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Medio Oriente e Africa

Iran. Se verrà, il cambiamento partirà dall’interno

Intervista a cura di Michele Brignone

Dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto, anche in Iran si sono verificate delle manifestazioni contro il regime. In realtà non è la prima volta che il regime iraniano viene contestato. Gli avvenimenti mediorientali possono effettivamente influire sulla situazione interna della Repubblica iraniana?

 

 

Il regime iraniano, che crede di vedere in questa mobilitazione urbana l’equivalente della rivoluzione del 1979, applaude. In realtà, né in Egitto né in Tunisia i chierici musulmani (‘ulamâ’) hanno giocato un ruolo significativo. (È vero che in Iran, nel 1978, i chierici non sono stati i soli a mobilitare le folle. Il malcontento toccava gli intellettuali, i salariati, i giovani, la sinistra e i nazionalisti liberali). L’opposizione iraniana, che non ha veri leader e un’ideologia chiara, ha usato il pretesto del sostegno offerto dal governo iraniano per insinuarsi in una manifestazione di solidarietà con la Tunisia e l’Egitto e trasformarla in una manifestazione ostile a Ahmadinejad. L’opposizione iraniana si identifica coi movimenti contestatari tunisino ed egiziano formatisi in nome delle libertà politiche e ideologiche, in nome del pluralismo politico, in nome dell’alternanza al potere, valori che Ahmadinejad e i suoi alleati hanno represso o soffocato. Ma a Tunisi come al Cairo i poteri che sono stati cacciati erano rappresentati da fossili politici sclerotizzati da decadi di esercizio del potere dispotico, Ben Ali e Mubarak, che è stato relativamente facile far cadere. In Iran, una certa collegialità in seno ai Pâsdârân (i Guardiani della rivoluzione), una certa gioventù e un relativo dinamismo della classe politica intorno ad Ahmadinejad – tutto questo naturalmente con molte sfumature – rende il potere molto più difficile da rovesciare. La reazione governativa iraniana sembra per il momento efficace, un po’ come in Algeria.

 

 

A differenza di quanto è successo in Tunisia e in Egitto, in occasione delle rivolte che hanno fatto seguito alle elezioni del 2009 in Iran l’esercito e le forze dell’ordine si sono schierate contro la popolazione. C’è qualche possibilità che questa volta la situazione sia diversa?

 

 

Nell’esercito dei guardiani della rivoluzione ci sono probabilmente elementi insoddisfatti pronti a contestare Ahmadinejad. Nell’esercito tradizionale iraniano, meno ideologico, ci sono probabilmente elementi critici. Ma la forza di Ahmadinejad deriva dal fatto che egli controlla piuttosto bene l’apparato repressivo. Le milizie popolari (basij) completano efficacemente la polizia.

 

 

Su chi potrebbero allora contare la società civile e le forze anti-governative se non sul sostegno dell’esercito?

 

 

Le classi medie sono insoddisfatte; i giovani aspirano a un mercato del lavoro migliore; gli intellettuali si sentono soffocare e vedono nella censura e nella repressione ideologica una costrizione insopportabile; le donne aspirano a un riconoscimento del loro ruolo reale nella vita professionale e politica… Gli scontenti non mancano. Nel clero, alcuni âyatollâh sono preoccupati dall’ascesa dell’anticlericalismo e dicono apertamente che occorre separare il religioso dal politico. I giovani, che subiscono sin dalla più tenera età un martellamento ideologico in nome dell’islam, si allontanano in massa dalla religione ufficiale ma, il più delle volte, esprimono il loro rifiuto solo attraverso l’adesione individuale a gruppi mistici o la ricerca di altri discorsi di salvezza. Bisogna diffidare dei tentativi di sostegno esterno (iraniani in esilio, pressioni americane o altri), che non possono far altro che delegittimare un movimento, come dimostra l’esperienza del 2009: prendendo agenti dell’ambasciata britannica o la francese Clotilde Reiss come “prove” di una manipolazione straniera, il governo iraniano ha cercato di dimostrare che con la repressione dell’opposizione difendeva l’indipendenza dell’Iran.

 

 

Nel caso di un cambio di regime in Iran, chi potrebbe farsi carico della transizione? Quella parte del clero che non si riconosce nelle idee e nell’azione del Presidente Ahmadinejad e della Guida suprema Ali Khamenei o i leader politici dell’opposizione?

 

 

Si troverebbero sicuramente degli uomini in grado, nel quadro di una repubblica islamica riformata, di porsi alla guida di una soluzione alternativa più liberale, ma non si avrebbe un vero cambio di regime. Ciò implicherebbe la neutralizzazione dei Guardiani della Rivoluzione e dei basiji, una cosa impensabile. Nel quadro dell’attuale regime Hashemi Rafsanjani, Khatami (gli ex-presidenti) Moussavi e Karroubi potrebbero rappresentare una sorta di fronte riformista.

 

 

Quindi se il regime di Ahmadinejad dovesse cadere non sarebbe la fine della Repubblica islamica, ma l’inizio della sua riforma.

 

 

Se Ahmadinejad (non il regime ma la persona) cadesse, sarebbe sostituito da un altro, magari anche peggio di lui. D’altra parte, è probabile che nel 2013, quando giungerà a termine il suo secondo mandato presidenziale, lascerà il posto a qualcun altro. Gli americani hanno a lungo sventolato l’ipotesi di una restaurazione monarchica, assolutamente impensabile, e in Iraq hanno conservato fino al 2009 la base dei Mujahidin del popolo, un gruppuscolo che oggi non possiede un sostegno reale nell’opinione pubblica iraniana. Il cambio verrà dall’interno. Speriamo in una transizione progressiva verso il pluralismo politico.

 

 

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