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Medio Oriente e Africa

L’Egitto, tra nuove libertà e l’urgenza di una rivoluzione socioeconomica

Che ne è della primavera araba in questa estate del 2011? In Egitto sembra essersi fermata con la deposizione del presidente Hosni Mubarak. C’è qualcuno che sia in grado, oggi, di fare il nome di un leader per questo paese, una personalità all’altezza di formulare una risposta alla crisi dei giovani che continuano a reclamare la libertà, ogni venerdi, sulla piazza Tahrir, gridando «hurriya»? Chi si azzarderebbe a predire il futuro del paese e a immaginare possibili progetti?

 

 

Visitare oggi l’Egitto, incontrare chi vive lì non offre una vera risposta a queste domande ma porta a una constatazione: nel paese regna la stagnazione, nelle città come nelle campagne. Dal Cairo a Luxor, la situazione è catastrofica. Il marasma di un’economia in caduta libera si manifesta con particolare evidenza nel tracollo del turismo le cui perdite ammontano già ad alcuni miliardi di euro. Eppure, a dispetto della situazione, gli egiziani parlano di thawra, di rivoluzione. Chi viene dall’estero si accorge che una rivoluzione ha avuto luogo dal fatto che si può attraversare l’Alto Egitto in auto o in treno senza essere accompagnati. Si possono visitare diversi villaggi senza che le forze di sicurezza legate alla tristemente celebre Emn Dawla del Ministero degli Interni debba esserne informata o sia costretta a scortarci come accadeva prima.

 

 

In effetti l’Emn Dawla, che contava decine di migliaia di agenti e aveva il compito di raccogliere informazioni sui cittadini e di procedere al loro arresto, è stata abolita. Non c’è dubbio, una rivoluzione ha avuto luogo, tanto che i salafiti, una delle ali più dure e radicali del sunnismo, dalla caduta del presidente Mubarak in poi si fanno sempre più visibili. Forse non sono diventati più numerosi, ma si mostrano di più da quando c’è stata la thawra: li si riconosce dalla tunica bianca rituale e dalla tipica barba senza baffi. Sospettati di lavorare per la controrivoluzione, i salafiti hanno un progetto politico chiaro, simile a quello dei Fratelli musulmani: costituire in Egitto uno Stato musulmano, un concetto che però non è mai stato definito chiaramente.

 

 

Ma l’Egitto non può, data la situazione, accontentarsi di discorsi ideologici. Ha bisogno più che mai di una rivoluzione che permetta alla popolazione di avere accesso allo sviluppo e alle immense ricchezze del paese. Nell’Alto Egitto, in particolare, con le sue celebri città come Minieh, Assiut, Luxor o Assuan e i suoi villaggi dimenticati di agricoltori, è evidente l’esigenza di un cambiamento profondo dal punto di vista socioeconomico. Un cambiamento che sia irreversibile.

 

 

Nei pressi della città di Tahta abbiamo incontrato uno straniero, un agronomo con una lunga esperienza nelle ONG, che dallo scorso gennaio aiuta i piccoli contadini ad acquisire nuove tecniche agricole. Ci ha spiegato che i contadini oggi devono reimparare l’arte di coltivare razionalmente le loro terre, attualmente ipersfruttate. Se fino a qualche generazione fa, infatti, si sapeva gestire razionalmente il territorio, ora l’edificazione selvaggia riduce i terreni coltivabili, al punto che a famiglie numerose restano appezzamenti di terra troppo piccoli.

 

 

L’unica possibilità che resta ai giovani è quella di emigrare. Emigrare è sinonimo i libertà, di liberazione dalle costrizioni di un sistema patriarcale. I più ambiziosi sognano di trasferirsi all’estero, ma il loro viaggio spesso si ferma al Cairo nei quartieri sovraffollati come Shubra o Embaba. È così che, mese dopo mese, i villaggi si spopolano dei loro giovani e restano solo i vecchi, le donne e i bambini. Una delle conseguenze di questa emigrazione è che in alcuni villaggi il 40% delle famiglie dipende dal salario che le donne si guadagnano con il loro lavoro.

 

 

Nelle città dell’Alto Egitto la disoccupazione è altissima, non vengono più creati posti di lavoro da quando Mubarak progettò di concentrare l’industria nel territorio attorno al Cairo. Da decenni si assiste alla nascita di nuovi quartieri di proporzioni enormi nel deserto che circonda la megalopoli. Gli edifici spuntano dappertutto come funghi, si costruisce in altezza e in larghezza, si aggiungono nuovi piani agli edifici esistenti. In altre città e villaggi succede ora la stessa cosa. Poiché la thawra ha cancellato il controllo governativo e ha indebolito il potere poliziesco, si costruisce nell’illegalità, non rispettando alcuna norma.

 

 

Per i cristiani, questa situazione prodotta dalla rivoluzione sembra offrire un po’ di respiro: finalmente è possibile riparare una chiesa o una scuola appartenente a una congregazione religiosa senza dover presentare una richiesta ufficiale scritta al Presidente della Repubblica (che faceva di tutto per impedire la realizzazione di qualsiasi progetto, grande o piccolo, che venisse dagli ambienti cristiani). Sono stati recintati spazi per creare progetti a beneficio di persone con handicap, o persone anziane, e laboratori il cui obiettivo è quello di formare i giovani in mestieri richiesti dal mercato locale. È importante approfittare dei margini di libertà scaturiti dalla thawra, perché con le prossime elezioni questa libertà di azione potrebbe colpo essere spazzata via. Si creano anche progetti miranti a invitare i musulmani a venire incontro ai loro concittadini cristiani, allo scopo di curare la piaga di cui soffre attualmente l’Egitto: la segregazione religiosa, radicata nella mentalità fin dall’infanzia e volta a convertire l’altro o a escluderlo.

 

 

In questa temperie cristiani e musulmani si evitano a vicenda e diffidano gli uni degli altri. I cristiani temono soprattutto di essere fagocitati da un Islam conquistatore che li riduce a essere cittadini di serie B. Spesso le autorità religiose negano che i cristiani siano perseguitati, ma allora come si spiega la presenza di guardie armate davanti alle chiese? La gente comune vede le cose in un altro modo. Da quando c’è stata la rivoluzione, i cristiani vivono costantemente nella paura, a causa delle numerose aggressioni delle quali sono vittime per strada e delle molestie rivolte alle donne. Bisogna ammettere che si tratta di una paura giustificata. Ma il ripiegamento dei cristiani su se stessi è comunque pericoloso.

 

 

Tra le numerose sfide che attendono l’Egitto, i cristiani sono chiamati a diventare una comunità che si impegna tra le altre per un progetto politico che favorisca l’esercizio della cittadinanza e contribuisca alla trasformazione del paese. Una sfida difficile, perché dalla nascita dell’Egitto moderno, da Nasser a Mubarak, i cittadini sono abituati alla passività e all’indifferenza di fronte a una vita politica manovrata e gestita dalle autorità in carica. Oggi la thawra offre finalmente a ciascun cittadino la possibilità di impegnarsi in un progetto politico. I cristiani, pur costituendo una minoranza che non raggiunge il 10% della popolazione totale, in un paese che conta 80 milioni di abitanti, devono dar prova di responsabilità e di immaginazione di fronte alle minacce dei gruppi fondamentalisti musulmani. Questi ultimi tentano con ogni sorta di provocazioni di confinare l’agire dei cristiani entro i muri della chiesa, come avviene in tutti gli Stati islamici.

 

 

La thawra ha aumentato l’insicurezza nei quartieri urbani e anche la criminalità, della quale spesso sono i cristiani a essere vittime. Ma la thawra costituisce anche un’occasione concreta per mobilitare la gente in vista delle prossime elezioni. Le Diocesi stanno prendendo iniziative in questo senso; soprattutto formano leaders che devono sensibilizzare i cittadini sulla posta in gioco in questo appuntamento. Ma il tempo stringe e i Fratelli musulmani, il gruppo meglio organizzato del paese, non si augurano certo che altri gruppi si preparino a questo storico avvenimento che dovrebbe condurre a vere elezioni nelle quali il popolo potrebbe davvero scegliere e proporre candidati di orientamenti differenti.

 

 

In un paese nel quale le donne sono spesso confinate in casa, nel quale il sistema patriarcale è profondamente radicato in tradizioni che soffocano l’iniziativa individuale, nel quale il tasso di analfabetismo e di assenza di scolarizzazione riguarda il 60% della popolazione totale, e dove l’unica preoccupazione della gente è quella di sopravvivere, lo sforzo dei leaders, anche solo per radunare le persone, è titanico. Nonostante la situazione, la Chiesa fa bene a proseguire nel suo compito di formazione – non di omologazione – delle coscienze, come ricorda il Vescovo di Minieh. Questo lavoro è iniziato da tempo nei villaggi e nei quartieri urbani allo scopo di sollecitare i cristiani, soprattutto i giovani, a incontrarsi, a uscire dalla cerchia famigliare e a ritrovarsi in attività e in campi estivi per riflettere, discutere e confrontarsi. La propensione alla chiusura su di sé, sulla propria identità religiosa e sulla propria appartenenza comunitaria è presente tanto tra i musulmani che tra i cristiani. Questa propensione si manifesta nell’alto numero di disabili che nascono da matrimoni tra consanguinei. Una religiosa, che lavora a più di quarant’anni con le persone handicappate, spiega che questi matrimoni tra consanguinei sono sempre stati per la piccola comunità copta cattolica, sparsa su tutto il territorio egiziano, un modo per autoconservarsi.

 

 

Il cambiamento di mentalità e l’apertura all’altro, che non significa rinnegamento della propria fede, sono la vera rivoluzione di cui l’Egitto ha bisogno.

 

Del resto è ciò che sta cercando di fare la Chiesa da qualche decennio. Secondo il Vescovo emerito di Sohag, la Chiesa ha peraltro avviato la sua rivoluzione quando ha cominciato a sollecitare i fedeli a riflettere sul tipo di società che volevano per il loro paese. La thawra accorda oggi agli egiziani la libertà di espressione, cosa mai vista in tutta la storia della Repubblica.

 

 

La primavera araba sarà una vera thawra, una rivoluzione, se tutte le correnti e le forze del paese aderiranno a quel moto di conversione che è stato inaugurato sulla piazza Tahrir dai giovani di tutte le confessioni religiose non disposti a rinunciare all’ideale che hanno scoperto anche attraverso internet e i moderni mezzi di comunicazione: la possibilità di costruire la loro vita, di fare delle scelte, di esprimersi liberamente, di crescere, viaggiare, …

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