa attraverso i suoi numerosi alunni e studenti (più di 400.000), divisi in tutto l’Egitto e Paesi vicini (Gaza, Sudan). Nasser aveva tentato di limitare la sua influenza riservandosi il diritto di nominare il Grande Imam e inglobando le sue risorse finanziarie (waqf) nel Ministero degli Affari Religiosi controllato dallo Stato. Al-Azhar, con il passaggio dell’Imam sotto il controllo del regime, ha perso in parte il suo prestigio, anche se, nello stesso tempo, l’Università si è modernizzata e ha aperto numerose facoltà civili accanto alle facoltà religiose tradizionali (lingua araba, sharia, fondamenti della religione).

 

 

L’attuale grande Imam, Dr. Ahmed al-Tayyeb, è allo stesso tempo un vero universitario, titolare di un dottorato conseguito alla Sorbona, e un vero religioso, proveniente da una confraternita sufi dell’Alto Egitto. Davanti alle incertezze che minacciano il Paese, il grande Imam ha deciso di intervenire nel dibattito pubblico tramite varie iniziative: la creazione di un luogo di dibattito sulle questioni sociali (Casa della Famiglia Egiziana); la pubblicazione nel giugno 2011 di un testo di undici punti nel quale al-Azhar si pronuncia per «la creazione di uno Stato nazionale costituzionale democratico e moderno, fondato su una costituzione approvata dalla Nazione, che garantisce la separazione dei poteri delle diverse istituzioni dirigenti» (articolo 1). Questo testo è di capitale importanza perché prende le distanze dalla possibilità di uno Stato teocratico, pur affermando che la Costituzione deve essere «in accordo con i concetti giusti dell’Islam». Infine nel gennaio 2012, al-Azhar si è pronunciata sulle libertà fondamentali che dovranno essere garantite a ogni egiziano.

 

 

L’istituzione ha inoltre giocato un ruolo moderato, in particolare quando alcuni salafiti hanno attaccato dei mausolei sufi, atto che l’Imam ha condannato. Ultimamente al-Azhar spera di recuperare la sua indipendenza dal potere politico, ma se quest’ultimo cadesse nelle mani dei salafiti, questi probabilmente tenterebbero di assumerne il controllo, data l’importanza ideologica delle prese di posizione di al-Azhar.

 

 

Contrariamente ai musulmani che, piuttosto numerosi, sembra abbiano apprezzato i leader politici, i cristiani si sono attenuti a un principio di precauzione: fare di tutto per limitare il potere degli islamisti nel Paese. Questa preoccupazione avrebbe giocato un ruolo significativo nella performance del generale Ahmed Shafiq, giunto al secondo turno delle presidenziali, mentre ci si aspettava Amr Moussa. Bisogna dire che la comunità copta ortodossa è un po’ in uno stato di smarrimento dalla morte del Papa Shenouda dell’aprile 2012. Tutti gli sguardi sono puntati sul sinodo che discuterà dei possibili candidati alla successione. La scelta non dovrebbe avvenire prima di ottobre o novembre e quindi la Chiesa copta ortodossa non ha più un capo indiscusso che la guidi e la cui parola ha forza di legge.

 

 

Forse anche qui ci sarà un’evoluzione: alcuni copti non nascondono il desiderio che vi sia più spazio per il dibattito e la discussione dentro la loro Chiesa, ma il modello di sottomissione nei confronti dei sacerdoti e dei vescovi rimane dominante.

 

 

Per concludere, abbiamo l’impressione che l’assunzione del fattore religioso da parte dei politici rimanga estremamente rozza, per quanto se ne parli continuamente. L’Islam che si manifesta palesemente e continuamente nello spazio pubblico è un Islam bigotto, che si preoccupa di ciò che si vede e di ciò che si dice (il dibattito ruota intorno a halal o haram), mentre le sfide reali del Paese sono emergenze sociali: cosa si propone alla gioventù, cosa dicono le religioni a proposito della giustizia sociale, della distribuzione della ricchezza, etc.

 

 

Si vede in questo un certo trionfo delle correnti conservatrici provenienti dal Golfo. Le fatwa si moltiplicano, senza coerenza, e non si vede emergere alcun progetto di una società nella quale i religiosi avrebbero qualcosa di costruttivo e di coerente da proporre. Al massimo rilanciano su una serie di divieti. Su questo punto i cristiani non sono più creativi dei musulmani. Compresa la Chiesa cattolica che potrebbe approfittare del suo numero esiguo per osare una parola libera, creativa ed esigente. Quanto tempo durerà questa supremazia dei religiosi? Non è troppo pensare che il gusto per la parola e il gusto per il dibattito, nati dalla Rivoluzione e che sembrano ormai acquisizioni del popolo, saranno alla fine una sfida sia per i leader politici, sia per i capi religiosi.

 

 

(Nella foto in alto: Cairo, aprile 2011. Studenti in preghiera durante un sit-in davanti al Ministero della Ricerca tecnologica ©Marie Girod/Jari-Miro.posterous.com 2011)

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