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Religione e società

Il Kenya, un Paese con il fuoco nelle vene

Il Kenya (Jamhuri ya Kenya) fu una colonia britannica con numerosi insediamenti agricoli di proprietà inglese. Prima dell’indipendenza (12 dicembre 1963), il Paese era denominato British East Africa e suddiviso in otto province, i cui confini politici includono il triangolo d’Ilemi a ridosso del Sud Sudan, dove sono numerose le problematiche transnazionali. I rifugiati attualmente presenti provengono dai paesi contigui come il Sud Sudan, l’Etiopia, la Repubblica Democratica del Congo e la Somalia.

 

 

Il Kenya è divenuto oggetto dell’interesse internazionale dopo l’attacco terroristico del 28 novembre 2001 a Mombasa contro cittadini israeliani. I sospetti sono ricaduti sull’organizzazione Al-Ittihaad al-Islamiya, attiva ormai da circa dieci anni in Kenya e con legami con Al-Qaida. Tale organizzazione fa capo a un gruppo somalo fondato alla fine degli anni Ottanta in opposizione al regime di Siad Barre (1919-1995), presidente e dittatore della Somalia; in tempi più recenti Al-Ittihaad al-Islamiya ha consentito alle cellule militanti di Al-Qaida di utilizzare le sue basi somale per gli attacchi contro le ambasciate di Nairobi e di Dar es Salaam. Essa dispone anche di basi di addestramento per terroristi a Ras Chiamboni, alla frontiera con il Kenya, ed ha effettuato attività di riciclaggio di denaro per conto di più committenti.

 

 

In generale la costa orientale dell’Africa subsahariana sembra rappresentare oggi, insieme ad altre aree frequentate dal turismo occidentale, un nuovo obiettivo del terrorismo internazionale.

 

 

In Kenya vi sono sei milioni di musulmani (20% della popolazione). La collocazione in aree importanti dal punto di vista economico e strategico conferisce loro un considerevole peso anche politico. Lungo la fascia costiera, in città come Mombasa, Malindi e Lamu, i musulmani rappresentano più del 50% della popolazione. Un altro gruppo musulmano numeroso in Kenya è quello dei somali (600.000), che vivono nella parte nord-orientale del Paese.

 

Nonostante il ruolo di mediazione che ha sempre giocato, il Kenya nel 2011 per la prima volta ha invaso la Somalia per contrastare il dilagare della violenza e va manifestando mire espansionistiche sulle spiagge somale limitrofe.

 

 

I musulmani del Kenya sono sunniti della scuola shafi’ita, a cui appartiene la maggioranza dei musulmani nel mondo. Il governo del Kenya, così come altri governi dell’Africa subsahariana, proibisce la formazione di partiti politici basati su motivazioni religiose. Vi sono comunque diverse associazioni religiose attive in Africa orientale che esprimono pubblicamente le loro opinioni, anche politiche. La presenza islamica nel governo kenyota è sempre stata in grado di esercitare una considerevole influenza e le aspirazioni delle comunità islamiche presenti nel Paese sono emerse soprattutto in occasione delle elezioni multipartitiche del 1992.

 

 

Dal 1969 al 1982 il Paese africano ha avuto un unico partito politico: Kenya African National Union (KANU). Yomo Kenyatta (1889-1978) del gruppo Kikuyu (22% della popolazione), ha condotto il Paese all’indipendenza e lo ha governato fino al 1978 quando gli è succeduto Daniel Arap Moi, oggi di 88 anni, del gruppo cristiano Kalenjin. Moi, al potere per 24 anni, è stato gravemente implicato nella corruzione. Le elezioni svoltesi il 29 dicembre 2002 hanno abolito definitivamente il KANU e spodestato il presidente Moi. Mwai Kibaki, economista, 81 anni, è stato il terzo presidente del Kenya, esponente dell’opposizione denominata ‘Arcobaleno’ (National Rainbow Coalition NARC). A Moi sono rimaste sette limousines con autista, uno staff di 34 persone, una villa con 24 stanze e una pensione di più di 500.000 dollari annui. Pare che tali benefici siano il frutto di un accordo con Kibaki, in cambio del rispetto da parte dell’entourage di Moi del risultato delle elezioni. La corruzione durante l’era Moi ha raggiunto livelli altissimi, con milioni di dollari sottratti alle casse dello stato. I membri del parlamento hanno stipendi di circa 125.000 dollari annui (quando lo stipendio di un membro del Congresso americano è di circa 180.000 dollari).

 

 

Le elezioni del 4 marzo 2013 hanno sancito la vittoria di Uhuru Kenyatta, confermata anche dalla corte di giustizia in seguito alle accuse di brogli da parte dell’opposizione politica. Nato nell’ottobre del 1961, il presidente più giovane del Kenya, è il secondo presidente africano - insieme a Omar Al Bashir del Sudan - accusato dal Tribunale Penale Internazionale di crimini contro l’umanità. Njamba, eroe in lingua kikuyu, come viene chiamato il ricchissimo Kenyatta, ha conquistato il consenso dei Kikuyu, gruppo influente insieme con i Luo, il terzo gruppo del paese (al quale appartiene tra l’altro il padre del presidente degli Stati Uniti Obama). Raila Odinga, 68 anni, oppositore di Kibaki e di Kenyatta, è un Luo.

 

 

Il giovane Kenyatta ha subito stabilito un accordo con la Cina per cambiare il sistema di guida e l’organizzazione delle strade ad oggi ancora impostati secondo l’uso britannico. E mentre Nairobi accoglie il quarto presidente della sua storia, la nazione è chiamata ad affrontare tutte le sfide con “il fuoco nelle vene”, in primis la necessità impellente di portare a compimento i processi di verità e riconciliazione.

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