‘Ā’isha Al-Bā‘ūniyya compone un breve trattato sul cammino mistico che porta all’annullamento morale e ontologico dell’Io

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Ultimo aggiornamento: 18/06/2024 15:26:34

Questo articolo è l'introduzione a Nell’incendio dell’amore divino

 

Dici donna nell’Islam e il pensiero, escluse per la loro eccezionalità Maria madre di Gesù e le mogli e figlie di Muhammad, corre alla letteratura mistica. È nell’ambito sufi infatti che sono fiorite alcune figure femminili di grande rilievo, a cominciare dall’asceta Rābi‘a al-‘Adawiyya (713-801), i cui folgoranti detti continuano a godere di grande fortuna[1]. Ma se Rābi‘a fa storia a sé per la scelta del celibato, rarissimo nell’Islam, ‘Ā’isha al-Bā‘ūniyya, la mistica e poetessa da cui abbiamo tratto il classico di questo numero, è una figura più “normale”. E dunque più rappresentativa di una traiettoria possibile nella società islamica classica, almeno nei suoi ceti più elevati[2].

 

Nata a Damasco nella seconda metà del XV secolo, apparteneva a una famiglia eminente. Il padre, giudice capo della metropoli siriana sotto gli ultimi mamelucchi, le assicurò un’accurata istruzione: all’età di otto anni ‘Ā’isha aveva già memorizzato l’intero Corano. Recatasi in pellegrinaggio alla Mecca con la famiglia, la giovane ebbe una visione del Profeta dell’Islam. Questa esperienza la indirizzò verso il sufismo, all’interno di un ramo della confraternita Qādiriyya a cui la famiglia era molto legata.

 

In una data non precisata ‘Ā’isha sposò Ibn Naqīb al-Ashraf, membro di un’altra famiglia damascena di primo piano, e i due ebbero almeno una figlia e un figlio. Rimasta vedova, nel 1513 ‘Ā’isha si recò al Cairo, capitale del sultanato mamelucco, per cercare un lavoro al figlio nell’amministrazione statale. Nel viaggio, tuttavia, fu derubata dai predoni, che la lasciarono in totale miseria. In questo difficile frangente fu soccorsa da un amico di famiglia, Ibn Ajā, che, grazie alla sua qualifica di ministro e confidente del sultano al-Ghawrī, riuscì a far assumere il figlio di ‘Ā’isha nella cancelleria. Dopo tre anni trascorsi al Cairo, madre e figlio ripresero il cammino della Siria, accompagnando il loro patrono ad Aleppo, dove il sultano stava preparandosi per la guerra contro gli ottomani. Al-Ghawrī concesse un’udienza personale alla donna, forse inquieto al pensiero dell’imminente scontro militare, in cui avrebbe perso la vita; terminato il colloquio, ‘Ā’isha tornò a Damasco, dove morì poco dopo, nel 1517.

 

Pur nella loro sinteticità, questi tratti biografici permettono di comprendere alcuni aspetti del testo che traduciamo, un breve trattato sul cammino mistico composto su richiesta di un “confratello” sufi. Spiegano ad esempio la menzione dei figli e della famiglia, che toglie convenzionalità alle righe conclusive. O danno profondità alle lodi iniziali al Profeta – ‘Ā’isha era specializzata in questo genere letterario – che vanno lette, nel loro accumularsi di sostantivi rimati, come i primi passi di una danza dal ritmo ascendente. E naturalmente l’educazione ricevuta spiega il carattere colto dell’opera, costruita attraverso un intreccio di Corano, hadīth e detti dei mistici anteriori, in un’alternanza di prosa e poesia.

 

Se talvolta la figura dell’autrice rischia di scomparire dietro l’accumularsi delle citazioni, essa riemerge con forza nella conclusione, dedicata alla quarta e ultima delle radici del cammino sufi, cioè l’amore. Qui il tono si fa più intimo e personale, fino a toccare il vertice nell’ultima poesia, in cui ‘Ā’isha sintetizza tutta la sua dottrina. Per pura grazia, Dio sceglie fin dall’eternità alcuni uomini e donne tra le sue creature e su di loro riversa il Suo amore di predilezione. Questi amici di Dio diventano allora canali di grazie per il resto dell’umanità. I toni sono vibranti: che contrasto con gli stanchi panegirici secolari dell’epoca! Il meglio della poesia araba post-classica va cercato qui.

 

Non sfuggiranno al lettore le assonanze con il pensiero cristiano, che nella traduzione abbiamo volutamente valorizzato, a partire dalla scelta stessa del termine arabo per amore, mahabba (“carità” nel lessico arabo cristiano). E tuttavia di assonanze si tratta e non di derivazioni, perché l’aspetto più notevole del testo è che esso sgorga tutto dall’interno dell’esperienza islamica, nutrito in particolare da un singolo versetto coranico, quel «li ama come essi Lo amano» di 5,54 che ritorna incessantemente nel testo, accompagnato dall’equivalente «è soddisfatto di loro ed essi son soddisfatti di Lui» (5,119; 58,22; 98,8). Il genio femminile ha spinto l’autrice a soffermarsi in modo speciale su questo aspetto del Dio coranico, conferendogli priorità su altri tratti più maschili come la potenza e la signoria. È l’Islam pensato da una donna, per riprendere il titolo di un libro di Nayla Tabbara recensito in questo numero.

 

E tuttavia, per l’autrice, e per il pensiero sufi da cui proviene, l’agognato accesso alla Presenza divina (l’unione, ma qui il termine è diverso da quello usato dai mistici cristiani) passa attraverso l’annientamento dell’Io. Un annientamento inteso non solo in senso morale, come una forma di mortificazione, ma anche e soprattutto in senso ontologico. La creatura cioè deve cancellarsi per lasciare spazio al Creatore. E del resto – sostengono i sufi – un tale annullamento è nell’uomo solo apparente, perché apparente è la sua esistenza. La professione di fede islamica “Non c’è dio se non Dio” viene così portata al suo estremo: esiste solo Dio. È il mare dell’Unicità e il deserto della Singolarità, in cui ‘Ā’isha si sprofonda.

 

È proprio su questo punto, a ben vedere, che si misura (e forse s’innesta) la differenza dell’annuncio cristiano. Non sul metodo del cammino quindi, ma sul suo approdo ultimo. Von Balthasar l’ha saputo esprimere in modo ineguagliato, proprio a partire da un confronto con la mistica ebraica e musulmana.

 

Questa spinta all’autonegazione è un dissolversi in Dio […]; deriva dalla incomprensibilità riguardo al modo in cui sia possibile che accanto all’infinito (o assoluto) Dio un essere finito possa ancora possedere un vero valore e una vera dignità. Una simile incertezza viene superata dal Cristianesimo con la sua affermazione essenziale che Dio, per essere chiamato amore, vuole essere in se stesso dedizione e fecondità, e quindi all’interno della sua unità vuole far spazio all’“Altro”, e che questo positivamente Altro giustifica l’alterità della creatura rispetto a Dio, che l’“Altro in Dio”, senza eliminare la differenza Dio-creatura, può essere quest’Altro anche nella condizione di creatura. Solo così, questa è la convinzione dei cristiani, gli assiomi del giudaismo e dell’islam sono definitivamente fondati[3].

 

Ma non può comprendere la portata di queste righe chi non abbia almeno intuito la radicalità dell’appello che ci proviene da ‘Ā’isha e dalla tradizione di cui si fa voce.

 

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[1] In italiano si veda Caterina Valdrè, I detti di Rābi‘a, Adelphi, Milano 1979.
[2] Per una biografia dettagliata si veda Th. Emil Homerin, Writing Sufi Biography: The Case of Ā’ishah al-Bā‘ūnīyah (d. 923/1517), «Muslim World», vol. 96, n. 3 (2006), pp. 389-399. Homerin, oltre a diversi studi e scelte antologiche, ha edito il testo arabo che traduciamo, accompagnandolo con una felice resa inglese: The Principles of Sufism, «Library of Arabic Literature», New York University Press, New York 2016. Vi rimandiamo senz’altro per approfondimenti.
[3] Hans Urs Von Balthasar, Epilogo, in La mia opera ed epilogo, Jaca Book, Milano 1994, p. 111.