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Medio Oriente e Africa

Il dibattito del Cairo per la riforma della Costituzione dei Fratelli

Dopo due mesi di lavori, il Comitato dei 50 per la revisione della Costituzione del 2012 ha iniziato le votazioni sul nuovo testo della legge fondamentale egiziana. A differenza di quanto inizialmente previsto, i 50, che sono nominati dal Presidente ad interim Adly Mansour (a sua volta scelto dal Generale al-Sîsî) non si sono limitati a discutere il progetto preparato da un precedente comitato di 10 giuristi, ma stanno lavorando a più ampie modifiche.

 

 

Tra i temi più disputati (e delicati) vi è stato quello dei principi costitutivi dello Stato e del rapporto tra l’Islam e l’ordinamento politico e giuridico del Paese. Non si tratta evidentemente di una questione inedita. Il dibattito sul rapporto tra Islam e politica anima infatti la sfera pubblica egiziana da almeno un secolo, ma esso assume un particolare rilievo dopo l’esperienza del Presidente Mursi. Nella bozza giunta all’esame del Comitato si definiva l’Egitto uno Stato civico (dawla madaniyya), un termine che, esplicitando la natura non religiosa dello Stato, intendeva segnare una rottura con il regime dei Fratelli Musulmani (che pure avevano fatto dello “Stato civico a riferimento islamico” una controversa bandiera) e recepire una delle richiesta dei giovani di piazza Tahrir.

 

 

A differenza dell’Assemblea Costituente che ha prodotto la Costituzione del 2012, dominata dagli islamisti, nel Comitato attuale siedono diversi membri “laici” e “liberali” della società egiziana, tanto che la Fratellanza ha accusato l’organismo che sta emendando la “loro” Costituzione di voler escludere l’Islam dall’ordinamento egiziano e di agire contro le leggi di Dio e del suo profeta. Tuttavia la formula sulla natura civica dello Stato è stata respinta e si opterà probabilmente per quelle di “Repubblica costituzionale moderna” e di “regime democratico”, che sembrano riflettere quanto auspicato da Al-Azhar nel suo documento sul futuro dell’Egitto del giugno 2011. L’importante moschea sunnita, e in particolare lo shaykh Ahmad al-Tayyeb e il suo entourage, che al momento della destituzione di Mursi si sono schierati con al-Sîsî, risultano così l’attore decisivo nelle questioni che attengono all’Islam. Rimarranno invece inalterati l’articolo 2 della precedente Costituzione, secondo il quale «l’Islam è la religione dello Stato» e «i principi della sharî‘a sono la fonte principale della legislazione» e l’articolo 3 secondo cui ebrei e cristiani hanno il diritto di fare ricorso alle rispettive leggi in materia di statuto personale. Alcuni membri del Comitato, tra cui il rappresentante della Chiesa copto-cattolica, avevano chiesto di estendere tale diritto a tutti i non-musulmani, aprendo in tal modo uno spiraglio alla libertà religiosa, che però né al-Azhar né tantomeno i salafiti hanno accettato. Più controversa è invece la sorte dell’articolo 219, bandiera dei salafiti di al-Nûr, che precisava le disposizioni dell’articolo 2, dettagliando che cosa dovesse intendersi per “principi della sharî‘a”. Attraverso il rimando alle norme concrete del diritto islamico (ahkâm al-sharî‘a), esso rendeva molto più vincolante il riferimento all’Islam impedendone interpretazioni liberali. Questo punto rappresenta un importante verifica per la tenuta dell’alleanza contro natura tra le forze “laiche” e salafiti, e anche qui è molto probabile che la mediazione decisiva giungerà da al-Azhar. In ogni caso un accordo è necessario, se non altro perché in sede di votazione ogni articolo deve ottenere il 75% dei consensi dell’Assemblea.

 

 

Naturalmente le questioni relative all’Islam non sono le uniche a occupare il Comitato dei 50. Altri capitoli sono decisivi per capire in che direzione si muoverà l’Egitto, dalla forma di governo, all’indipendenza della magistratura al ruolo dell’esercito, il quale vorrebbe mantenere e magari incrementare i privilegi di cui godeva in passato e preme per continuare ad avere il diritto di giudicare i civili nei tribunali militari. Su ognuno di questi punti il dibattito è ancora aperto e non sarà facile trovare la via del compromesso “nobile”, data la composizione molto eterogenea del Comitato che va dai salafiti ai rivoluzionari di Tamarrud e visto il ruolo che l’esercito continua a svolgere quale principale azionista dell’operazione.

 

 

Fare peggio degli islamisti sarà difficile, ma la strada verso l’istituzione di un regime non autoritario e allo stesso tempo capace di garantire la stabilità e lo sviluppo del Paese è ancora molto accidentata.

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