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Islam

Riconoscere la parità, rispettare la differenza

[Shutterstock]

Percorsi e tendenze dell’attivismo femminile islamico

Questo articolo è pubblicato in Oasis 30. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/01/2020 13:12:20

Quando si parla di Islam contemporaneo, poche questioni sono forse tanto controverse quanto la condizione della donna. È infatti nella figura femminile che si condensano molte delle tensioni che attraversano le società musulmane: la dialettica tra tradizione e rinnovamento, il rapporto tra Stato e religione, la relazione tra diritto divino e diritti dell’uomo.

 

Nonostante la sua rilevanza, è con un po’ di esitazione che ci siamo decisi a fare i conti con questa tematica. Il dibattito è particolarmente inquinato da banalizzazioni, stereotipi e ideologie e prendervi parte significa correre il rischio di trasformare le donne musulmane in un terreno di contesa. Invece di discutere della donna nell’Islam, abbiamo allora preferito mettere a fuoco l’Islam delle donne, lasciando che fossero le musulmane a parlare per loro stesse. Lo abbiamo fatto dando direttamente spazio ad alcune protagoniste dell’attivismo femminile islamico o analizzando la loro realtà in diversi contesti.

 

Una di queste protagoniste è Ziba Mir-Hosseini, che nell’articolo di apertura critica la permanenza di concezioni premoderne dei rapporti tra uomo e donna nella legislazione dei Paesi musulmani e allo stesso tempo descrive la sua esperienza con Musawah (“uguaglianza”), un movimento che promuove «l’uguaglianza e la giustizia nella famiglia musulmana» attraverso una rilettura dei testi fondanti dell’Islam.

 

L’idea della discriminazione, o addirittura della reclusione delle donne nelle società musulmane tradizionali è però soltanto una delle narrazioni in campo. Attraverso il caso africano, Britta Frede evidenzia infatti il contributo delle studiose musulmane alla tradizione intellettuale islamica e ai movimenti di riforma sufi emersi tra il XVIII e XIX secolo nel continente. La sua analisi punta a relativizzare il luogo comune della subordinazione femminile – le libertà conquistate dalle donne durante la modernità potrebbero «non essere così nuove», scrive nel suo articolo – e mette in luce come la categoria del “genere” non sia sufficiente a spiegare il grado di inclusione o di esclusione delle donne dalla vita sociale e culturale. Rappresentante emblematica del sapere islamico femminile è anche ‘Ā’isha al-Bā‘ūniyya, mistica damascena del XV secolo di cui presentiamo nella sezione “Classici” un ispiratissimo testo sull’amore divino, tradotto e presentato da Martino Diez.  

 

Le due narrazioni si rincorrono nelle due interviste che abbiamo incluso nei “Temi”: Amina Wadud, una delle pioniere del femminismo islamico, presenta la sua riflessione sulla necessità di integrare le prospettive di genere nell’interpretazione dell’Islam; Safia Shahid racconta invece il suo impegno nel rilanciare la tradizione del sapere islamico femminile e mette in guardia dalle rivendicazioni che si oppongono a letture consolidate dell’Islam.

 

Il contributo di Jesper Petersen sui femminismi islamici in Europa mostra a sua volta un panorama articolato, in cui la nozione stessa di femminismo può rimandare a fenomeni e a rivendicazioni diverse a seconda dei contesti: a Londra, ad esempio, «è possibile assistere a una preghiera del venerdì promiscua e guidata da donne», mentre solo 300 chilometri più a Nord, nella città di Bradford, il Consiglio delle Donne Musulmane ha dato vita a una moschea con un consiglio d’amministrazione tutto al femminile, che però ha scelto di rispettare i confini convenzionali delle relazioni tra i sessi affidando la direzione della preghiera a un imam uomo.

 

Anche due importanti musulmane del Novecento, la studiosa di esegesi coranica ‘Ā’isha ‘Abd al-Rahmān e la pakistana Benazir Bhutto, prima donna musulmana a ricoprire in epoca contemporanea un incarico politico di vertice, presentano profili piuttosto differenti. La prima, come spiega Margherita Picchi, è stata una figura complessa, rimasta legata a una visione tradizionale dei rapporti tra i sessi eppure capace di tenere testa a shaykh e presidenti. La seconda, la cui biografia è presentata da Clinton Bennet, ha associato alla carriera politica una riflessione riformista sulla parità tra uomo e donna.

 

Il rapporto tra presenza pubblica ed emancipazione è dunque tutt’altro che lineare. Un’ulteriore conferma viene dal caso delle predicatrici saudite prese in esame da Chiara Pellegrino. Formatesi sull’onda del processo di scolarizzazione femminile iniziato negli anni ’70, queste esperte in scienze religiose hanno guadagnato grazie alle nuove tecnologie una notevole visibilità. Il loro ruolo rimane però ambiguo, perché mentre rappresentano una forma inedita di autorità religiosa femminile contribuiscono a perpetuare quel wahhabismo che ha fatto della subordinazione della donna un pilastro della vita sociale. Una dinamica simile si osserva in Marocco con la figura delle murshidāt. Queste predicatrici attenuano infatti il monopolio maschile della sfera religiosa, ma allo stesso tempo consentono un più efficace controllo di quest’ultima da parte dello Stato. Come emerge dall’articolo di Sara Borrillo, nel regno maghrebino l’attivismo femminile è decisamente più radicato e incisivo che in Arabia Saudita, dove, ricordiamolo, si è potuto definire “conquista storica” il fatto che le donne possano guidare un’automobile. Anche a Rabat, tuttavia, la piena affermazione dei diritti delle donne è limitata dalla necessità della monarchia di mediare tra interessi diversi.

 

Infine il reportage, scritto da Sara Manisera, traccia il profilo di cinque musulmane italiane, impegnate in una lotta per il riconoscimento che per alcune di loro implica tre dimensioni: la femminilità, la fede islamica e l’origine straniera.

 

Da questa rassegna risulta un quadro decisamente diversificato, all’interno del quale è tuttavia possibile distinguere due grandi tendenze. Da un lato la posizione di quanti ritengono che la tutela della donna sia sufficientemente garantita sia dai testi fondanti dell’Islam sia dalla tradizione islamica, e rischiano in questo modo di avallare visioni e pratiche patriarcali effettivamente esistenti in alcune società. Dall’altro quelle attiviste che, in nome di una concezione radicale dell’uguaglianza o seguendo una logica di riconoscimento reciproco di diritti, estendono il loro impegno fino ad assumere l’insieme delle rivendicazioni connesse con la teoria del gender.

 

L’alternativa non è semplicemente collocarsi in una posizione intermedia, quanto prendere sul serio la differenza sessuale, senza farne il fondamento di un rapporto di dominazione, ma anche senza rinunciare a riconoscervi un dato costitutivo dell’essere umano.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Michele Brignone, Riconoscere la parità, rispettare la differenza, «Oasis», anno XV, n. 30, dicembre 2019, pp. 7-9.

 

Riferimento al formato digitale:

Michele Brignone, Riconoscere la parità, rispettare la differenza, «Oasis» [online], pubblicato il 10 dicembre 2019, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/parita-di-genere-nell-islam.

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