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Le nostre letture

Il tortuoso percorso di uno Stato “accidentale”

La storia della Libia, oltre le vicende del Colonnello Mu'ammar Gheddafi

Questo articolo è pubblicato in Oasis 17. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 28/10/2019 14:57:45

History of modern libya vandewalle copertina libro.jpgRecensione di Dirk Vandewalle, A History of Modern Libya. Second edition, Cambridge University Press, New York 2012.

 


 

«Non produciamo nulla. Vendiamo soltanto petrolio e consumiamo tutto. Il tipo di commercio in cui non produci nulla e importi beni in cambio di petrolio è una catastrofe»
(p. 191). Sorprenderà forse apprendere che questa lucida analisi dell’eterno problema di uno oil State si deve all’ex-leader libico Mu‘ammar Gheddafi. Da questo punto di vista il caso libico non ha nulla di particolarmente eccezionale. Territorio quasi interamente desertico, la Libia ha conosciuto un improvviso arricchimento a partire dal 1959. Fino ad allora il Paese, storicamente diviso nelle due regioni rivali della Tripolitania e della Cirenaica, era stato una remota provincia ottomana, prima di essere colonizzato dall’Italia, in particolare sotto il fascismo. Dopo la guerra, proprio l’incapacità delle potenze vincitrici di raggiungere un accordo aveva condotto nel 1951 alla nascita del Regno di Libia: uno «Stato accidentale», secondo la caustica definizione di un diplomatico del tempo, affidato alla dinastia dei Senussi.

 

 

Tuttavia, accanto ai problemi comuni a tutti i rentier States, Vandewalle illustra in modo estremamente lucido la particolarità libica: la scelta cioè da parte della sua classe dirigente di ostacolare quanto più possibile la nascita di uno Stato moderno. Una scelta frutto più di inerzia che di una precisa volontà durante il periodo monarchico, ma che fu attivamente perseguita da Gheddafi dopo la rivoluzione del 1969. Se l’obiettivo politico dichiarato era l’instaurazione di un “governo delle masse”, la politica economica andò nella direzione opposta. Tutta l’iniziativa privata venne infatti assunta dallo Stato. Se a questo si aggiunge la divaricazione tra strutture formali e centri informali di potere e il complesso sistema di patronato messo in atto da Gheddafi per mantenere il proprio potere, si comprende bene la paradossale situazione di un Paese che aveva al tempo stesso «troppo e troppo poco Stato». Tre ondate di riforme economiche tentate a partire dal 1986 non riuscirono ad aver ragione di questa contraddizione, che condusse nel 2011 al collasso del regime.

 

 

Proprio grazie a quest’analisi di lungo respiro, non inficiata da alcune occasionali inaccuratezze (nel mancato aggiornamento di parti del capitolo V per la seconda edizione, ad esempio, o nelle citazioni dall’italiano), il libro non cede alla facile scorciatoia di seguire l’istrionico Colonnello in tutte le sue mosse. Anche perché l’elenco di tutte le stranezze (e i crimini) di Gheddafi sarebbe pressoché infinito, dai primi, tutto sommato modesti, tentativi di accreditarsi come l’erede di Nasser, al Libro Verde, pamphlet di neppure cento pagine ma di una profondità tale da meritare centri di studio in tutta la nazione e negli ultimi anni anche all’estero, ai sette tentativi, tutti falliti, di unificazione con altri Paesi arabi, alle avventure militari in Ciad, fino ad arrivare al terrorismo internazionale, prima sostenuto su larga scala e poi contrastato in un’inedita alleanza con l’ex-arcinemico americano, mentre dopo tanta ubriacatura panaraba una virata improvvisa permetteva al dittatore libico di presentarsi alle Nazioni Unite nel 2009 come «re dei re d’Africa», con tanto di amazzoni al seguito.

 

 

Il vantaggio di non lasciarsi catturare dal personaggio Gheddafi emerge anche nell’epilogo. Eliminato il Colonnello, i problemi della Libia restano gli stessi: totale dipendenza dal petrolio, assenza di un forte senso nazionale, Stato da un lato debole e dall’altro onnipresente. Anche se le prime elezioni libere hanno dato qualche motivo di speranza, «la duplice sfida di costruire uno Stato e una nazione si rivelerà senza dubbio ardua alla luce del percorso politico tortuoso lungo il quale il Paese ha proceduto dall’indipendenza in poi» (Prefazione, xi).

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Martino Diez, Il tortuoso percorso di uno Stato “accidentale”, «Oasis», anno IX, n. 17, giugno 2013, pp. 118.

 

Riferimento al formato digitale:

Martino Diez, Il tortuoso percorso di uno Stato “accidentale”, «Oasis» [online], pubblicato il 1 giugno 2013, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/il-tortuoso-percorso-di-uno-stato-accidentale.

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