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Islam

Quei minareti a due passi dalla City. Alla scoperta dell’Islam britannico

East London Mosque, nel quartiere Whitechapel [foto: Victor Moussa / Shutterstock.com]

Nel Regno Unito hanno trovato posto tutte le tendenze dell’Islam mondiale: sunniti e sciiti, intransigenti e liberali, conservatori e riformisti. Ma a prevalere sono ancora i musulmani di origine sud-asiatica, che hanno riprodotto nel Paese le identità religiose del sub-continente indiano

Ultimo aggiornamento: 25/02/2020 08:26:40

Mahmood ci dà appuntamento alle 14 alla Central Mosque di Birmingham. Quando arriviamo, i fedeli hanno appena assistito a un servizio funebre e si stanno disperdendo. Quasi tutti indossano il salwar kameez, l’abito tradizionale pakistano, e chiacchierano tra loro in urdu. Non è strano che sia così: nella città delle Midlands, dove il 21% degli abitanti si dichiara musulmano, l’urdu e il punjabi sono infatti le due lingue più diffuse dopo l’inglese. Questa caratteristica non è tuttavia una prerogativa esclusiva di Birmingham. Secondo il censimento del 2011, dei 3,5 milioni di musulmani che vivono nel Regno, 1 milione circa è di origine pakistana, 400.000 di origine bangladese e 200.000 di origine indiana. Si tratta di una provenienza che porta con sé anche una particolare connotazione religiosa. Come afferma infatti Sadek Hamid, esperto di Islam britannico, nel Regno Unito «nessuno è musulmano in generale». La maggior parte dei musulmani sunniti dell’Asia meridionale aderisce al movimento riformista deobandi o al movimento antiriformista barelvi. Il primo, nato nel 1868 nella città indiana di Deoband, non lontano da Delhi, promuove una forma di Islam piuttosto intransigente caratterizzata dall’ostilità verso le correnti spirituali sufi. Il secondo, nato nel villaggio di Bareilly da cui il movimento prende il nome, incoraggia l’Islam popolare e sufi nella forma in cui è praticato nel sub-continente indiano. Tenendo conto degli equilibri numerici tra le diverse componenti dell’Islam britannico, decisamente a favore dei musulmani provenienti dal sud-est asiatico, non stupisce che su 1800 moschee presenti in Gran Bretagna, 800 siano deobandi, tra cui la Central Mosque di Birmingham,  e 450 circa siano barelvi.

 

L’Islam britannico, tuttavia, non si limita alla componente indo-pakistana nelle due versioni deobandi e barelvi. Terzo elemento in termini numerici è infatti l’Islam arabo sunnita. Secondo un’indagine condotta nel 2017, 60 moschee propongono un Islam arabo tradizionale, 9 moschee sono legate ai Fratelli musulmani e 180 sono salafite. L’Islam sciita, seppure numericamente minoritario, è a sua volta una presenza piuttosto importante e gestisce almeno un centinaio di moschee, di cui 60 duodecimane e una cinquantina ismailite. Infine, contribuisce alla pluralità dell’Islam britannico la presenza di una nutrita comunità ahmadi, radicata in Gran Bretagna dall’inizio del Novecento. Anche in Inghilterra, come del resto in tutto il mondo islamico, la presenza della Ahmadiyya è piuttosto controversa: il suo fondatore Mirza Ghulam Ahmad affermava di essere il Messia ed è per questo che i suoi seguaci sono tuttora tacciati di eresia dagli altri musulmani. Oggi gli ahmadi, che nascono con un pronunciato intento missionario, gestiscono almeno 25 moschee distribuite in tutta la Gran Bretagna, la più nota delle quali è Baitul Futuh – la moschea più grande dell’Europa occidentale.

 

 

BanglaTown, tra deobandi e barelvi

 

Brick Lane è una celebre strada londinese situata nello East End, la zona nord-orientale della città. Da secoli meta privilegiata dell’immigrazione, questa strada e le vie circostanti sono diventate note tra i londinesi con l’appellativo di BanglaTown, a causa dell’elevata concentrazione di immigrati provenienti dal Bangladesh e, più in generale, dal sud-est asiatico. La strada è popolata da piccoli negozi bangladesi, ristoranti indiani, locali, bar e gallerie d’arte. Da qualche anno infatti questo quartiere ha subito un processo di gentrificazione, diventando il cuore della cultura underground londinese.

 

Al numero 59, all’angolo con Fournier Street, sorge una delle numerose moschee della zona. Conosciuta inizialmente come la Grande Moschea di Londra, ha dovuto cedere questo titolo a edifici molto più grandi, nati successivamente, assumendo semplicemente il nome della strada in cui sorge: Brick Lane Jamme Masji. La storia di questo luogo di culto testimonia il lungo passato di migrazioni e l’evoluzione sociale del quartiere. In origine, la struttura era una chiesa protestante, fatta costruire nel 1743 dagli ugonotti, i calvinisti francesi che avevano trovato rifugio in Inghilterra fuggendo dalle persecuzioni di Re Luigi XIV. Meno di un secolo dopo (1809), la Neuve Église sarebbe diventata una cappella metodista, poi una sinagoga nel 1898 a seguito dell’arrivo degli ebrei che, come gli ugonotti, fuggivano dalle persecuzioni in varie parti d’Europa, e infine una moschea nel 1976. La facciata dell’edificio porta ancora i segni del passato ugonotto: una meridiana risalente al 1743 su cui è inciso l’oraziano motto Umbra sumus [“siamo ombra”] sovrasta l’entrata riservata agli uomini. All’esterno, posto all’incrocio tra Brick Lane e Fournier Street, sorge il minareto con la sua struttura in acciaio inox completamente illuminata. Costruito nel 2009, è un pezzo di architettura decisamente moderna, frutto del piano di riqualificazione dell’area intrapreso alcuni anni fa. La moschea può ospitare fino a 3000 persone, e, come molti altri luoghi di culto londinesi, organizza diverse attività per i fedeli, tra cui i gruppi di studio di esegesi coranica e giurisprudenza islamica che si riuniscono con cadenza settimanale, i corsi di lingua bengalese e i circoli di memorizzazione del Corano per i bambini. Tradizionalmente, questa moschea ha reclutato quasi sempre imam vicini alla sensibilità barelvi, mentre a livello politico è legata soprattutto al Bangladesh.

 

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Moschea di Brick Lane nella zona di Bangla Town

 

A pochi metri da Brick Lane, nel quartiere di Whitechapel, sorge la celebre East London Mosque. Whitechapel, nel cuore dell’East End, deve il suo nome a una piccola cappella bianca dedicata alla Vergine, fatta costruire in epoca medievale e distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Questo quartiere, situato a pochi chilometri dalla City, è stato prima rifugio per gli immigrati, poi simbolo della classe operaia. Balzato alle cronache in epoca vittoriana per il degrado, la prostituzione e i macabri omicidi commessi da Jack lo Squartatore, oggi Whitechapel si è lasciato alle spalle il passato noir, ed è una vivace zona multiculturale. Qui, come nella vicina Brick Lane, abbondano i negozi e le bancarelle bangladesi, le banche pubblicizzano i prodotti finanziari islamici, e hijab, niqāb e ‘abāya sono la norma. La moschea sorge su Whitechapel road, in direzione della City, e vanta alcuni primati. È la moschea più grande e più antica di Londra, è stata una delle prime a ricevere l’autorizzazione a trasmettere l’adhān – la chiamata alla preghiera – e, insieme alla vicina moschea di Brick Lane, è uno dei simboli dell’Islam bangladese londinese. La sua storia ha inizio nel 1910, quando una delegazione presieduta da Muhammad Shah Aga Khan III, il leader degli sciiti ismailiti nizariti, decise di creare un fondo per la costruzione di una moschea e di un centro culturale a Londra. Nei primi anni ’40 vennero acquistate in Commercial Road tre case attigue, che furono adibite a moschea. La moschea attuale però risale agli anni ’80, quando si decise di costruire un edificio più grande, capace di accogliere una comunità bangladese sempre più numerosa. In parte finanziata dall’Arabia Saudita, fu inaugurata da shaykh Abdullah bin Subail, imam della moschea di Mecca. Dagli anni ’90 a oggi la East London Mosque ha subito diversi rimaneggiamenti volti ad ampliarne ulteriormente le dimensioni. Oggi il centro comprende una grande sala di preghiera che può ospitare fino a 7000 fedeli, una scuola primaria mista (al-Mizan), una scuola secondaria maschile (London East Academy) e il centro Maryam, che organizza attività per le donne, inaugurato nel 2013. Il progetto di ampliamento è proseguito fino al 2015, con l’acquisto dell’adiacente sinagoga per 1,5 milioni di sterline.

 

Simbolo dell’Islam istituzionale londinese, la East London Mosque cura nel dettaglio la comunicazione e l’immagine che vuole trasmettere all’esterno. Ai visitatori è consentito assistere alle preghiere da un corridoio vetrato posto in alto sul lato destro della moschea, creato appositamente per gli ospiti. Una decina di pannelli che spiegano l’Islam tappezzano le pareti del corridoio antistanti la vetrata. La guida ufficiale del centro, una ragazza inglese convertita all’Islam, ci accompagna nella visita dell’edificio e ci spiega la sua storia e i fondamenti della religione islamica, ma non sa o non vuole indicarci l’orientamento dottrinale della moschea. Per queste questioni, ci spiega, bisogna rivolgersi all’imam o al direttivo.  

 

Un paio di giorni dopo la nostra visita alla moschea, Jørgen Nielsen, professore emerito di Islam europeo contemporaneo all’Università di Birmingham, ci spiega che la moschea predilige l’orientamento deobandi, in concorrenza con la vicina moschea barelvi di Brick Lane. Questa tendenza religiosa porta con sé anche una particolare inclinazione politica. La moschea infatti è nota per le sue simpatie verso la Jamaat-e-Islami, il partito politico islamista creato nel 1941 nell’India britannica da Abū al-A‘lā al-Mawdūdī e messo al bando in Bangladesh nel 2013. Nel 2006 la moschea ha ospitato Delwar Hossain Sayedee, uno dei leader del partito islamista, condannato a morte nel 2013 dal Tribunale per i crimini internazionali del Bangladesh per le azioni perpetrate durante la Guerra di Liberazione del 1971. È un dato di fatto che a partire dagli anni ’70 le diaspore bangladesi e pakistane in Gran Bretagna abbiano favorito lo sviluppo di una rete transnazionale della Jamaat-e-Islami, consentendo al partito di accrescere la propria proiezione internazionale.

 

Darul Ummah Jame' Masjid, nota anche come Bigland Street Mosque

 

Un altro esempio del potere delle diaspore è la vicina moschea Darul Ummah. Meglio nota come Bigland Street Mosque, è nata nel 1997 su iniziativa della Da‘awatul Islam UK & EIRE, un’organizzazione creata nel 1978 da alcuni membri della Jamaat-e-Islami Bangladesh. Uno dei progetti più importanti del centro è Jamiatul Umma, una scuola secondaria maschile che coniuga il curriculum nazionale con l’educazione islamica, offrendo insegnamenti di inglese, scienze, matematica, bengalese, educazione fisica, ma anche studi sul Corano e la Sunna, corsi di dottrina, diritto islamico, biografia del profeta, storia islamica e lingua araba.  

 

 

La moschea degli emiri e dei sultani

 

La London Central Mosque, al 146 di Park Road, vicino a Regent’s Park, è invece l’emblema dell’Islam istituzionale arabo. La sua storia, la composizione del consiglio di amministrazione, il sistema di nomina degli imam e anche i varchi di controllo presenti all’entrata della moschea, più simili a quelli di un’ambasciata che a quelli di un luogo di culto, rivelano subito la sua vocazione di rappresentanza istituzionale. La moschea nasce da un’iniziativa del Governo britannico: nel 1940 il gabinetto di guerra di Winston Churchill autorizzò l’acquisto di un terreno da donare alla comunità musulmana della Gran Bretagna per l’edificazione di una moschea. Per l’inizio dei lavori bisognerà però aspettare qualche decennio: la moschea, nella forma in cui esiste oggi, con la cupola dorata e il minareto in cemento, è un progetto degli anni ’70. Il complesso ha ricevuto generosi finanziamenti da quasi tutti i Paesi del Golfo: re Faysal dell’Arabia Saudita e shaykh Zayed degli Emirati hanno contribuito in maniera sostanziale alla costruzione del primo nucleo negli anni ’90; re Fahd, successore di Faysal, ha finanziato la costruzione dell’ala amministrativa; Qābūs, sultano dell’Oman, ha sovvenzionato la costruzione del ristorante halāl nel seminterrato, mentre l’emiro del Qatar, shaykh Tamīm bin Hamad Āl Thānī, e lo Stato del Kuwait sono intervenuti nei recenti lavori di ristrutturazione. Peraltro, non è secondario che nel consiglio di amministrazione siedano gli ambasciatori in Gran Bretagna di tutti i Paesi musulmani.

 

Oggi questa moschea è una delle più grandi di Londra e può ospitare fino a 6000 fedeli. Offre corsi di arabo e di studi islamici a oltre 350 studenti, promuove la rivista accademica Islamic Quarterly, possiede un dipartimento per le relazioni interreligiose e uno per gli Affari religiosi. Quest’ultimo è preposto all’emissione di fatwe, alla stipula di matrimoni e divorzi islamici, e al rilascio dei certificati di avvenuta conversione. Tre imam lavorano a tempo pieno nella moschea. Shaykh Khalifat Ezzat, di origini egiziane, è il loro responsabile dal 2008. Ci riceve nel suo studio al termine della preghiera di mezzogiorno. Nella stanza è presente un sistema di videosorveglianza che consente di monitorare i movimenti del corridoio. Dietro alla scrivania, una cornice dorata fa da contorno all’incisione dorata della sura dell’Alba, una delle più care ai musulmani e normalmente pronunciata per invocare la protezione divina contro il malocchio e i sortilegi:

 

Dì: “Io mi rifugio presso il Signore dell’Alba, dai mali del creato, e dal male di una notte buia quando s’addensa, e dal male delle soffianti sui nodi, e dal male dell’invidioso che invidia” (Cor. 113)

 

Ezzat si è trasferito in Gran Bretagna nel 2005, dopo aver ricevuto la nomina a imam della moschea centrale di Londra dal Ministero degli Affari religiosi egiziano. In Inghilterra, ci racconta, ha proseguito il suo percorso di formazione prima alla SOAS di Londra, poi all’Università di Exeter, dove ha ottenuto il dottorato con una tesi sull’esegesi contemporanea dei passi coranici che trattano della Gente del Libro. E forse, proprio per la sua conoscenza dei Testi e del contesto occidentale, è spesso invitato a partecipare agli incontri di dialogo interreligioso, è ospite di programmi televisivi, e tiene conferenze e seminari. Lo shaykh ci rivela inoltre una curiosità sugli orari delle preghiere. Può accadere che in alcune moschee della diaspora asiatica che seguono la scuola giuridica hanafita l’orario della preghiera del pomeriggio (salāt al-‘asr) si discosti di un’ora o più da quello stabilito dalle moschee che fanno riferimento alle altre tre scuole giuridiche. Questa differenza, ci spiega, è riconducibile a una divergenza tra Abū Hanīfa, fondatore della scuola hanafita, e due dei suoi studenti più importanti. L’opinione di questi ultimi, che è anche l’opinione dei fondatori delle altre scuole, è che il tempo dello ‘asr inizia quando l’ombra proiettata da un oggetto è lunga quanto l’oggetto stesso. Secondo Abū Hanīfa invece il momento giusto corrisponde all’attimo in cui l’ombra proiettata è due volte quella dell’oggetto. Da qui lo scarto temporale nell’orario delle preghiere: chi segue l’opinione minoritaria di Abū Hanīfa compie la preghiera del pomeriggio un’ora più tardi rispetto agli altri.

 

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Ingresso della London Central Mosque

 

A questa discrepanza, che nella realtà dei fatti riguarda un numero abbastanza limitato di moschee, in Gran Bretagna si aggiunge il problema ben più diffuso di stabilire un orario condiviso per le preghiere dell’alba (salāt al-fajr) e della sera (salāt al-‘ishā’). Questo dilemma riguarda particolarmente i Paesi che si trovano oltre i 48 gradi di latitudine dove, in alcuni giorni dell’anno, il crepuscolo può durare dal tramonto all’alba. Nel 2010 perciò alcune moschee londinesi, tra cui la moschea Centrale e la East London, hanno creato lo Unified Prayer Timetable for London (UPTTL), un calendario unificato che stabilisce gli orari delle preghiere basandosi su un sistema di calcolo misto sviluppato dall’astronomo indiano Khalid Shaukat, che incrocia i dati relativi al movimento del sole e della terra con i dati prodotti dall’avvistamento. Il calendario unificato, ci spiega Ezzat, è entrato in vigore nell’agosto 2011 ma è a discrezione di ciascuna moschea decidere se adottarlo o meno.

 

 

In visita all’Islamic Sharia Council

 

Oggi, la maggior parte dei musulmani in Gran Bretagna non è più di passaggio, ma costituisce una presenza stabile e consolidata. Molti di loro vivono nel Regno Unito da più di cinquant’anni, e i loro figli e nipoti sono nati oltremanica. Si sentono inglesi e nel tempo hanno cercato di creare le condizioni per vivere una vita quanto più islamicamente corretta. Sono così sorte le madrase, le scuole islamiche e anche gli sharia councils, letteralmente i “consigli della sharia” – organi semi-giurisdizionali che operano parallelamente al sistema giudiziario britannico e ai quali i musulmani possono rivolgersi per dirimere le questioni familiari o interne alla comunità. Si tratta di un fenomeno esclusivamente britannico che al momento non è ancora stato replicato in altri Paesi europei.

 

Khola Hasan è un’esperta di giurisprudenza islamica e giudice dell’Islamic Sharia Council, il primo Consiglio fondato nel Regno Unito, nato nel 1982 su iniziativa dei rappresentanti di dieci centri islamici britannici. Uno di questi rappresentanti era il padre di Khola, Suhaib Hasan. È a lui, oltre che all’allora imam della moschea di Regent’s Park, Syyed Mutawalli ad Darsh, che si deve la nascita della nozione stessa di Consiglio della sharia. Più in generale, la sua famiglia, di origini indiane, ha prima svolto un ruolo da protagonista nell’Islam del sub-continente indiano e saudita e poi, a partire dalla fine degli anni ’70, ha dato un contributo decisivo alla formazione dell’Islam britannico.

 

L’Islamic Sharia Council dove ci riceve ha sede a Leyton, nella zona nord-orientale di Londra, al numero 34 di Francis Road, una bella strada residenziale punteggiata di casette in stile vittoriano. I piccoli locali lungo la via principale che conduce alla metropolitana, il profumo di curry e i volti dai tratti sud-asiatici danno subito la misura del carattere multietnico e multireligioso del quartiere. Un piccolo edificio situato proprio di fronte all’entrata dell’Islamic Sharia Council ospita un gurdwara, un tempio Sikh, che ha da poco festeggiato i suoi primi quarant’anni. La struttura, un tempo proprietà della vicina Christ Church, chiesa anglicana evangelica, è stata rilevata dalla comunità sikh nel 1979 e trasformata in tempio nell’arco di tre mesi. Per un’ironia della sorte, le strade della famiglia Hasan e dei sikh sono così tornate a incrociarsi: era il 1948 quando Suhaib Hasan, ancora bambino, e la sua famiglia, intraprendevano il pericoloso viaggio che dal Punjab li avrebbe portati a Lahore passando per Amritsar, la città santa dei sikh, teatro di numerosi episodi di sangue nei mesi della partizione tra India e Pakistan.    

 

Khola Hasan ci accoglie nel suo studio. I grandi classici dell’esegesi coranica e del diritto islamico nella libreria alle sue spalle fanno da sfondo a una conversazione che spazia dagli sharia councils alla storia della sua famiglia. Khola si definisce salafita. Non potrebbe essere diversamente visto che il padre è un’esponente degli Ahl-e Hadith, la corrente salafita del sub-continente indiano, e ha studiato all’Università di Medina, la stessa università in cui ha insegnato il nonno di Khola, ‘Abdul Ghaffar Hasan. Il nonno, salafita intransigente e grande estimatore di due grandi ideologi del salafismo come al-Albānī e Ibn Bāz, oggi avrebbe probabilmente da ridire sulla nipote. Khola ci racconta infatti sorridendo che in sua presenza da bambina non le era consentito guardare la televisione né ascoltare musica. Non si stupirebbe affatto se il nonno, vedendola oggi nella sua vita londinese, la considerasse una riformista, o una salafita all’acqua di rose.

 

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Khola Hasan nel suo studio all’Islamic Sharia Council

 

Khola ci spiega che nessuno sa con esattezza quanti consigli della sharia esistano in Gran Bretagna. Si pensa siano 30 o 40, molti dei quali però di piccole dimensioni: spesso si tratta di moschee o di singoli imam che offrono il servizio di mediazione per i membri della loro comunità. Gli sharia councils grandi sono 15, al massimo 20. Quando è nato, l’Islamic Sharia Council si occupava quasi esclusivamente di divorzi, il più delle volte erano mogli abbandonate dai mariti. Questa è ancora oggi l’attività più importante. Ogni anno, ci spiega, trattano almeno 500/600 casi, la maggior parte dei quali attivati dalle donne (khul‘); meno numerosi sono i ripudi chiesti dai mariti (talāq). L’intero processo dura sei mesi: la donna o l’uomo invia la richiesta di divorzio, il tribunale convoca entrambi i coniugi, prima in sede separata, poi insieme. Si tenta quindi la via della riconciliazione e se questa fallisce si produce il certificato di divorzio, valido ai soli fini religiosi.   

 

Nel tempo però il Consiglio della sharia di Leyton ha ampliato le sue funzioni, e oggi si occupa anche dell’emissione di fatwe. Ogni anno arrivano centinaia di domande sui temi più disparati. Uno dei casi più recenti – ci racconta Khola – riguarda una donna che ha iniziato un’attività di smalti halāl. A differenza del classico smalto impermeabile, questo nuovo prodotto consente il passaggio dell’acqua e dunque è valido per l’abluzione che deve precedere la preghiera rituale. Per poterlo mettere in commercio la donna aveva però bisogno di una fatwa che ne certificasse la conformità con la sharia. Non è che un caso tra tanti. Una delle domande più ricorrenti, ci racconta ancora Khola, riguarda la liceità o meno di maneggiare gli alcolici da parte di chi lavora nei supermercati. La fatwa emessa in questo caso autorizza il contatto con le bottiglie di alcolici in forza del principio della necessità (darūra). A differenza di altre istituzioni che rendono pubbliche le loro fatwe, l’Islamic Sharia Council le emette solo in sede privata e su richiesta del singolo, perché, spiega Khola, ogni fatwa è per un caso specifico e il particolare non può valere per il generale.

 

 

Studiare in un seminario sciita

 

Un altro elemento che, accanto ai Sharia Councils, definisce il carattere peculiare dell’Islam britannico è la presenza nel Regno Unito di hawza, i “seminari islamici” preposti all’educazione religiosa sciita. Caso unico in Europa, le hawza inglesi sono il segno dell’internazionalizzazione verso la quale l’educazione sciita sembra essere proiettata oggi. L’Islamic College di Londra, che guarda verso l’Iran, e l’al-Mahdi Institute di Birmingham, che si dice indipendente sia da Qom che da Najaf, attraggono studenti sciiti provenienti da tutta Europa.

 

L’al-Mahdi Institute è ospitato in un complesso in mattoni rossi dei primi anni ’20 del Novecento, situato all’interno di un grande parco curato nei minimi particolari. In origine il complesso era un seminario per la formazione dei missionari anglicani, e sarebbe diventato una hawza all’inizio degli anni ’90. Si trova a 15 minuti di macchina dal centro della città e a soli due chilometri dall’Università di Birmingham.  Il direttore e alcuni suoi collaboratori ci attendono per il pranzo a base di roll ripieni di falafel, e riso e pollo speziati, allestito in una sala riunioni. Una ragazza italiana, studentessa della hawza, ci raggiunge a metà del pasto e ci racconta del suo percorso di fede, dei dissidi nati con la famiglia in seguito alla sua conversione e della scelta di seguire un percorso di formazione all’Istituto di Birmingham.

 

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Esterno dell’Al-Mahdi Institute a Birmingham

 

L’Al-Mahdi Institute (AMI) è la prima hawza nata in Inghilterra, fondata nel 1993 su iniziativa di shaykh Arif Abdul Hussain, direttore dell’istituto e professore di Fondamenti del diritto e Filosofia islamica. Shaykh Hussain si è formato a Qom in Iran e successivamente alla madrasa della Fondazione al-Khoei di Londra, seguendo il percorso che accomuna tutti i professori dell’istituto: all’educazione tradizionale ricevuta a Qom o Najaf segue un percorso di studi islamici in Occidente. L’Al-Mahdi, ci spiega shaykh Hussain, è nato con l’obbiettivo di rispondere ai bisogni dei musulmani che vivono in Occidente e far fronte a tre grandi sfide: l’islamofobia, il settarismo e il vuoto di leadership sciita in Occidente. Il salafismo e il crescente divario tra sunniti e sciiti hanno portato negli anni all’emarginazione dei secondi, minoranza nella minoranza islamica in Gran Bretagna. A questo si aggiunge l’assenza di una leadership sciita e la difficoltà per i fedeli ad accedere ai grandi giuristi che vivono in Oriente. L’AMI offre ai suoi studenti un programma della durata di quattro anni, combinato con un approccio moderno allo studio dell’Islam. Qui si apprendono le scienze islamiche tradizionalmente insegnate a Qom e Najaf e si impara a rileggerle alla luce del contesto europeo. Nel tentativo forse di acquisire una maggiore credibilità e offrire agli studenti un ventaglio più ampio di possibilità lavorative al termine degli studi, l’istituto ha avviato una partnership con l’Università di Birmingham e con l’Università Mofid di Qom. Al quarto anno gli studenti possono conseguire la laurea in Studi islamici rilasciata dall’Università di Birmingham, oppure la laurea in Studi teologici islamici rilasciata dall’università iraniana. L’AMI mette a disposizione dei suoi studenti una ricca biblioteca di testi classici in arabo e in persiano, e di letteratura accademica in lingua inglese. Il bibliotecario ci spiega con orgoglio che, con i suoi 20.000 volumi, è questa la più grande biblioteca sciita presente in Gran Bretagna.

 

Negli anni, spiega shaykh Hussain, l’Istituto ha fatto del dialogo intra-islamico e interreligioso la sua seconda vocazione. I leader sciiti e sunniti locali si incontrano ogni 4-6 settimane per discutere delle questioni riguardanti i musulmani di Birmingham e più in generale della Gran Bretagna, ed emettono fatwe comuni, adatte per i fedeli di entrambe le confessioni. È qualcosa di cui andar fieri, ribadisce, perché fino a qualche anno era impensabile che le due leadership cooperassero nell’interpretazione della legge religiosa.

 

L’Al-Mahdi offre diversi servizi ai suoi studenti, tra cui la possibilità dell’internato per chi arriva da altri Paesi, una palestra superaccessoriata all’ultimo piano e una piccola moschea al pian terreno. La disposizione degli spazi interni e il crocifisso che svetta sul tetto dell’edificio ricordano la destinazione originaria dell’edificio. Divisa in tre piccole navate con le volte ad arco, la sala di preghiera ha pareti decorate con elementi di arte islamica e vetrate geometriche di vetro piombato. Ai quattro lati della sala, ciascuna vetrata è sormontata da decorazioni a goccia e iscrizioni in arabo di un versetto della sura del Ferro: «Egli è il Primo, Egli è l’Ultimo, Egli è il Manifesto, Egli è il Nascosto». Gli studenti pregano rivolti verso la navata a destra, orientata in direzione della Mecca. Su un tavolo all’ingresso una cesta contiene alcune pietre e piccole tavolette in argilla provenienti dalle città sante irachene, che gli studenti utilizzano per la preghiera. La giurisprudenza sciita infatti raccomanda ai fedeli di prostrarsi unicamente sulla terra o su materiali che ne derivano.

 

 

Islam britannico, riferimento dell’Islam europeo

 

L’Islam britannico costituisce dunque un caso a sé negli Islam europei. Dominato dalle tradizioni deobandi e barelvi come nessun altro Paese del Vecchio Continente, mantiene al suo interno una certa pluralità che consente anche a comunità islamiche minoritarie, come gli ibaditi dell’Oman, o gli ahmadi, di ritagliarsi il proprio spazio. La pluralità è evidente anche all’interno dell’Islam sunnita arabo che, per quanto minoritario in termini numerici, è molto vivace a livello culturale e si fa promotore di iniziative e discorsi multiformi. Molte iniziative e discorsi nati in Gran Bretagna hanno una certa risonanza a livello europeo, anche tra i musulmani italiani. Tra questi ultimi, per esempio, c’è chi apprezza e segue gli insegnamenti di shaykh Muhammad al-Yacoubi, fautore di un Islam tradizionale e promotore di alcune iniziative nate proprio in Inghilterra, tra cui The Sacred Knowledge e Isnad, due organizzazioni dedicate alla diffusione di quello che viene spesso definito come l’Islam ortodosso tradizionale. Shaykh al-Yacoubi peraltro è anche il fondatore del Women’s Muslim College di Birmingham, una delle prime strutture educative islamiche del Regno Unito per sole donne. Londra poi offre un ampio ventaglio di possibilità, che vanno dal salafismo più rigorista, come quello proposto dalla moschea di Brixton, alle tendenze riformiste più spinte. Un esempio di queste ultime è la Inclusive Initiative Mosque, nata da un gruppo di giovani musulmani che promuovono la creazione di spazi di preghiera aperti alle persone che spesso vivono ai margini delle loro comunità, come i rifugiati, i disabili, i poveri e gli omosessuali.

 

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Pubblicità nei vagoni della metropolitana

 

A differenza di altri Paesi europei come l’Italia in cui l’immigrazione è un fenomeno recente, la Gran Bretagna sperimenta la presenza islamica da almeno un secolo e le moschee sono diventate un elemento naturale del paesaggio urbanistico. L’inclusione dell’Islam nella sfera pubblica britannica è testimoniata anche dalla possibilità concessa ad alcuni luoghi di culto – quelli con un profilo più istituzionale – di diffondere l’adhān, ciò che non è consentito nella maggior parte dei Paesi europei. Inoltre, i musulmani britannici hanno potuto aprire anche molte scuole primarie e secondarie annesse alle moschee o ai centri culturali islamici, che propongono programmi di studio ibridi, unendo materie previste dal sistema d’istruzione nazionale britannico e materie islamiche. Anche se appartiene a un mondo piuttosto diverso rispetto alle moschee e associazioni che abbiamo visitato, è certamente significativo che il sindaco di Londra sia un cittadino britannico di fede musulmana. Tuttavia, se ha favorito l’integrazione dell’Islam nel tessuto sociale del Paese, questo modello non ha impedito la formazione di enclave, portando in alcuni casi allo sviluppo di società parallele che difficilmente interagiscono tra di loro. La poligamia diffusa in maniera informale negli ambienti salafiti, o i casi di matrimoni combinati – probabilmente non così rari visto che nei vagoni della metropolitana londinese si trova spesso la pubblicità di servizi di incontri finalizzati al matrimonio islamico – sono solo alcune espressioni di un sistema che pone qualche interrogativo alla vita di una società liberale. Davvero il puro rispetto delle differenze, finché non toccano la libertà altrui, è sufficiente per creare una comunità civile?

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

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