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Islam

I tre pretesti per dire no

Voci dall'Islam /1. Il caso Egitto: qual'è lo stato attuale dei valori democratici e dei diritti umani nella cultura ufficiale e nella cultura popolare? Prima di essere un meccanismo politico o un fatto giuridico, la democrazia riguarda i valori dei membri della comunità.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 5. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 17/06/2019 09:57:38

Qual è lo stato attuale dei valori democratici e dei diritti umani nella nostra cultura egiziana, ufficiale e popolare? La risposta sincera, obiettiva e corretta a questa domanda potrebbe contribuire a gettare un po' di luce sul cammino verso l'eliminazione di alcuni ostacoli che si frappongono all'applicazione della democrazia nella nostra società egiziana e in altre società arabe. Ciò presuppone naturalmente che la democrazia, prima di essere un fatto costitutivo relativo all'ordinamento del governo e all'amministrazione degli affari della società, oppure un fatto relativo alle leggi che regolano il comportamento degli individui e dei rappresentanti del potere pubblico, sia un fatto culturale, nel senso che riguarda i valori dei membri della comunità, i loro costumi e lo stile di educazione, in breve tutto quanto plasma i modelli culturali prevalenti in una società. Senza una vera cultura democratica non è ragionevole immaginare che i modi di comportamento democratico arrivino a predominare, né a livello ufficiale e legale, né a livello popolare e consuetudinario. Nei Paesi arabi ci sono oggi vari pretesti e giustificazioni culturali, politiche o ufficiali che intendono sminuire l'importanza della democrazia, a favore di altri obiettivi sociali considerati più nobili e di maggiore utilità alla società1. Tali pretesti ufficiali per rigettare la democrazia liberale nel mondo arabo si possono ricondurre a tre gruppi di argomentazioni. Il primo gruppo è di carattere religioso e pretende che la democrazia liberale sia in contraddizione con il nostro patrimonio religioso, che ci comanda di obbedire al capo nei limiti prescritti da Dio e dal suo Profeta. Si pretende anche che il diritto massimo previsto dall'Islam alla partecipazione politica sia il principio di consultazione (shura) la quale è, agli occhi dei governanti musulmani sostenitori di questa idea, non vincolante per il governante che metta in pratica le prescrizioni di Dio. Il secondo tipo di argomentazioni ha carattere ideologico e si riveste di un abito rivoluzionario e libertario, ricuperando e ripetendo le tesi nazionalistiche degli anni Sessanta del secolo scorso secondo cui la libertà del popolo non può essere concessa ai nemici del popolo, la liberazione della patria è più importante della libertà dell'individuo e la libertà del pezzo di pane deve precedere quella della parola e dell'espressione. A questo si collega anche l'argomentazione di carattere economico che invita a dare la priorità alla realizzazione dello sviluppo economico a scapito della riforma democratica, considerando quest'ultima come pericolosa per la stabilità, cardine dello sviluppo economico. Quali sono gli strati sociali che legano i propri interessi ai valori della democrazia nella nostra società egiziana? La risposta ovvia indicherebbe una certa categoria di intellettuali che considera la libertà d'opinione e di espressione condizione necessaria all'esercizio del proprio ruolo sociale nella produzione e creazione culturale. Ma nella nostra società non è possibile contare più di tanto sulla categoria sociale degli intellettuali per la creazione di una forte corrente democratica in grado di fare dei democratici un movimento sociale influente nella vita sociale del Paese, e ciò per vari motivi. Il primo è che gli intellettuali non rappresentano uno strato sociale specifico con obbiettivi diversi da quelli delle altre categorie politiche e sociali. Il regime ufficiale ha, infatti, i propri intellettuali i cui interessi sociali e professionali sono legati a esso. Per costoro la democrazia e il rispetto dei diritti umani non significano nulla, se non nella misura in cui il regime ammette questi concetti per motivi tra i quali non rientra certo l'influsso degli intellettuali sugli orientamenti dei governanti. I diversi partiti e movimenti politici possiedono i propri intellettuali che sono succubi di questi partiti invece di costituirne la leadership o di offrire loro indicazioni democratiche. Quale dei nostri intellettuali politici, che occupano oggi la vetrina del panorama culturale arabo, ha mai pagato il prezzo che molti intellettuali, islamici e occidentali, hanno versato in difesa delle loro opinioni culturali contro le forze della repressione e del dispotismo? Socialismo e Nazionalismo Esaminiamo ora insieme le alternative politiche e culturali tradizionali prevalenti tra gli intellettuali egiziani e arabi. La prima alternativa è quella della sinistra, in tutte le sue ramificazioni classiche e moderne, unite nell'accettazione di alcune indiscutibili teorie sociali e culturali continuamente ribadite. In verità, la trasformazione del socialismo da coerente sistema di pensiero a valore utopico, a causa del crollo eclatante dell'esperienza socialista ortodossa internazionale, ha contribuito ad attenuare il carattere dogmatico degli intellettuali socialisti. Alcuni di questi sono fuggiti verso un universo di nichilismo sociale, mentre altri stanno ancora nel tempio della sinistra classica. Solo pochi hanno optato per una revisione e un rinnovamento. Lo stesso vale per gli intellettuali nazionalisti nelle loro diverse alternative. La terra ha tremato molte volte sotto i piedi delle ideologie e dei regimi nazionalisti: a causa delle grandi sconfitte, degli ingenti mutamenti internazionali, dei vari fallimenti. Molta acqua è passata sotto i ponti, ma questi intellettuali nazionalisti stanno ancora sopra le loro passerelle traballanti a parlare di "una sola nazione dalla missione eterna", senza preoccuparsi della nuova realtà, né delle esperienze del passato, aggiungendo così un conservatorismo politico simile a quello dei loro colleghi di sinistra. Quanto alle molte correnti radicali dell'islamismo politico, l'equazione tra realtà religiosa e politica porta molto in fretta a trasformare quest'ultima in verità sacrosanta al di sopra della discussione. La divergenza politica diventa una divergenza religiosa e l'opposizione miscredenza, apostasia ed eresia. Con ciò non si vuole negare che nelle ideologie politiche menzionate esistono crescenti spinte innovative verso l'accettazione dei valori democratici fondamentali. Ma queste correnti innovative sono ancora modeste e poco influenti nel discorso ideologico dominante. Non riteniamo che la situazione della cultura democratica a livello delle masse popolari sia migliore rispetto a quello delle élites intellettuali e politiche. Vari studi empirici testimoniano la perdita d'importanza della democrazia come priorità in termini di valori politici nella coscienza popolare generale. Se osserviamo i valori su cui si fondano le istituzioni sociali dalla famiglia alla scuola, alla chiesa, alle associazioni professionali, ai club e sindacati troviamo associazioni che si basano in generale sull'accettazione degli ordini, sulla lealtà al potere, al clan e alla tribù, ossia sulla cultura del dispotismo, in una società paternalistica. Nello stesso tempo si può essere certi che valori democratici, con tutto ciò che comportano in fatto di padronanza dei concetti di tolleranza, accettazione dell'altro, di radicata fede nel pluralismo, trovano radici nel nostro patrimonio culturale, ma hanno bisogno di maggiore propagazione e sviluppo, sia a livello delle élites che delle masse popolari. Cultura Democratica Assente È inevitabile che ciò si rifletta, in un modo o in un altro, sul comportamento politico delle nostre masse. La decisione politica popolare, che si esprime al momento delle elezioni e dei referendum (prescindiamo momentaneamente dalla questione dei brogli diretti o indiretti dei risultati), si suppone sia un'operazione di scelta ragionata tra diverse alternative... Eppure noi non riteniamo che sia la ragionevolezza a governare la scelta politica delle nostre masse, nella maggior parte dei casi. Questa scelta è invece guidata da un insieme di motivi, tra cui la riflessione razionale occupa un posto limitato. Questa scelta è governata o dagli slogan religiosi conservatori o dall'appartenenza etnica, di clan e tribale, indipendentemente dalle considerazioni sul buon governo o sull'interesse generale. Ciò spiega i risultati degli studi effettuati sul comportamento politico degli egiziani (che vale anche per molte società del Terzo mondo) che indicano come la percentuale di voto nelle campagne, nell'Alto Egitto e nelle sezioni elettorali delle zone industriali, sia di gran lunga superiore a quella nei distretti urbani dove vivono gli intellettuali egiziani2. Ciò non significa che i contadini e gli operai siano più attenti all'esercizio del diritto alla scelta democratica rispetto agli intellettuali e ai residenti nelle città. Significa, invece, che le appartenenze di clan, tribali, religiose e professionali giocano un ruolo importante nelle società tradizionali nel convogliare gli elettori in operazioni di voto collettivo in cui la volontà del singolo confluisce in quella della comunità, così come viene espressa dai leader tradizionali. In conseguenza di questa realtà, i principi di democrazia e diritti umani che sanciscono il diritto alla partecipazione politica, si trasformano in strumenti di consacrazione di una realtà non democratica. Questa realtà trova una spiegazione nel fatto che i meccanismi democratici, in assenza della cultura democratica, sono utilizzati nella produzione di fatti non democratici. Tuttavia ciò non deve portare alla disperazione. L'esercizio della democrazia a livello popolare è la via per educare la gente ai vantaggi e alle qualità della democrazia. E la resistenza alla cultura del dispotismo non potrà ottenersi con l'esercizio di ulteriore dispotismo, bensì tramite la diffusione dei valori democratici e attraverso l'educazione della gente ai vantaggi della pratica democratica. ---------- 1. Cfr.'Izzat Qarni, La problematica della libertà, 'Alam al-fikr, nov.- dic. 1993, pp. 183, 184 2. Cfr. lo studio effettuato dal Centro Studi politici di AlAhram, pubblicato sul quotidiano il 26.9.1998.

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