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Cristiani nel mondo musulmano

Kosovo, il volto sconosciuto dell'Euroislam

Viaggio nella minuscola provincia balcanica dove una stragrande maggioranza di musulmani convive con un "piccolo resto" di cristiani ortodossi. Apparentemente in pace, dopo anni di guerre regionali e di conflitti durissimi. Ma nonostante i diciassettemila soldati della NATO posti a garantire la situazione, per molti non si tratta soltanto di apparenza.

Da bambini, quando andavano a trafficare in soffitta tra i tesori impolverati di casa, si trovavano in mano il crocifisso del nonno o del bisnonno. Da grandi, da musulmani adulti in una regione a larga maggioranza musulmana qual è il Kosovo oggi (il 90% della popolazione si riconosce nell'Islam) hanno voluto costruire nel loro villaggio d'origine una chiesa cattolica. Con i suoi mattoni e la facciata rivestita di pietra locale, a 1600 metri di altitudine, inaugurata da un popolo in festa in una giornata di temporali nel settembre 2005, la chiesa punta orgogliosa il campanile verso quel pezzo di cielo che sta tra le montagne della valle del fiume Rugova, a venti minuti d'auto dalla cittadina di Pec Peja, ultimo check-point della Kfor prima del confine con il Montenegro.

 

Quasi irraggiungibile d'inverno, custodita da aprile a settembre da pastori solitari tra le sparute case di montanari albanesi, questa chiesa sta lì, nel silenzio, a suggerire qualche tratto dell'Islam del Kosovo, ma soprattutto ad accendere domande: di chi sono le mani che hanno messo mattone su mattone? Perché l'hanno voluta? L'Islam ufficiale di Pristina come la vede? Non suona come una provocazione per la maggioranza di quello che è ancora un protettorato delle Nazioni Unite, dove dal '99 la pace è garantita da oltre 17 mila soldati della NATO?

 

E non è un caso isolato questa chiesetta: nell'aprile 2006 ne è stata inaugurata un'altra a Malisheva, alla presenza di migliaia di persone, una terza è in costruzione a Viti e a queste si aggiungerà presto una vera cattedrale: ne hanno posato la prima pietra in centro a Pristina nell'agosto 2005 insieme il Presidente Ibrahim Rugova e il Vescovo Mark Sopi, morti entrambi a pochi giorni di distanza nel gennaio seguente.

 

«Per dare una risposta ai nostri nonni, quasi per risarcirli di una conversione scelta per forza, per avere il permesso di fare

 

la spesa quando scendevano in città. Per questo abbiamo voluto costruire una chiesa e infine ci siamo riusciti». Tahir Lajqi, giurista di quarantotto anni, oggi disoccupato come oltre il 55% della popolazione, padre di tre figli, spiega così il perché si è impegnato con il comitato di cittadini di Pec Peja per la costruzione della chiesa. Lajqi, che davanti a un piatto fumante dei stuzzicanti cevapa appena grigliati si definisce «musulmano di

 

nome, cristiano nel cuore», però non ha mai pensato di convertirsi al cattolicesimo, soddisfatto com'è di questa sua specie di religione personale: «Io, ma molti altri amici sostiene Lajqi potrei dire tutti quelli che

 

conosco, non mettiamo mai piede in moschea, piuttosto andiamo in chiesa a Natale e Pasqua. Ciò che conta è come ci si sente dentro: io e i miei figli ci sentiamo cristiani, ma restiamo musulmani».

 

Per questo hanno voluto quella chiesa? Per una sorta di riscoperta del proprio Cattolicesimo "nel cuore"?

 

Non la vede proprio così Nexhemedin Hoxhaj, Imam di Pec Peja, venti moschee per i 20 mila abitanti di inizio '800, dieci moschee di cui due rese inagibili dagli incendi del '99 per i 150 mila abitanti di oggi. «Di venerdì le nostre moschee sono piene osserva l'Imam dallo sguardo azzurro acuto e anche se la percentuale di chi frequenta regolarmente è bassa, chi può giudicare poi come e quanto uno prega? La costruzione della chiesa in montagna non toglie nulla alla solidità della fede musulmana del nostro paese, ma anzi testimonia la tolleranza sempre esistita qui tra i seguaci di religioni diverse».

 

Se c'è il desiderio e il bisogno espresso di un luogo di preghiera, per l'Imam non c'è nessuna controindicazione alla costruzione di una chiesa, anzi. Ma soprattutto ci devono essere i fedeli, sottolinea quasi sarcastico. Per Hoxaj bisogna guardarsi dalla costruzione dei templi per motivi politici: «Personalmente spiega all'inizio temevo che la chiesa di Rugova rispondesse a intenzioni pseudo-patriottiche, che cioè fosse voluta per piacere di più all'Europa, per mostrarle un volto più cristiano-cattolico del Kosovo; ma poi abbiamo deciso di lasciar perdere, di non attribuire al gesto il valore di provocazione».

 

Non sarebbe in effetti una novità da queste parti la costruzione di edifici "politici": i serbi negli anni '90 hanno costruito varie chiese ortodosse in Kosovo, nella zona di Dukajini almeno quattro, per ricordare, anzi segnare che lì c'erano sempre stati loro. «Ma non c'è bisogno di una chiesa sostiene convinto Hoxhaj per dimostrare la vicinanza della nostra terra all'Europa. Noi siamo musulmani europei e sicuramente pro-europei. Non c'è bisogno di diventare cattolici. Il mondo non ci chiede di diventare cristiani, ma di non violare i diritti umani. E qui sono rispettati. Ci sentiamo cittadini europei a prescindere dalla religione che pratichiamo liberamente».

 


 

Sguardo all'Europa

 

Eccola l'Europa, la sponda alla quale approda ogni conversazione sulle prospettive di questo pezzo di terra balcanica, che i serbi chiamano Kosovo i Metohija, terra delle chiese, 11 mila chilometri quadrati stretti tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia, per una popolazione che si aggira sui due milioni di persone, dalla composizione etnica tutta da verificare. Si presume, infatti, che oltre il 90% sia albanese, il 3% serbo, l'1% composto da slavi musulmani detti bosniaci, più altre minoranze rom e turche. Ma i dati sono quanto mai incerti, perché l'ultimo censimento è del 1981, risale a venticinque anni fa, pochi a pensarli sul calendario, un'eternità per il carico di eventi e trasformazioni registrate sia nei tracciati delle frontiere che nelle vicende di ogni famiglia qui.

 

All'Europa guarda anche la comunità islamica del Kosovo, che ha sede in centro a Pristina. Dalla chiesetta lassù a Rugova fino al cuore dell'Islam della capitale ci vogliono circa tre ore di auto. La strada, una delle quattro principali che attraversano la regione, è uno zig zag tra buche da record nell'asfalto, tra incroci e sorpassi di tir, carretti di contadini trainati da stanchi cavalli e jeep superbe degli eserciti del mondo, una curva e un dosso dopo l'altro, e svolge il nastro dell'attualità kosovara: distese verdi di campi coltivati, negozi vari affacciati sui bordi, come i fruttivendoli con i pomodori a un euro al chilo per stipendi medi di 220 euro al mese, spavalde pompe di benzina che tentano un business fino a pochi anni fa poco azzardato, tanti, tantissimi ragazzi e ragazze a spasso, vera risorsa per una popolazione che al 65% ha dai venti ai trentacinque anni.

 

Ma soprattutto si affacciano tante case di colore rosso mattone. Increspano il paesaggio: sono rosse perché ancora senza l'intonaco, che costa troppo. I proprietari le hanno tirate su appena hanno potuto, in parte anche con gli aiuti internazionali dell'ultimo dopoguerra, e appena hanno potuto ci sono andati ad abitare; più avanti, quando riusciranno a mettere da parte il denaro necessario, le porteranno a termine e l'aspetto di villaggi e città cambierà colore, ancora una volta.

 

Ma adesso è questa la faccia del Kosovo: un work in progress, una ripresa, una ricostruzione laboriosa e ancora indefinita. Dietro ogni porta, in ogni strada, c'è una storia che ti impiglia, perché porta in sé tutta la complessità di questa regione e rende impossibile decidere chi ha ragione e chi no.

 

A Vienna all'inizio del 2006 sono stati avviati i colloqui internazionali che dovrebbero portare alla definizione del nuovo status per questa regione, ma ancora non si è arrivati a un accordo condiviso dagli albanesi, che puntano all'indipendenza dalla Serbia, dai serbi che non vogliono perdere la loro "culla", e dalla comunità internazionale, a sua volta divisa da interessi diversi.

 

«L'Europa non deve temere il nostro Islam sostengono concordi Resul Rexhepi, Sabri Bajgora e Qemajl Morina, tre dei responsabili della comunità islamica del Kosovo l'Islam è unico in tutto in mondo, poggia sugli stessi pilastri, ma assume dei caratteri specifici legati alla storia e alla tradizione di ogni regione. E la nostra è una storia di reciproca accoglienza e convivenza pacifica tra religioni. Il nostro è un Islam liberale». «I conflitti che hanno bagnato di sangue il Kosovo non erano di natura religiosa, ma etnica», precisano. Proprio la radicata consapevolezza negli albanesi di appartenere a una stessa etnia, ha posto sempre in secondo piano la questione delle differenze religiose ed è stata garanzia di una sorta di "fraterna" tolleranza reciproca.

 

Qui in Kosovo, spiegano a Pristina, si vive la fede musulmana in modo molto diverso dall'Arabia Saudita. Basta guardare le donne: qui non hanno l'obbligo del velo, possono guidare l'auto e uscire da sole, hanno gli stessi diritti degli uomini, mentre laggiù no; o basta considerare come vengono trattati i casi di conversione dall'Islam al Cristianesimo: «Ciascuno deve essere libero di scegliere la fede che vuole professare osserva Bajgora perché, come dice il Corano, non c'è violenza nella fede. Ognuno è responsabile davanti a Dio. Non abbiamo diritto di imporre l'Islam con la violenza».

 

«Il significato del Corano spiega sempre Bajgora è pluridimensionale, ci sono altre fonti che lo integrano e quindi ci aiutano ad arrivare all'interpretazione più corretta».

 

Certo, ammettono, c'è il rischio di derive verso forme di estremismo, ma si può evitare attraverso una seria formazione delle giovani generazioni, come quella che la comunità islamica promuove nelle strutture educative di cui si è attrezzata: la Facoltà di studi islamici, che dall'avvio nel '92 ad oggi ha laureato 400 studenti, e l'alta scuola professionale Medressah Alkauddin, che in mezzo secolo di attività ha educato oltre 1100 alunni. Gli insegnanti, garantiscono, sono tutti originari del Kosovo. Bajgora, Rexhepi e Morina, che hanno frequentato le università islamiche tra il Sudan e l'Egitto, parlano l'arabo e guardano anche Al Jazeera, sono convinti che se un giovane è ben educato, non può deviare verso forme di fondamentalismo violento. Anche per questo ritengono importante che sia inserito l'insegnamento della religione nelle scuole kosovare, perché solo la conoscenza approfondita delle religioni ne garantisce il rispetto.

 

«Qualche settimana fa racconta Morina ero a un simposio in Giordania e ho dichiarato a chiare lettere che abbiamo bisogno di un rinascimento nell'Islam, e questo non può venire dal Medio Oriente, ma da noi, dal cuore dell'Europa». Si sentono europei pienamente, in quanto si riconoscono tra i protagonisti della storia che ha portato all'Europa com'è oggi, e compiutamente e correttamente musulmani, senza fratture, e senza quell'inquietudine che, invece, manifestano a volte i musulmani che vivono nei paesi dell'Unione Europea, anche di seconda e terza generazione, che sembra fatichino a conciliare l'essere cittadini d'Europa e al tempo stesso seguaci dell'Islam, quasi fossero due inconciliabili identità. Da qui, da Pristina, la comunità islamica sembra dire all'Europa: guardate noi, guardate al nostro Islam, al nostro modello di convivenza tra fedi diverse, questo funziona.

 


 

Guardate alla Nostra Storia

 

Una storia che assume toni più o meno violenti, a seconda di chi la racconta e delle epoche trattate e che a Pristina, in breve, viene narrata così.

 

Le prime tracce dell'Islam in Kosovo risalirebbero a prima dell'arrivo degli ottomani, sulla scorta di commercianti e missionari sufi in transito da queste parti. Più tardi, tra il XV e il XVI secolo, sarebbe avvenuta la diffusione più massiccia che, almeno finché gli ottomani non tentarono di "turchizzare" gli albanesi, non sarebbe stata violenta, ma sarebbe avvenuta sull'onda dei privilegi economici e sociali, dei benefici e incarichi autorevoli nell'amministrazione, nella politica e nell'esercito, che i governanti musulmani concedevano ai cittadini che si convertivano. La graduale conversione all'Islam dei popoli illiri, cristiani fin dall'epoca apostolica, sarebbe anche stata favorita sia dalla volontà di smarcarsi dalla religione dei serbi, cristiani ortodossi, di cui si tramandano violenze pesanti perpetrate già nel XII secolo sugli albanesi, e sia dall'assenza di figure di leader cristiani trascinanti, come era stato il grande eroe Gjergj Kastrioti Skenderberg, che aveva orgogliosamente combattuto per difendere i cristiani dall'espansionismo ottomano e che morì coraggiosamente nel 1468.

 

Dal Centro nazionale di ricerche (CNRS) di Parigi, invece, lo sguardo che getta su questa storia il balcanologo Xavier Bougarel è molto diverso. Bougarel ha rilevato che «parlare dell'esperienza storica balcanica quale modello di "coesistenza pacifica" porta a contrapporre una tesi semplicistica, il mito dell'"odio ancestrale", con un'altra ugualmente semplicistica: il mito della "tolleranza secolare"». «La società ottomana ha rilevato nelle sue indagini Bougarel era fortemente compartimentata e gerarchizzata secondo linee religiose» e i Balcani hanno conosciuto diversi episodi di violenza, specialmente, ma non solo, dall'ascesa del nazionalismo nel diciannovesimo secolo in poi.

 

Resta comunque il dato che in Kosovo la comunità islamica, proprio alla luce della sua storia, si dichiara aperta e liberalmente "europea". «L'attuale direzione della comunità islamica del Kosovo è in effetti aperta e liberale»: colpisce questa frase, tanto più se a pronunciarla è un serbo ortodosso, come Padre Sava Janijc, del Monastero di Deçani, a Pec Peja, un concentrato di silenzio per una trentina di monaci, in una foresta verdissima in primavera, gelata d'inverno, dove i monaci tramandano l'arte paziente e antica delle icone, e attraverso internet sono aggiornatissimi sul mondo che sta fuori, dal quale li protegge dal '99 una postazione di militari italiani della Kfor. «Finché c'è questo tipo di guida per l'Islam in questa provincia rileva il padre, il cybermonaco come lo chiamano nella rete, che cura un sito internet sul suo monastero e sulle persecuzioni subite dai Serbi in Kosovo si può dialogare».

 

Dialogo: la prima volta che si sono incontrati ufficialmente, davanti alle telecamere del mondo, i capi religiosi del Kosovo, per invocare la via del dialogo e della pace, è stato nel '99, poche ore prima dei bombardamenti della NATO; nonostante questo primo fallimento, non si sono arresi, e dopo la guerra hanno ripreso a incontrarsi nel 2000 e ancora nel 2001. Sembrava che si fosse innescato un movimento inarrestabile di superamento delle diffidenze reciproche. Fino al marzo 2004: la morte di tre bambini albanesi per mano serba a Mitrovica, provocò una reazione terribilmente violenta degli albanesi che, fuori dal controllo della Kfor, distrussero alcune chiese ortodosse.

 

Ma neppure da quelle ceneri si è lasciato seppellire il desiderio di dialogo, che dopo anni di interruzione, si è riattivato e ha portato a un appello congiunto da parte delle massime autorità religiose ortodosse, cattoliche, evangeliche, musulmane ed ebraiche, pronunciato nel Patriarcato serbo di Pec all'inizio del maggio scorso. Davanti alla Comunità Internazionale hanno usato parole pesanti: «Noi siamo invitati dalla nostra fede a vivere con l'altro, anzi, di più, preghiamo di essere capaci di vivere per l'altro. Così facendo noi rispettiamo la dignità di ogni persona e di ogni comunità accettando il principio dell'unità nella diversità». Si sono impegnati a promuovere il miglioramento della vita per facilitare il processo di rientro di chi dopo la guerra ha lasciato il Kosovo, che hanno chiamato la "nostra casa comune".

 

Il problema, per Padre Sava, è che questo Islam, capace di sedersi accanto a cristiani ed ebrei e sottoscrivere simili dichiarazioni, oggi rischia di cambiare natura. Il monaco fa riferimento ad alcune fonti riservate (sono molto frequenti le visite di militari e diplomatici al monastero) che segnalano il pericolo che soprattutto nelle aree rurali del Kosovo, quelle più povere e isolate, entrino e si radichino presenze di un Islam wahabita, che non ha nulla a che vedere con la tradizione del Kosovo.

 

Padre Sava si ritrova, per certi versi, nell'analisi dettagliata di questo pericolo tracciata da Isa Blumi, ricercatore della New York University per il KIPRED, Kosovar Institute for policy research and development. Blumi osserva che in Kosovo l'Islam, proprio per la sua origine legata alla predicazione di missionari sufi, nel Medioevo, ha sempre avuto un carattere particolarmente aperto, capace di gettare ponti e creare scambi con i cristiani.

 

Questo tipo di Islam tollerante, anche nei confronti dei cattolici, sarebbe stato combattuto dal Governo della Yugoslavia, soprattutto dagli anni '50 in poi, anche attraverso la costituzione di una comunità islamica centralizzata ufficiale, che tentando di imporre

 

l'Islam "ortodosso", puntava a omogeneizzare la realtà culturale della Federazione, mosaico di per sé invece molto articolato, anche favorendo forme di forte antagonismo con i cristiani. Tutto questo allo scopo di reprimere ciò in cui respirava l'identità locale e indipendentista del Kosovo, appunto il suo Islam di matrice moderata.

 

Negli anni '50 si arrivò anche alla chiusura di moschee, scuole e case "non registrate", perché ritenute non ortodosse. L'azione di controllo di Belgrado, secondo Blumi, non sarebbe però riuscita a penetrare efficacemente nelle zone rurali, che si sarebbero conservate, quindi, quali ultime roccaforti dell'Islam originario kosovaro fino alla fine degli anni '90. Proprio queste sono divenute nei primi anni del 2000 terra di missione per le agenzie umanitarie saudite, che si presentano sotto l'ombrello della Saudi Joint Commitee for the Relief of Kosovo and Chechnya. Per una sorta di trascuratezza o di scarso riconoscimento del reale valore delle tradizioni e dell'identità di queste aree rurali, la Comunità internazionale ha lasciato che in questi villaggi poveri e di campagna, le agenzie umanitarie islamiche intervenissero massicciamente, ricostruendo moschee e scuole, sfamando la gente e così incassando un gran numero di seguaci e nuovi devoti di un Islam importato di stampo wahabita.

 

«Ironicamente sostiene Blumi proprio quei paesi occidentali che temono la diffusione di un Islam radicale, l'avrebbero favorita in queste aree, non offrendo la dovuta attenzione a quei luoghi in cui l'originario Islam tollerante e aperto era sopravissuto ai tentativi di cancellazione». Blumi si spinge oltre: «qui potrebbe accadere quello che è accaduto agli afgani rifugiatisi in Pakistan negli anni '80: una sorta di talebanizzazione della popolazione albanese musulmana del Kosovo».

 

Secondo Padre Sava basta guardare a quello che è accaduto in Bosnia, suo paese d'origine: i petrodollari sauditi, arrivati in quella terra uscita dalla guerra affamata e in estrema povertà, hanno cambiato la stoffa dell'Islam locale.

 

Qualche segnale, per quanto raro, si coglie ora anche qui: si vedono ragazze con il velo che prima del '99 non si incrociavano da queste parti, alcuni giovani spariscono per un po' e dopo qualche tempo tornano con la barba lunga e gli abiti tradizionali arabi.

 

Resta da chiedersi se esiste un argine a questo movimento dall'esterno, che trapassa i confini di un Kosovo che, ancora, non esiste sulla carta d'identità di chi ci risiede. Per i Kosovari forse l'argine sta là, dove si cozza ogni volta che si scava in ciò che tiene unito questo popolo, nonostante tutto: l'orgoglio di essere figli di questa terra, che ha visto la costruzione di chiese cattoliche e moschee dal Medioevo in poi, a pochi passi di distanza, rimaste nei secoli aperte e vicendevolmente rispettate e difese. Almeno finché non si è scatenata la violenza connessa ai piani di pulizia etnica. È la stessa passione che il presidente Rugova, "il Gandhi dei Balcani", esprimeva quando lasciava in dono ai suoi ospiti un pezzo di minerale prezioso rubato alle miniere delle montagne. Regalava un pezzo di Kosovo.

 


 

Riconciliazione e Carità

 

Se è vero che si dice che qui, in ogni casa, ci siano ancora armi nascoste, perché potrebbe riscoppiare il caos all'improvviso, è ancora fresca la memoria di grandi slanci di solidarietà reciproca.

 

«Erano gli anni '80 racconta ancora commosso don Lush Gjergji, Vicario Generale della diocesi che conta 60 mila cattolici, protagonista di quella stagione e contro la politica di serbizzazione di Milosevic il popolo si mobilitò su vari fronti. Sulla spinta di un cattolico, Anton Cetta, e di un consiglio centrale, supportato da vari consigli comunali, si attivò un vero e proprio processo di perdono che portò oltre 1270 famiglie a riconciliarsi e superare il principio della legge consuetudinaria di Leke Dukajini, per il quale «il sangue non viene mai perso né perdonato». «Mezzo milione di persone ricorda don Lush il 1 maggio 1990 celebrarono questo perdono nei prati, nelle chiese, nelle moschee e nelle case».

 

Sempre in quegli anni fu fondata l'Associazione umanitaria del Kosovo Madre Teresa di Calcutta che salvò la popolazione dalla fame attraverso la creazione di una rete con le Caritas, le ONG del mondo e i connazionali all'estero, e fu creato anche un sistema scolastico parallelo per tenere vivo l'insegnamento della lingua albanese vietata dal governo di Belgrado. Una lingua di origine indoeuropea che, secondo Milazim Krasniqi, poeta e studioso che fondò con Rugova negli anni '80 la lega degli scrittori del Kosovo, è "il tesoro" del popolo, ha una straordinaria potenza espressiva ed è essenziale per spiegare la storia antica dei Balcani e alcuni miti del Mediterraneo. Addirittura servirebbe a comprendere certi versi misteriosi di Omero.

 

Per gli abitanti di questa terra travagliata la via del contenimento alle spinte esterne sta là, nella tradizione ardua da decifrare, ma da salvaguardare, che ha portato i kosovari, che oggi chiedono uno stato indipendente, ma aperto a tutte le etnie, a riempire le strade e le piazze festosi all'inizio del nuovo millennio, per inaugurare come monumento nazionale una scultura di Skenderberg a cavallo, il condottiero cattolico che combatteva con i turchi, mai in attacco, si narra, ma solo in difesa, al grido coraggioso: «Un ramo solo si spezza, un fascio di rami uniti no». Quella tradizione che ha spinto Rexhep Boja, da mufti del Kosovo, a pronunciare: «Gli albanesi sono musulmani da più di 500 anni e non hanno alcun bisogno di estranei che insegnino loro la vera via dell'Islam».

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