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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:52:17

Tra le tante considerazioni e osservazioni suscitate dal primo numero di Oasis, una è stata particolarmente sorprendente: il rimando a Giorgio La Pira e alla sua profetica proposta mediterranea. è stato Luigi Accattoli, giornalista del più importante quotidiano italiano, il "Corriere della Sera", a trovare nel progetto della rivista la eco di quella straordinaria stagione di idee e di iniziative, dalla quale ci separano ormai alcuni decenni. La Pira, che tutti ricordano sindaco di Firenze, ha coltivato a lungo e con il fervore di una cultura maturata nell'ascesi cristiana il sogno di un dialogo costante e efficace tra i popoli e in particolare tra i popoli del Mediterraneo. Ma non era un sognatore idealista staccato dalla realtà e dalle sue durezze. Anzi, è stato uomo tenace e concreto, un acuto interlocutore di leader e di popoli di ogni tradizione e latitudine. è importante tornare a confrontarsi con il pensiero e l'azione di La Pira ed è per questo che abbiamo pensato di offrire ai nostri lettori un discorso tra i suoi più significativi.In esso La Pira ripercorre tutto il senso di un ideale perseguito senza risparmio, con una meticolosità e una intelligenza che meritano tutta la nostra attenzione di lettori. Emergono anche i tratti della sua personalità trascinante: la trasparenza di intenzioni, l'apertura disinteressa a, l'energia alimentata dalla certezza della fede, la libertà di azione e di parola. Si tratta tra l'altro di un discorso ricco di aneddoti e curiosità che illuminano un'epoca storica secondo prospettive poco note. Abbiamo proposto la presentazione della figura di La Pira a Vittorio Citterich, un giornalista e srittore notissimo al pubblico italiano e che per lungo tempo è stato discepolo e amico del "professore". Nelle sue parole riscopriamo l'impressionante attualità del sindaco fiorentino, per il quale è in corso la causa di beatificazione. Giovanni Paolo II, ricevendo i sindaci dei comuni italiani il 26 aprile del 2004, ha ricordato Giorgio La Pira che la "povera gente" di cui è stato amico e difensore chiamava, in vita, "il Sindaco santo". Davanti ai potenti della terra ricordò il Papa La Pira espose con fermezza le sue idee di credente e di uomo amante della pace, invitando gli interlocutori a uno sforzo comune per promuovere tale bene fondamentale nei vari ambiti della società, nella politica, nell'economia, nelle culture e tra le religioni. Nella teoria e nella prassi politica, La Pira avvertì l'esigenza di applicare la metodologia del Vangelo, ispirandosi al comandamento dell'amore e del perdono. Rimangono emblematici i Convegni per la pace e la civiltà cristiana che promosse a Firenze, dal 1952 al 1956, allo scopo di favorire l'amicizia tra cristiani, ebrei e musulmani. Sul tronco di quei convegni non dimenticati, sorsero altre iniziative, dal convegno dei sindaci delle capitali (1955) ai Colloqui Mediterranei (dal 1958 al 1961), all'infaticabile peregrinare nelle zone intrecciate dai più aspri conflitti, dal Medio Oriente al Vietnam, sempre alla ricerca di «abbattere muri e costruire ponti». Anche il testo che qui è riproposto appartiene alla medesima strategia. Uomo di preghiera, uomo di studi, La Pira aveva scelto di vivere, in volontaria povertà, nel Convento domenicano di San Marco a Firenze, in una delle celle che avevano ospitato celebri frati come il Beato Angelico e Girolamo Savonarola. L'impegno politico non rientrava nella vocazione politica di quel giovane professore di istituzioni del diritto romano venuto dalla Sicilia e subito diventato, come lui stesso diceva, "fiorentino soltanto di adozione" innamorato della città di Dante e della sua grande storia. Fu piuttosto l'iniquità politica, in quegli anni di dominante regime fascista, a fare irruzione nella pace dei chiostri. Il sistema totalitario, le leggi razziali contro gli ebrei, la sciagurata alleanza con il bellicismo nazista, segnalavano la crescente ed incolmabile distanza dai princìpi cristiani che alimentavano la sua vita. Quando Hitler, nel 1938, passò da Firenze per incontrare Mussolini, mentre tutta la città era imbandierata, il Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa chiuse le porte dell'Arcivescovado perché proclamò pubblicamente «non poteva ricevere un uomo che portava una croce che non è la croce di Cristo». Dal convento di san Marco, nel 1939, fa uscire una piccola rivista, Princìpi, come supplemento del periodico dei domenicani, Vita cristiana. Uno stratagemma, perché altrimenti il regime non avrebbe concesso il permesso di pubblicare una nuova rivista. In un tempo caratterizzato da dottrine di odio, di apologia della guerra, di razze superiori e inferiori, insomma dal dominio di "un arco demoniaco" che preparava una catastrofe mondiale, occorreva riscoprire la "stella orientatrice" del Vangelo. Non a caso Princìpi è la sola rivista italiana che prende posizione, nel settembre del '39, contro la duplice aggressione, nazista e sovietica, contro la Polonia. «La discendenza di Caino non è finita scrive La Pira c'è il fascino dell'amore che ha in Cristo la sua fonte; e c'è il fascino dell'odio che ha in Satana la sua fonte. Il primo frutto di morte: l'unica diga cristiana che faceva da argine a due mondi non cristiani è sia pure eroicamente caduta. Se l'assassinio di un uomo è il massimo dei delitti a maggior ragione lo è l'assassinio di un'intera nazione. L'equilibrio si spezza e dall'equilibrio spezzato non derivano che la guerra e la rovina. Non ci resta, intanto, che meditare sulla profondità del nostro Cristianesimo... Una sola speranza spunta ancora nell'animo. Dio non abbandonerà quest'umanità così dolorante che ha per capi più lupi che pastori; e la materna protezione di Maria non lascerà senza aiuto tanti figli oppressi che ormai solo in Lei confidano». Occorre pensare all'impatto che parole come queste suscitarono in mezzo alla retorica bellicista che, in quegli stessi giorni, dilagava nella pubblicistica totalitaria dei capi che erano più lupi che pastori. C'è un solo Pastore in assonanza con La Pira, il Papa Pio XII con il suo grido inascoltato: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra... Ci ascoltino i forti per non diventare deboli nell'ingiustizia... Ed è con noi questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano. Con noi l'umanità intera che aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge. Con noi quel Cristo che dell'amore fraterno ha fatto il suo comandamento...» (Radiomessaggio del 24 agosto 1939). Ma l'infernale meccanismo sembra ormai senza freni. E, non a caso, la piccola rivista Princìpi viene abolita dopo che, nel febbraio del 1940, aveva dedicato la riflessione sul grande tema della libertà: «Desiderio di libertà, il più vitale dei desideri dell'uomo, più è violato e più si rinvigorisce. I sistemi di tirannia sono innaturali e transitori. Per essi vale l'aurea "degnità" di G.B.Vico: "le cose, fuori del loro stato naturale, né vi si adagiano, né vi durano". E più la severa sentenza dell'Evangelo: l'edificio costruito sopra la sabbia è destinato a sicura e grande rovina». La rivista è abolita, l'autore ricercato per il carcere. Trova rifugio in case amiche, prima in Toscana, poi a Roma. Per ospitare il mite professorino si aprono case importanti. Casa Rampolla, casa Montini (il futuro Paolo VI) e persino le segrete stanze del Sant'Uffizio. Può anche fare lezioni alla Pontificia Università Lateranense su temi come "Premesse della politica", "Per una architettura cristiana dello Stato". Finita la guerra partecipa, con i cosiddetti professorini cattolici (Dossetti, Fanfani, Lazzati, Mortati), alla redazione della Costituzione. Vorrebbe rinchiudersi nell'orto chiuso della preghiera e dello studio, ma insistono in molti perché partecipi pienamente alla nuova stagione democratica. Non si tira indietro. Sottosegretario al lavoro, con ministro l'amico Fanfani, nel primo governo De Gasperi, scrive sulla rivista Cronache Sociali due saggi, L'attesa della povera gente e Difesa della povera gente, che segnalano in modo vigoroso la necessità di lottare contro la disoccupazione. È il 1951, guerra di Corea, inizio del conflitto est-ovest. «Stiamo attenti avverte La Pira la vera dicotomia del mondo è la distanza economica nord-sud». Ed é proprio nel 1951 che avviene la svolta decisiva. Sospinto da un santo sacerdote fondatore dell'Opera Madonnina del Grappa, don Giulio Facibeni, accetta la candidatura a Sindaco di Firenze per la Democrazia Cristiana. La Toscana, compreso il capoluogo, è "zona rossa" dominata dal partito comunista. Dunque politicamente inaccessibile, secondo i più. Invece La Pira, l'amico cristiano della "povera gente", sostenuto dai ceti più popolari, vince clamorosamente. Come primo atto restaura sul frontone comunale, l'antico Palazzo della Signoria, lo stemma che fu di Savonarola: «Christus Rex regum et Dominus dominantium». Ma non è un fatto formale. Infatti il Sindaco scandalizza i potenti prendendo posizione al fianco degli operai della grande Fabbrica Pignone che, minacciati di duemila licenziamenti, occupano lo stabilimento. Si scatena un'aspra polemica. Pesce rosso nell'acquasantiera, comunistello di sagrestia! Ma il Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa è di diverso parere: «Come non scegliere la parte di coloro che sono nell'angustia per l'incertezza del loro avvenire?». Il Sindaco comunistello? No risponde l'Arcivescovo La Pira è una copia del Vangelo vivente. La fabbrica si salverà con l'intervento del presidente dell'ENI Enrico Mattei, amico del Sindaco sino dai tempi dell'opposizione al fascismo. E sarà lo stesso La Pira a indicargli la possibilità di estendere il mercato petrolifero sull'altra riva del Mediterraneo. Nel frattempo, con un'altra caratteristica anticipazione dei tempi, il Sindaco, dal 1952 ha preso un'altra iniziativa. Spendere il patrimonio di bellezza riunito dai secoli a Firenze per abbattere i muri che nell'era nucleare, "crinale dell'apocalisse", minacciano la pace. Riunisce ogni anno i Convegni per la pace e la civiltà cristiana. Il messaggio è chiaro. «Vorremmo che tutti i tesori di storia, di grazia, di bellezza, di intelligenza che la Provvidenza ha accumulato a Firenze costituiscano un gigantesco messaggio di pace rivolto a tutti i popoli della terra: un messaggio che li chiama tutti, quasi irresistibilmente, e malgrado ogni resistenza ed ogni contrarietà - spes contra spem - a dare inizio alla storia nuova dei mille anni di civiltà e di pace. Una civiltà e una pace destinate a rifrangere pienamente sulla terra la luce amorevole della paternità di Dio e della fraternità degli uomini». I titoli di ogni singolo convegno, al quale partecipano uomini di cultura i cui paesi, talvolta, sono persino in guerra fra di loro, indicano il carattere dell'iniziativa. Preghiera e poesia, storia e profezia, speranze umane e speranza teologale, unità nella diversità. Si cerca insomma, attraverso la cultura, una costruttiva rifrazione politica di civiltà. Due successive specificazioni dei convegni lapiriani, il Convegno dei sindaci delle capitali nel 1955 e i Colloqui Mediterranei dal 1958 al 1964, indicano due spazi nei quali si esercitano le più singolari intuizioni di La Pira. Lo spazio realistico delle città che travolge le schiavitù ideologiche dominanti e lo spazio mediterraneo come punto nevralgico della pace mondiale. Dice ai sindaci di tutto il mondo riuniti a Firenze, compresi gli sbalorditi sindaci di Mosca e di Pechino: «La crisi del nostro tempo è una crisi di sproporzione e dismisura con ciò che è veramente umano» mentre «entro la cerchia delle mura cittadine i problemi del tempo presente assumono una dimensione umana perfettamente comprensibile. A tutti si fa chiaro che in una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per imparare (la scuola), un posto per lavorare (l'officina), un posto per guarire (l'ospedale)». Per cui le città sono vive né gli stati hanno il diritto di ucciderle. Porterà anche a Mosca questa ipotesi di lavoro nel 1959, aggiungendo al Cremlino, di fronte al Soviet Supremo, che per costruire la pace era ormai tempo di «togliere di mezzo il cadavere dell'ateismo di stato» di fronte all'inevitabile rifioritura della fede cristiana preannunciata dalla Madonna di Fatima : «alla fine il mio cuore immacolato trionferà, la Russia si convertirà e un tempo di pace sarà dato al mondo». Certo, soltanto La Pira poteva avere l'ardire di citare Fatima al Cremlino avvertendo, in anticipo, il crollo dell'ateismo comunista. Trent'anni prima dello straordinario 1989. E così l'impegno per la «riconciliazione della famiglia di Abramo, ebrei, cristiani, musulmani», i Colloqui Mediterranei, ed anche i viaggi iniziati attraverso l'amicizia con il Re del Marocco Maometto V, gli incontri con Nasser e Ben Gurion,Taha Hussein e Martin Buber. Diceva nel dicembre del 1967: «Perché non dare al mondo una prova del grande fatto che specifica l'attuale età storica: del fatto cioè che la guerra, anche "locale", non risolve ma aggrava i problemi umani; che essa è ormai uno strumento per sempre finito; e che solo l'accordo, il negoziato, l'edificazione comune, l'azione e la missione comune per l'elevazione di tutti i popoli, sono gli strumenti che la Provvidenza pone nelle mani degli uomini per costruire una storia nuova e una civiltà nuova? Quindi abbattere i muri e costruire i ponti: l'inizio simbolico della pace che viene! E che questa pace venga, tra i figli dello stesso Patriarca Abramo. Essa sarà non solo la pace fra i due figli di Abramo ma sarà altresì l'arcobaleno che annuncia per sempre, per il mondo intero, la fine del diluvio (la guerra) e l'inizio definitivo della nuova età storica del mondo». L'utopia di La Pira? Lei è un poeta, gli dicevano i più benevoli dei critici quando le sue iniziative sembravano troppo ardite. Da giovane ho preso il diploma di ragioniere, replicava. Comunque non dimenticate che i poeti possiedono l'intuizione. A cent'anni dalla nascita, nel 2004, molti in Italia hanno portato la loro riflessione sulle intuizioni contenute nell'utopia di La Pira. Anche il Papa Giovanni Paolo II. è stato senz'altro un uomo di fede, di carità e di speranza. Nei giorni oscuri gli piaceva ripetere i versi di Edmond Rostand: "è di notte che è bello credere nella luce / dobbiamo forzare l'aurora a nascere, credendoci". Lui certamente ci ha creduto. Crediamoci anche noi.

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