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Cristiani nel mondo musulmano

Il sognatore del Kosovo innamorato della sua gente

Per un misterioso disegno della Provvidenza sono giunto in Kosovo proprio nei giorni del lutto per la morte improvvisa del vescovo, S.E. Mons. Mark Sopi, che da tempo mi aveva invitato a visitare le...

Ricordando Ibrahim Rugova

 

 

Per un misterioso disegno della Provvidenza sono giunto in Kosovo proprio nei giorni del lutto per la morte improvvisa del vescovo, S.E. Mons. Mark Sopi, che da tempo mi aveva invitato a visitare le numerose opere qui realizzate in collaborazione con la Caritas del Triveneto. Sono stato chiamato a celebrare i suoi funerali alla presenza di migliaia di persone, cattolici e musulmani, giunti da tutta la regione per l'ultimo saluto al Vescovo che con tanta dedizione si era speso per quella terra.

 

E proprio in quei giorni, quasi inaspettatamente, sono stato invitato da Ibrahim Rugova, il Presidente del Kosovo, nella sua residenza privata.

 

 

Fin dalla metà degli anni '80 avevo potuto conoscere Rugova, attraverso i suoi scritti, restando impressionato dalla sua figura. Aiutato dalla poesia e dagli studi letterari e filologici a penetrare il senso dell'appartenenza al proprio popolo con profondità e larghezza, di fronte all'urgenza storica creatasi dopo la morte di Tito, quest'uomo ha capito che non poteva isolarsi nell'empireo delle lettere, ma doveva giocarsi concretamente fino ad entrare nell'agone sociale e politico.

 

L'incontro con lui, nella sua casa, è stato profondo e commovente. Sono rimasto molto colpito dal fatto che, nonostante la pesante sofferenza di una malattia ormai all'ultimo stadio (sarebbe morto dopo qualche giorno), abbia voluto incontrarmi. L'ho sentito come un gesto di grande stima nei confronti non tanto della mia persona, ma della Chiesa che io rappresento.

 

Rugova mi ha espresso un cordoglio non formale e l'evocazione di una forte e vera amicizia con il vescovo Sopi, di cui mi ha parlato brevemente, dimostrando come, nel rispetto delle diverse funzioni, il vescovo cattolico e il presidente musulmano hanno lavorato molto insieme per il bene del loro paese.

 

 

Il Presidente mi ha detto di tenere in grande considerazione il peso dei cattolici in Kosovo e mi ha manifestato la sua stima per Giovanni Paolo II prima e per Papa Benedetto XVI oggi, profondamente convinto della funzione di ponte che i cattolici hanno avuto e stanno avendo in questa fase finale di definizione della nuova fisionomia del Kosovo.

 

In quella terra ho visto segni molto chiari della possibilità verificata da una pratica continua del dialogo tra i cattolici e i musulmani. In due villaggi interamente musulmani, gli anziani hanno voluto costruire due chiese, quasi un modo per rendere omaggio alla fede cattolica dei loro bisnonni. Anche la municipalità di Pec Peja ha stabilito di donare alla Chiesa Cattolica il terreno per la costruzione di un ospizio.

 

 

Lo stesso Rugova era molto contento che il Comune di Pristina avesse donato il terreno per costruire, nel centro della città, la cattedrale cattolica dedicata a Madre Teresa di Calcutta, indiscusso simbolo di unità di tutto il paese, e di cui lui stesso avevo posato la prima pietra.

 

Proprio in forza di tutti questi elementi, Rugova era convinto, e me lo ha esplicitato nel nostro incontro, che il Kosovo non potrà tornare indietro, ma dovrà proseguire il cammino verso una piena indipendenza, sostenuta da organismi internazionali e in grado di far convivere in dialogo, cooperazione e collaborazione, le diverse identità: albanesi, rom, serbi come tutte le altre minoranze.

 

 

Tutto questo, a suo giudizio, potrà avvenire in un'Europa capace di una decisa corresponsabilità nei confronti delle nuove realtà emergenti.

 

In questo contesto, il Presidente poeta ha anche parlato della necessità dello sviluppo sociale ed economico, che a suo parere dovrà svilupparsi principalmente in due direzioni: la produzione di energia elettrica e di minerali speciali e la massima valorizzazione dei talenti dei giovani, la fetta più larga della popolazione, straordinaria risorsa per un paese in controtendenza rispetto al resto dell'Europa.

 

Chiudendo l'incontro il presidente mi ha regalato due minerali preziosi provenienti dalle miniere del Kosovo, di cui lui era un grandissimo esperto, espressione del profondo attaccamento di quell'uomo per la sua terra.

 

Attraverso prove enormi, Rugova ha saputo accompagnare il suo popolo in tutti questi anni.

 

 

La sua figura, con la sua testimonianza, si è imposta su tutti vincendo la propria battaglia, anche l'ultima e più terribile, quella contro il cancro. La morte, infatti, non ha spento la testimonianza di un uomo che fino alla fine ha perseguito l'ideale, nella sua concretezza storica e anche politica.

 

Rugova ci ha testimoniato che l'ideale in senso pieno non è una teoria o un'ideologia, ma un impegno con la realtà che la stessa realtà verifica e mette alla prova, dimostrandone la verità.

 

 

Parlare con lui, per la delicatezza del suo tratto, per la profondità sobria ed essenziale del suo stile comunicativo, in un momento così drammatico della sua vita, è stata per me confortante conferma che si può essere uomini così. Nella società civile, nel mondo della cultura e della politica noi abbiamo bisogno di uomini di questa statura.

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