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Medio Oriente e Africa

Il futuro della politica estera americana in Medio Oriente

FORUM / Le analisi degli esperti dopo l'elezione di Donald Trump

Il giorno della vittoria di Donald Trump a novembre 2016 abbiamo chiesto a diversi analisti ed esperti di raccontarci come potrebbe cambiare la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente nell’era del presidente Trump. Riproponiamo qui il loro pensiero SIRIA THANASSIS CAMBANIS, Fellow Century Foundation e autore di Once Upon a Revolution: An Egyptian Story Il fattore più importante di una presidenza Trump è la sua imprevedibilità. Più di ogni altra cosa, la coerenza e la prevedibilità riducono il rischio di conflitti violenti e altre crisi. Alla politica dell’America in Medio Oriente occorre da tempo una rivalutazione, e temo che l’istinto e lo stile di Trump rappresentino un doppio pericolo. In primo luogo, creerà il panico ed effetti a catena con uno stile irruento che semina insicurezza e sospetto tra alleati e nemici. In secondo luogo, se e quando considererà cambiamenti in politica estera, temo che saranno in peggio. Basandosi sulle scelte del suo staff e sulla sua campagna, Trump sembra pronto a dare a Israele qualsiasi cosa voglia, nonostante la sua destabilizzante politica sugli insediamenti. Il suo irascibile ritornello nei confronti degli alleati – “Che cosa avete fatto per me ultimamente?” – e la sua indifferenza a impegni su trattati di lungo corso potrebbe provocare crisi con l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Turchia. Sembra pronto a dare alla Russia un via libera sulla sua orribile politica in Siria. La regione si sentirà ancora di più abbandonata a se stessa e gli Stati Uniti continueranno ad allontanarsi dal loro ruolo di zavorra stabilizzante. L’entropia regionale e la competizione hanno accelerato il collasso degli Stati in Siria, Yemen, Libia. Il sistema degli Stati arabi è nel caos. L’America non può risolvere questo problema, ma può certamente peggiorarlo. *** LIBIA CLAUDIA GAZZINI, Senior Analyst Libya International Crisis Group La vittoria di Trump molto probabilmente porterà a un cambio di politica americana in Libia e nei confronti del Consiglio presidenziale di Fayez el-Serraj in particolare. Trump al potere potrebbe rinforzare la posizione del generale Khalifa Haftar e dei gruppi pro-Egitto e pro-Russia che esistono nell’Est del Paese. Finora, l’Amministrazione democratica è stata grande sostegno per Serraj e ha influenzato la posizione di tutti gli alleati, anche dell’Italia. Quando l’America diceva “possiamo andare avanti con Serraj senza un voto del Parlamento” tutti si sono accodati. Il Consiglio presidenziale sperava nella vittoria di Hillary Clinton, la vedevano più ‘falca’ di Barack Obama, e speravano che lei avrebbe dato loro un sostegno maggiore, che con lei al potere il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi sarebbe stato indebolito, e il sostegno ad Haftar sarebbe andato scemando. Trump ha mostrato aperture nei confronti della Russia e dell’Egitto (Sisi è stato l’unico leader arabo ad incontrare il candidato in America). Da un punto di vista retorico, lui dice che è necessario combattere contro lo Stato Islamico, ma i bombardamenti americani rappresentano un sostegno al Consiglio presidenziale. È molto significativo che dal 31 ottobre non ci siano più stati raid aerei americani, e questo non significa che la guerra sia finita. In termini di politica americana vedremo il vuoto per i prossimi tre mesi. Questo per l’Italia significherà un periodo di incertezza. *** IRAQ ANDREA PLEBANI, Associate Fellow ISPI e Research Fellow Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Durante la campagna elettorale Donald Trump ha detto tutto e negato tutto. È quindi difficile capire dalle dichiarazioni rilasciate sinora quale sarà la futura linea politica americana nei confronti dell’Iraq. Quel che pare certo è il proseguimento delle operazioni nei confronti del sedicente Stato Islamico, sulle cui modalità, però, ci sono diverse opinioni. Cruciale per l’asse Washington-Baghdad si rivelerà anche la linea che la nuova presidenza adotterà nei confronti di Turchia, Arabia Saudita e Iran. Proprio l’opposizione nei confronti dell’ascesa iraniana nella regione potrebbe rappresentare un elemento in grado di influire sui fragili equilibri politici iracheni e sulle diverse anime del sistema Iraq. Washington potrebbe rilanciare l’asse con l’attuale primo ministro, Haider al-‘Abadi, o puntare a un coinvolgimento minore in un Paese che da diversi analisti è ormai considerato come acquisito all’interno della sfera di influenza iraniana. Queste, però, rimangono mere ipotesi che andranno vagliate anche alla luce della squadra di governo che il nuovo presidente deciderà di nominare. *** EGITTO ISSANDR EL-AMRANI, Project director per il Nord Africa dell’International Crisis Group, fondatore del blog The Arabist Abdel Fattah al-Sisi è stato il primo leader arabo a congratularsi con Donald Trump per la sua vittoria e l’unico ad averlo incontrato a Washington quando era ancora candidato. È possibile che Trump seguirà una politica più pro-Sisi del suo predecessore, ma abbandonando la promozione dell’agenda pro-democratica. Non ascolterà l’establishment della politica estera tradizionale, non arriva da un campo riconosciuto in politica estera, e all’interno del partito repubblicano è certo per esempio che non si schiererà con i neocon dell’Amministrazione Bush, la maggior parte di loro, vedi Bill Kristol, non lo hanno appoggiato. Si prevede un atteggiamento più isolazionista in politica estera, l’alleanza con uomini forti come Sisi, e con molta probabilità sosterrà la sua linea anti-Fratelli musulmani. Anche se sostiene la lotta contro lo Stato Islamico, dobbiamo aspettarci un disimpegno da Siria, Iraq, Yemen e Libia. *** IRAN TATIANA BOUTOURLINE, Giornalista ed esperta di Iran Anche in Iran si è parlato molto delle elezioni americane e l’esito ha generato un certo choc: fino all’ultimo i giornali riformisti e quelli vicino al presidente della Repubblica Hassan Rouhani scrivevano della speranza di svegliarsi il giorno successivo con Hillary Clinton presidente, anche se in realtà il candidato democratico non era particolarmente amato, anche per la sua vicinanza agli Stati sunniti. Il timore maggiore è però che Donald Trump faccia saltare l’accordo sul nucleare, e infatti il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha subito chiarito che l’accordo non si tocca. Conservatori e falchi hanno posizioni diverse. Pochi giorni fa è stato curioso ascoltare l’ayatollah Ali Khamenei parlare di Trump non dico in termini positivi, ma quasi tradendo una certa dose di simpatia. Questo non perché apprezzi realmente Trump, ma perché crede che il suo modo di dire quello che pensa non sia populismo bensì la conferma del modo in cui i falchi iraniani hanno sempre dipinto gli Stati Uniti. L’atteggiamento muscolare e a volte razzista di Trump serve ai falchi iraniani per dire: “Ecco cos’è l’America”. A un livello più superficiale molti iraniani dicono: “Ora avete la vostra versione di Mahmoud Ahmadinejad”. La comunanza starebbe nel fatto che entrambi non hanno alcun rispetto per la forma, per il politically correct occidentale o per il tarof iraniano (la forma e la convenzione che regola le relazioni tra le persone). Inoltre, anche Ahmadinejad era un candidato di rottura e anti-establishment. Tutto ciò che avviene negli Stati Uniti, e dunque anche l’elezione di Trump, ha un’influenza su ciò che accade in Iran perché la relazione tra questi due Paesi è qualcosa di connaturato alla storia della Repubblica islamica, dove i ritornelli “morte all’America” – che per tre quarti degli iraniani suonano come slogan vuoti – servono all’establishment e alla vecchia guardia per definirsi e per definire cosa sarà l’Iran in futuro. Le prime mosse di Trump da presidente, quindi, potranno avere conseguenze sulle presidenziali iraniane del 2017. Infine, l’elezione di Trump delude tutti gli iraniani che speravano che Hillary Clinton potesse avere una politica estera più assertiva nel voler garantire il rispetto dei diritti civili. Su questo aspetto nessuno ritiene che Trump possa intervenire. *** ISRAELE/PALESTINA SHLOMO BROM, Ricercatore all’Institute for National Security Studies, Tel Aviv Onestamente non ho idea di quello che accadrà qui ora che Donald Trump è stato eletto. So quello che ha detto in campagna elettorale, ma la campagna elettorale non è la vita vera. Ha detto che sposterà l’ambasciata americana a Gerusalemme, qualcosa che i politici americani promettono durante le campagne elettorali ma poi non realizzano, avrebbe troppe implicazioni nei rapporti con gli Stati arabi. Non so se ignorerà o si conformerà ai consigli del Dipartimento di Stato. Ha mostrato sostegno per la politica israeliana sugli insediamenti, per la cooperazione con Israele, ma vedremo. Gli Stati Uniti rischiano di diventare completamene irrilevanti nella regione e l’attuale governo israeliano si sentirà fiducioso per non portare a termine alcun cambiamento, e si continuerà ad andare verso una soluzione a un solo Stato nel conflitto con i palestinesi, anche se siamo ancora lontani da questo scenario. I palestinesi sono scissi tra due sentimenti: non aspettarsi nulla dalle elezioni, e credere che in fondo un’Amministrazione Clinton per loro avrebbe potuto significare cambiamenti positivi. Per quanto riguarda l’accordo con l’Iran, Israele non voleva firmare l’intesa raggiunta dal 5+1, voleva che la comunità internazionale facesse pressioni per un miglior accordo. La cancellazione totale di quell’accordo, come auspicato da Trump, sarebbe però la peggiore delle ipotesi, e significherebbe tornare a un Iran senza nessun limite sui suoi programmi. DIANA BUTTU, Avvocato specializzato in diritto internazionale e negoziati, è stata portavoce del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) Dobbiamo prima di tutto mettere in prospettiva chi è stato il presidente Barack Obama: rimarrà nella storia per essere stato il leader americano più pro-israeliano della storia. È l’unico presidente a non aver mai sostenuto una risoluzione alle Nazioni Unite sulla Palestina, sotto la sua leadership ci sono stati due attacchi a Gaza, l’attacco alla Mavi Marmara, ha sostenuto i più ampi pacchetti di aiuti a Israele. Ora, o Obama cambia corso in questi tre mesi, sostenendo come si sta dicendo in questi giorni una risoluzione all’Onu contro l’ampliamento degli insediamenti israeliani, oppure non farà nulla fino all’arrivo di Donald Trump. Hillary Clinton era il diavolo che conosciamo. Trump è il diavolo che non conosciamo. Molti dei suoi discorsi hanno i toni dell’estrema destra. Ha già parlato di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme. Intanto, a Ramallah, Abu Mazen è stato al potere per i due mandati di Obama e tre anni durante l’Amministrazione Bush. Sarà al potere all’arrivo di Trump. Il problema è che i leader palestinesi attendono l’arrivo di un nuovo presidente, senza nel frattempo creare una nuova realtà, non fanno nulla se non aspettare l’arrivo di un altro leader americano. E la tragedia è che molto probabilmente, come i suoi predecessori, anche Trump non farà nulla, passerà il dossier al prossimo presidente. *** GOLFO PERSICO CINZIA BIANCO, Analista Gulf State Analytics e NATO Defense College Foundation La posizione dei poteri nel Golfo nei confronti di Trump è abbastanza delineata: ci sono diverse correnti. La prima è quella dei riformisti iraniani, come Javad Zarif e Hassan Rouhani, estremamente preoccupati. Se fosse stata eletta Hillary Clinton sarebbero stati tranquilli: avrebbe garantito una continuazione della linea politica precedente. Ora hanno paura che Donald Trump metta in discussione l’accordo sul nucleare: sarebbe il colpo finale a favore degli integralisti alla Mahmoud Ahmadinejad, che non se la stanno passando male. La seconda corrente è quella più integralista, soprattutto nazionalista, che copre sia l’Iran sia il Golfo. Per loro la presidenza di Trump significa due cose: 1. Il declino della potenza americana nel mondo e il trionfo della retorica anti-americana 2. Se Trump rispetta quello che ha detto, si aspettano una presidenza isolazionista che creerà ancora più vuoti geopolitici da colmare (l’Arabia Saudita potrebbe per esempio diventare ancora più aggressiva in Yemen, e le Guardie Rivoluzionarie iraniane in Iraq). L’ultima corrente è quella delle persone che in Arabia Saudita e nel Golfo arabo erano ancora molto legate all’establishment americano e a Clinton, e rappresentano posizioni di leadership, come per esempio i principi ereditari Mohammed bin Nayef e Mohammed bin Salman, convinti che con una vittoria di Hillary Clinton avrebbero avuto un Barack Obama, ma un po’ più legato all’ortodossia e alla tradizione della dottrina di politica estera americana.

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