Una poetessa e mistica musulmana descrive il percorso che porta al completo annientamento in Dio, una grazia concessa solo dall’Altissimo

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Ultimo aggiornamento: 18/06/2024 15:28:39

Leggi l'introduzione a questo classico L’itinerario mistico di un’amica di Dio
 

Su richiesta di un amico, una poetessa e mistica musulmana descrive il percorso che porta al completo annientamento in Dio. Questo non è tuttavia l’esito di una tecnica o di uno sforzo personale, quanto una grazia che l’Altissimo riversa su chi vuole, una predilezione in forza della quale viene eliminata ogni distanza tra l’amante e l’Amato, che può così essere contemplato «nello splendore della Realtà Unitaria».

 

Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso

 

Egli solo mi basta

 

Sia lode a Dio che dispensa il sostegno ai suoi amati con speciale fedeltà, che disseta i loro cuori con il vino del monoteismo in amore e purità, che si rivela nel loro intimo con bellezza e maestà, donando loro di contemplare e sperimentare le grazie della prossimità. Lo lodo con la lode di chi per rivelazione Lo ha conosciuto; di chi, colmato dalla grazia, ha dovuto ammettere di non poterlo ringraziare adeguatamente. Confesso e testimonio che non vi è dio se non Dio solo, senza compagni, testimonianza che rendo al modo di chi, smarrito nel deserto della Singolarità e annegato nel mare dell’Unicità, abbia distolto lo sguardo dalle creature per contemplare la Verità in Verità.

 

E testimonio che l’intimo degli intimi, l’eletto degli eletti, il signore degli inviati e il più nobile di tutto il creato è il Suo Muhammad molto lodato[1], l’inviato assai glorificato, l’amato più eminente e l’amico più eccellente, che Dio lo benedica d’una benedizione eterna quanto la Sua perpetua eternità e immortale quanto la Sua perenne immortalità, una benedizione che continui a impetrarci aiuto e sostegno da parte sua. E Dio benedica, onori e conceda eterna salute anche ai suoi fratelli profeti e inviati, alla sua famiglia, a tutti i suoi Compagni, e alla famiglia di tutti gli uomini pii.

 

Quanto al resto: un amico di Dio, assiduo alle soglie del mistero, ci aveva ripetutamente espresso una sincera richiesta. Dio ci rivelò allora la purezza della sua interiorità e la sincerità della sua intenzione e potemmo constatare che per grazia di Dio egli è tra i prediletti su cui si riversano i favori della divina provvidenza e tra i prescelti a cui la misericordia ha fatto dono della realtà dell’amore del Signore. Avendolo dunque trovato assetato di istruzioni precise circa la via della realizzazione e la giusta direzione, abbiamo chiesto all’Eccelso di poter istruirlo con un discorso verbale, perché giunga, se l’Altissimo lo vorrà, a farne esperienza personale. Abbiamo così acconsentito ai suoi voti, con l’unico scopo di ricercare il volto di Dio e il Suo compiacimento. Da Dio viene l’aiuto e la guida, mi basta Egli solo «ed è buon protettore» (Cor. 3,173).

 

Sappi dunque, che Dio ti usi misericordia, che, nonostante le stazioni della Gente di Dio siano innumerevoli, i loro rami s’innestano su quattro radici da cui si dipartono tutte le stazioni. E queste radici sono: conversione, sincerità di fede, memoria e amore (mahabba). Dovremo dunque discutere ciascuna di queste radici secondo quanto troviamo nel Libro e nella Sunna[2] e secondo le sottili indicazioni che ci sono pervenute dalla Gente [del cammino mistico] circa la vera realtà delle cose. Ho scelto d’intitolare questo trattato Passi scelti sulle radici delle stazioni. Da Dio supplico il soccorso e la protezione: possa Egli preservarlo dagli errori e renderlo utile, con il Suo generoso favore.

 

[…]                                                                                                                                              

 

Conclusione intorno all’amore

 

Al termine di questo libro, l’Altissimo ci ha rivelato alcune verità mistiche sull’amore di predilezione, in poesia e in prosa, che non è male riportare qui a conclusione del trattato. E a Dio domandiamo il soccorso, «ci basta Dio, ed è buon protettore!» (3,173).

 

Sappi, che Dio ti usi misericordia, che l’amore è il segreto supremo di Dio. È la conseguenza dell’elezione e il frutto della predilezione, il canale della vicinanza e la scala dell’unione, la grazia più schietta e il dono più puro, la vera nobiltà, il mistero dei misteri e la realtà più sottile. È un mare che non ha rive, un gioiello inestimabile, una luce in cui non è tenebra, un segreto inarrivabile, una realtà indescrivibile dalla ragione. «Questo è il Favore di Dio che Egli dà a chi vuole: Iddio è il Signore del Favore Supremo» (57,21; 62,4).

 

Lo si può paragonare a un fuoco che non si estingue, a una vampa che non si spegne, una lacrima che non si terge, una malattia che non si cura, un’infermità che non guarisce. È una magrezza che non scompare, un anelito che non si usura, un desiderio che non si consola, una passione che non si placa, un desiderio che non svanisce. È una preoccupazione montante e uno zelo costante, un deperimento crescente e una follia persistente.

 

L’esito finale dell’amore è un completo annegare che cancella l’amante e ne annienta l’esistenza apparente[3] grazie al sostegno promesso, che la provvidenza riversa sulla Gente della Santità attraverso le reali attrattive dell’unicità e i sottili effluvi dell’impenetrabilità. A quel punto non rimane traccia dell’altro né notizia del diverso. Questo segnala la scomparsa delle ombre dell’esistenza (wujūd) allo spuntare del sole della visione (shuhūd). Allora la lingua della Maestà recita al cospetto della Perfezione: «Ecco chi è Dio, il vostro Signore, il Vero. E che c’è fuori della Verità altro che l’Errore?» (10,32).

 

Ed è in questa condizione [d’estasi] che sono stati composti i versi:

 

 

Vero amore è che il servo s’estingua,

annientandosi insieme ai due universi.

Nulla più differenzia i due segni,

non un punto distingue ormai le lettere[4].

Colui in cui si è annientato gli ridà vita

con la Sua manifestazione, cancellata la distanza.

Così secondo la promessa questi consegue

la felicità del cuore e degli occhi.

 

 

Quando l’Altissimo intende farsi prossimo a uno dei Suoi servi gli manda un biglietto: «Li amerà ed essi lo ameranno» (5,54), accompagnato da una veste d’onore: «Dio è soddisfatto di loro e loro son soddisfatti di Dio» (5,119; 58,22; 98,8). Poi l’araldo annuncia il grazioso salvacondotto: «No! Per gli amici di Dio nessun timore, nessuna tristezza!» (10,62) e il cerimoniere proclama ad alta voce la speciale distinzione: «Sono il Partito di Dio: e non è il Partito di Dio quello dei Fortunati?» (58,22). Vi abbiamo alluso in questi versi:

 

 

Sono la Gente di Dio, che Egli ha rivestito

della Sua fedeltà, abito d’onore tra tutti i Suoi servi.

Nella Sua misericordia ha dato loro pieno potere sulle creature

ed essi dal Suo amore traboccante traggono aiuto per chi vogliono.

 

 

L’amore spinge l’amante a sacrificare il proprio vantaggio e testimonia il favore ricevuto accettandolo. L’amore unisce i cuori e rapisce l’esistenza dell’amante nell’amato. L’amore non si accontenta dell’amante finché questi non si dia interamente. La sua realtà è un mistero che attira l’intimo, s’impadronisce del cuore, artiglia la mente, rapisce l’essere, cancella l’esistenza e annienta ogni cosa. Inutile discorrerne, alludervi una perdita. Tace la lingua, s’arrende il pensiero, si smarrisce la ragione e si perde la comprensione. Bene è stato detto che chi si dilunghi a descriverlo cade in errore.

 

[…] L’amore è una grazia di Dio. Il servo non lo consegue per mezzo di uno sforzo che possa applicare né con uno stratagemma che possa acquistare. Non è il frutto di un’opera buona che possa padroneggiare né di una scienza probabile[5] che possa dominare. Non si ottiene con una solida corda a cui aggrapparsi né con un alto lignaggio con cui elevarsi. Che cos’è dunque? L’amore è pura grazia e schietta generosità con cui Dio predilige chi vuole tra i Suoi servi. Perdona le colpe e copre i difetti, rinfranca il misero e innalza l’umile; dona all’indigente e fa pervenire alla meta chi ne sarebbe escluso. E qui mi riferisco all’amore di Dio per il Suo servo. Quanto all’amore dell’uomo per Dio, esso è un mistero che invade tutto il servo e lo attira nella sua interezza fino a farlo pervenire al suo Signore. Lo fa accomodare alla Sua presenza e ne annienta l’effimera individualità[6], mentre il suo Annientatore lo rende permanente nella Sua ipseità.

 

L’amore di Dio per il servo consiste nel fargli dono in modo speciale di quel mistero a cui abbiamo fatto cenno e allusione, il mistero cioè delle attrattive amorose e degli annientamenti obliosi che impossessandosi del servo lo fanno giungere, liberato dalla sua individualità, allo splendore del sole della Realtà Unitaria: questa è verità di realizzazione in verità d’amore. Tutto il resto è amore condizionato dalle cause e dagli accidenti e deriva dalla percezione della successione dei piaceri e dal desiderio di evitare i dolori.

 

Quanto è eccellente al riguardo quanto ha detto il glorioso Polo Spirituale Muhammad Ibn Abī’ l-Wafāʾ[7], che Dio ne santifichi l’intimo!

 

 

Pensavo che il Tuo affetto si potesse acquistare

con le ricchezze più costose e le apparenze corporee;

ma nella mia ignoranza credevo che il Tuo amore

non valesse il sacrificio delle anime più elevate,

finché Ti ho visto colmare

coloro che ami dei regali più preziosi.

Allora ho compreso che non ti lasci prendere all’amo degli stratagemmi.

E ho reclinato il capo per la vergogna.

 

 

La presenza di prossimità è il paradiso degli amanti e il vino dell’unione è il loro nettare. La persistenza della visione è il loro diletto ed essi si allietano nel giardino della contemplazione e si rallegrano con i frutti della locuzione. Costoro hanno rifiutato questo mondo e all’Altro hanno voltato le spalle. Hanno preso a loro unico rifugio il “dove” più elevato, il luogo della completa prossimità. «Essi son coloro che Iddio ha guidato, essi son coloro che han sano intelletto» (39,18). Dio ha fatto loro un dono[8], «li ama come essi lo amano» (5,54), nella stazione di «Dio è soddisfatto di loro e loro son soddisfatti di Dio» (5,119; 58,22; 98,8), sul tappeto di «No! Per gli amici di Dio nessun timore, nessuna tristezza!» (10,62). Ed Egli li saluterà con il saluto di «Pace! Parola di misericordioso Signore» (36,58). Donerà loro «cose che piacciono al cuore e l’occhio allietano» (43,71) e riserverà loro località «di Verità presso un Re potentissimo» (54,55). Concederà loro un diletto «e di bevanda purissima li abbevererà il Signore» (76,21) e li renderà immortali nei giardini della visione: «Ed essi avranno colà quel che vorranno, e presso di Noi un sovrappiù» (50,35). Questo, lo giuro su Dio, è l’onore supremo a cui aspirare e il dono più grande che si possa sperare. «Questo è il Favore di Dio che Egli dà a chi vuole: e Iddio è il Signore del Favore Supremo» (57,21; 62,4)!

 

A questo riguardo non è male citare una rivelazione che Dio ci ha ispirato in versi:

 

 

Dio ha volto il Suo sguardo a un Popolo d’eletti

ed essi si sono elevati al di sopra delle sorti mondane.

Lo hanno adorato di un amore santo

e hanno rinunciato a loro stessi con sincera intenzione.

Hanno donato l’anima e annientato l’esistenza,

per brama di Lui, senza trattenere nulla per sé.

Allora Dio si è chinato verso di loro con i Suoi doni

e si è manifestato loro nella Sua essenza.

Ed essi hanno ripreso vita all’apparire di quel viso,

al manifestarsi della Sua eterna vita.

Pascolano presso di Lui nel Giardino dell’Unione

mentre tra loro circolano coppe di teorèsi,

riempite fino all’orlo di vino puro,

la visione della Realtà Unitaria.

L’hanno bevuto in coppe

purissime, ineffabili, sorgenti di gioia,

ed esso ha infuso in loro diletto senza fine,

un’esistenza pura in unione salutare.

Hanno voltato le spalle alle preoccupazioni illusorie,

ormai al riparo dal velo dell’Alterità.

Benedetti, invero felici e beati,

d’aver conseguito il desiderio sperato,

l’unione dopo la quale non vi è più separazione,

la visione dopo la quale non vi è più occultazione!

Per Dio, non vi è più nulla da desiderare,

no, null’altro possono bramare spiriti puri,

felici per l’unione con un Amato

che li ha eletti su tutte le creature,

facendoli oggetto del Suo amore

e ricolmandoli della Sua Santa Presenza.

Hanno ricevuto, soli tra tutti, il dono del Suo Vicariato[9]

e sono stati innalzati alla stazione dell’Ausilio.

Gli esseri tutti si raccolgono sotto il loro stendardo

ed essi comandano loro con volontà efficace.

Sono la Gente di Dio, per grazia;

stranieri al loro confronto tutti gli altri.

Si rendono visibili per generosità,

e si mostrano a quanti lo meritano.

Sono tra gli uomini soli d’elezione,

non li rinnegano che i poveri ciechi.

Sono i signori, e io pure sono stata aggiunta alle loro schiere.

Abbiamo ricevuto noi soli la Congiunzione Unitaria.

Abbiamo bevuto il vino, non in coppe [terrene],

ma dalle botti delle taverne del Patto[10].

Ne abbiamo attinto fino a inebriarcene,

di un’ebrezza che dura da sempre e per sempre.

Ed ebbri ci puoi vedere,

anche se ci fingiamo sobri per discrezione.

Fa circolare la coppa tra noi, immane favore,

il più glorioso e lodato, il fiore degli eletti,

la grazia di Dio e la Sua misericordia tra noi,

il vertice del creato, il meglio del meglio delle creature,

il Servo più puro tra quelli a cui Dio abbia rivelato Scrittura,

tra quanti abbia investito del rango profetico,

il sommo signore, colui che generosamente compie i nostri voti,

il mistero dei misteri della Stazione del Soccorso.

Su di lui le benedizioni ininterrotte dell’Amato,

a lui omaggio ripetuto e pace su pace,

e alla sua Famiglia, Compagni e Gente,

con cui condividiamo illustre lignaggio,

finché si susseguono tra noi le coppe

e si dissetano i nostri cuori assetati,

finché si mostra il nostro Amato, finché Lo contempliamo

nello splendore della Realtà Unitaria.

 

 

Con la fine di questa poesia è finito anche il libro, con l’aiuto del generoso Sovrano.

 

Sia lode a Dio come conviene lodarlo, e preghiere e benedizioni siano sul signore perfetto e glorioso, la più nobile delle creature, Muhammad, e sulla sua Famiglia e sui suoi Compagni, a lui salute, onore e gloria. All’Altissimo affido la mia religione, me stessa, i miei figli, la mia famiglia e i miei cari in Dio e tutto quello che ha donato a me e a loro, nella religione e nella vita presente e futura. E imploro il perdono per me, per i miei genitori, per tutti i musulmani e le musulmane, invocando la Sua generosa grazia, poiché Egli è di tutti i misericordiosi il più misericordioso. Mi rivolgo a Lui tramite il più nobile degli eletti che stanno al Suo cospetto, il nostro canale di grazie, Muhammad l’eletto, che Dio lo benedica e gli dia eterna salute, domandando a Dio che continui ad assicurare a me, ai miei figli e a quelli che mi sono cari in Lui, la grazia del Suo sostegno, della Sua istruzione e visione, dell’intimità con Lui, della presenza al Suo cospetto e della riunione con Lui, in buona salute, senza fastidi o tormenti. In ogni circostanza Egli è largamente generoso, munifico, compassionevole e misericordioso.

 

[‘Ā’isha al-Bā‘ūniyya, al-Muntakhab fī usūl al-rutab (fī ‘ilm al-tasawwuf), edizione araba a cura di Th. Emil Homerin, Library of Arabic Literature, New York University Press, New York 2014, disponibile su https://bit.ly/2WjUbj. Traduzione italiana dall’arabo a cura di Martino Diez]

 

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[1] C’è qui un gioco di parole con il significato etimologico di Muhammad (“il lodato”) e di Ahmad (“il molto lodato”).
[2] La tradizione di Muhammad, consegnata negli hadīth.
[3] Lett. “esistenza ombrosa”. È la dottrina fondamentale del sufismo, per cui Dio solo è realmente, mentre il creato sarebbe un’ombra senza consistenza propria.
[4] Lett. “e la ‘ayn non si distingue dalla ghayn”. Le due lettere si differenziano in arabo soltanto per un punto.
[5] Opposta cioè alla scienza certa che è, per il sufi, la conoscenza di Dio.
[6] Lett. “egoità”, “io”, designa il principio personale, che il sufismo considera illusorio. A causa del sentimento di autosufficienza che la pervade, l’egoità sarebbe il maggiore ostacolo all’unione dell’uomo con Dio.
[7] Sufi contemporaneo di ‘Ā’isha al-Bā‘ūniyya, morto nel 1486. Il termine “Polo” designa nel lessico mistico il vertice della santità iniziatica in una data epoca.
[8] L’espressione araba wasala-hum-u ’llāhu bi-sila significa anche “Dio ha stabilito con loro una relazione”: i due concetti sono entrambi implicati nel verbo.
[9] Secondo una delle esegesi possibili di 2,30, l’uomo è il vicario (letteralmente “il califfo”) di Dio sulla terra. I sufi hanno applicato a sé questa qualifica in modo eminente, intendendo il vicariato divino come un potere, ricevuto per pura grazia, di soccorrere gli altri uomini e il creato tutto (a questo allude la “stazione dell’Ausilio” menzionata nel testo).
[10] Il riferimento è al Patto pre-eterno stipulato tra Dio e gli uomini, a cui alluderebbe Cor. 7,172.