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Medio Oriente e Africa

L'Egitto in mostra: i valori della convivenza prendono vita

Quando i valori prendono vita: questo il titolo della mostra allestita dal gruppo SWAP (Share with all people) un gruppo di giovani cristiani e musulmani, di varia provenienza, per la maggior parte di origine egiziana, studenti presso l'Università Cattolica di Milano. La mostra, inaugurata il 25 marzo, è stata ospitata prima dall'Università, poi dal Centro Culturale di Milano e dal Duomo di Firenze.

Il titolo racchiude perfettamente il messaggio che questi giovani intendono veicolare: andando oltre ogni stereotipo, essi ci offrono un'immagine del tutto nuova dell'Egitto e degli egiziani, presentando alcuni personaggi-chiave della rivoluzione nei quali propriamente si "incarnano" valori in cui tutti loro - aldilà di ogni appartenenza religiosa, politica o sociale - si riconoscono: l'amicizia, mirabilmente personificata da Mina Daniel, l'attivista copto morto nella strage di Maspero del 9 ottobre 2011, il quale fu in grado di abbattere il muro dell'ideologia e dei pregiudizi guadagnandosi l'affetto e la stima del salafita Tareq; il coraggio, racchiuso nel gesto di Samira Ibrahim di denunciare i militari che avevano sottoposto lei ed altre 18 donne ad un test di verginità forzata in seguito alla loro partecipazione ad una manifestazione in piazza Tahrir; la convivenza, evidente nella scelta del musulmano Muhammad el-Qorani di affiancare al suo nome l'appellativo el-Kristi, a simboleggiare l'unità delle due anime - musulmana e cristiana - dell'Egitto; l'amore verso il prossimo, che si dispiega nell'impegno profuso da Mona Mina per migliorare il sistema sanitario egiziano, ripagato dalla recente nomina a segretario generale dei medici, carica per la prima volta affidata ad una donna, per di più copta; lo spirito rivoluzionario, evidente nella scelta di Emad Effat, sheykh di al-Azhar, di scendere in piazza spogliandosi della sua veste azharita, a simboleggiare la necessità di separare politica e religione; infine il senso di responsabilità, che si dispiega nell'eroismo di Gika, morto a soli 16 anni per il sogno egiziano di libertà e giustizia.

 

 

Storie, queste, che hanno scelto di presentare attraverso l'arte popolare per eccellenza, quella dei graffiti. «I graffiti testimoniano senza veli e senza filtri quel che pensa la gente» - mi spiega lo swapper Mina, 22 anni - «Se Mina Daniel ed Emad Effat sono stati disegnati l'uno con l'aureola e l'altro con le ali è perché la gente li vede realmente come due angeli, se un murale li rappresenta mentre reggono insieme uno striscione sotto il quale si trovano radunati una serie di manifestanti, è perché la gente li considera davvero come un esempio da seguire e una testimonianza concreta di cooperazione tra musulmani e copti. E se Gika è stato rappresentato con la maglietta di Superman, dove la S è stata sostituita dalla G di Gika, è perché la gente lo considera realmente un eroe». Alla mia domanda sul perché abbiano deciso di ingrandire, tra tutti, proprio il graffito di Gika, riproducendolo su un muro di scatole di cartone, risponde: «Perché rappresenta per noi l'eroismo per eccellenza, perché a soli sedici anni ha rischiato e perso la vita in nome della libertà, perché nel graffito che lo raffigura a braccia aperte sembra che stringa tutti attorno a sé, cristiani, musulmani, laici, e dica loro di continuare a lottare tutti insieme per rendere l'Egitto un paese migliore, perché la rivoluzione non è solo un diritto, ma è anche un dovere, e questo ragazzo lo sentiva nonostante la sua giovanissima età».

 

 

Ne viene fuori un colorato affresco di speranza, che si manifesta non solo nelle storie dei personaggi raffigurati nei pannelli, ma anche e soprattutto nei ragazzi stessi che le hanno scelte e raccontate, i quali testimoniano, attraverso la loro unione, la bellezza della convivenza nella diversità e le potenzialità insite nella loro "doppia cultura". «Quel che vediamo qui» - afferma Wael Farouq, coordinatore del gruppo SWAP, docente presso l'American University del Cairo e visiting professor all'Università Cattolica di Milano, - «è un passo sulla via che conduce dall'integrazione all'interazione: le cosiddette "seconde generazioni" non devono adottare pedissequamente i modelli della società italiana, perché perderebbero così parte della loro identità e allo stesso tempo priverebbero l'Italia della ricchezza che possono offrirle. Questa mostra ne è un chiaro esempio: ciò che hanno rappresentato è un'immagine degli egiziani che solo loro potevano cogliere, veicolando in lingua italiana la cultura del popolo egiziano». Si può dire, in fondo, che la mostra siano loro, testimonianza vivente dell'incontro tra le culture o, per dirla con le parole di Farouq, «ponte umano tra le due sponde del Mediterraneo».

 

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