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Islam

L'ingannevole disfida dei versetti

Il travaglio dell'Islam /2. Come salvaguardare la validità teologica della definizione del Corano in uso da secoli presso tutta la Umma e poter condannare senza equivoci l'uso che Bin Laden e i suoi partigiani fanno del testo? In realtà ci si accontenta di selezionare brani favorevoli alla pace e alla tolleranza per contrapporli a quelli esibiti dai militanti fondamentalisti sul ricorso alla guerra "giusta". Proposta per l'apertura di un "lavoro sovversivo", insieme profetico e razionale, per uscire dal vicolo cieco.

Dopo i fallimenti successivi della rivoluzione nazionalista detta socialista (1950-1980) e poi della rivoluzione religiosa nello stile iraniano, poche voci d'intellettuali "musulmani" aperti alle conquiste indiscutibili della modernità si sono fatte udire per sostenere non foss'altro l'idea di un aggiornamento dell'Islam, tenendo conto dei nuovi ostacoli generati da 30 anni di erranze "rivoluzionarie". A dire il vero, gli intellettuali laici preferiscono restare lontani dal pensiero religioso come campo di lavoro scientifico critico: o restano credenti praticanti al punto da far proprio il discorso dei guardiani dell'ortodossia o riducono l'Islam ad una affermazione identitaria comune all'insieme delle società che accentuano il loro ritardo di fronte alle sfide della modernità, più complesse e più pressanti nella fase di mondializzazione delle forze di produzione della storia.

 

Nella misura in cui l'aggiornamento si vuole più esigente nella critica del conservatorismo e più innovativo nella ricerca dell'emancipazione, i suoi partigiani sono in una posizione di debolezza politica e sociologica rispetto alla classe degli ulama, capaci di coltivare contemporaneamente un'abile solidarietà con i regimi al governo ed un impatto efficace sulle espressioni e le rivendicazioni della religione populista. Il fallimento di 'Abd al-Rahman Wahid in Indonesia illustra le posizioni ambigue degli intellettuali e degli ulama, le debolezze politiche degli uni ed i successi precari ed ingannevoli degli altri. Così la vecchia, ma sempre ossessiva mitoideologia dell'Islah, cioè della restaurazione della forma inaugurale autentica (asala) dell'Islam con la I maiuscola, può mutarsi in delirio politico irreale, in desiderio irreprimibile di rivincita sugli stati prevaricatori, egoisti, onnipotenti o persino "canaglie" che le scienze sociali e politiche continuano a descrivere con i postulati cognitivi della loro "razionalità occidentale", confrontata a situazioni di miseria collettiva, a modi di fare, di protestare, di contestare, ad attese che esse non sono in grado né di ricondurre alla loro genesi storica e psicoculturale né di concettualizzare tentando un adeguamento descrittivo ed esplicativo che arricchirebbe i dibattiti sull'azione politica. Il modo con cui si tratta la crisi di senso aperta dopo l'11 settembre non rivela infatti ancora nulla di simile né da parte dell'Occidente né ancor meno da parte dell'Islam.

 

 

La questione essenziale resta senza risposta: come integrare nelle necessarie repressioni della violenza cieca la protezione degli innocenti, le legittime contestazioni ed i programmi d'azione dei dominati, la critica radicale e simultanea del fatto religioso in generale e della modernità? Tutti gli attori che esercitano una "competenza-sapere" e/o una "competenza-decisione" devono congiungere i loro sforzi per affrettare la messa in campo di una istanza di autorità debitamente articolata rispetto alle istanze del potere per smantellare non tanto il terrorismo come sintomo delle violenze strutturali, ma i sistemi d'ineguaglianza che perpetuano le condizioni oggettive d'interiorizzazione, da parte dei soggetti, gruppi e nazioni dominati, dei valori che legittimano e nello stesso tempo velano la loro condizione di dominati. Non soltanto questo lavoro non è iscritto in tutte le agende degli studiosi, degli educatori, dei media e dei regimi politici, ma resta un impensato, e per larga misura un impensabile, nelle "culture" che alimentano le alleanze esplicite o occulte tra i fondamentalismi religiosi e gli attivismi politici.

 

 

Queste osservazioni mirano a stabilire due fatti: posto dinanzi ad un evento di portata mondiale, il pensiero islamico deve infine rinunciare ad ogni forma di bricolage interpretativo dei testi cosiddetti fondatori per accettare il programma di una critica sovversiva della ragione islamica. Ho inaugurato questo programma in un'opera pubblicata con questo titolo nel 1984. I quadri sociali della conoscenza e le opposizioni ideologiche che continuano a prevalere in Occidente e in tutti i contesti islamici dopo l'avvio dei movimenti di liberazione nazionale hanno mantenuto nel regno dell'impensabile l'idea stessa di questa sovversione intellettuale, scientifica e spirituale.

 

 

Da parte dell'Occidente, il fatto religioso è messo in disparte, non riconosciuto come uno dei fattori determinanti della produzione della storia delle società anche sotto il regno delle religioni dette secolari, il che comporta il rifiuto o la marginalizzazione della teoria del "capitale simbolico" come posta in gioco nei rialzi mimetici dei gruppi, delle comunità e delle nazioni per conservare il monopolio della sua strumentalizzazione nelle corse al potere; a questo si aggiunge il peso di ciò che Pierre Bordieu ha definito «raison scolastique» nella pratica delle scienze sociali e politiche (vedere le sue Méditations pascaliennes).

 

 

Da parte dell'Islam, si può ricordare l'irruzione delle ideologie nazionaliste di lotta che hanno trasformato le promesse liberatrici della rivoluzione socialista laica in volontarismi statalisti oscurantisti e troppo spesso totalitari, la manipolazione delle potenti onde demografiche degli anni 1960-1990 per dissimulare i fallimenti politici ed economici, i regressi culturali ed intellettuali sotto le promesse raramente mantenute di una costruzione nazionale.

 

 

Io sostengo che la «guerra contro il terrorismo», per usare lo slogan lanciato dalla CNN dopo l'11 settembre, non sarà vinta finché una nuova posizione sovversiva della ragione non arrivi a reimporre il lavoro eminentemente sovversivo del discorso profetico, riattivato, riappropriato ed ampliato dalla ragione dei Lumi per mettere fine alle derive assolutiste e scolastiche di tutti i clericalismi.

 

 

In contesti islamici, la portata liberatrice di questi compiti assegnati ad una ragione in via di emersione sotto la pressione delle lotte in corso è rifiutata come iconoclasta e blasfema non soltanto dai guardiani stipendiati dell'ortodossia, ma in maniera molto virulenta da alcuni intellettuali che pretendono di richiamarsi alla posizione critica moderna. Si constata perfino presso i giovani imam in servizio in alcune comunità di immigrati in Europa un distanziamento critico dalla Parola di Dio più audace che in certi intellettuali di fama. Ecco come Mohammed Talbi, storico tunisino ben noto che insiste sulla sua padronanza delle regole e degli strumenti della critica dei testi e dei documenti, definisce lo statuto della Parola di Dio nel Corano:

 

«Il Corano [è] autenticamente teandrico, ipsissima verba. Parola interamente divina alla sorgente, a monte, ed interamente umana, "in lingua araba chiara" (Corano, 26, 195) all'arrivo, a valle». Questa definizione è comunemente accettata dal decimo secolo in poi in tutta l'Umma. Come salvaguardarne la validità teologica pur condannando senza equivoci l'uso che Bin Laden ed i suoi partigiani fanno dei testi fondatori della fede islamica? Nessuno richiede la riapertura del lavoro teologico, praticamente abbandonato dopo l'adozione di quello che ho chiamato il Corpus Ufficiale Chiuso (COC). Ci si accontenta di selezionare i versetti favorevoli alla pace tra le nazioni, alla tolleranza religiosa, al rispetto della vita umana... e si nega ai musulmani perduti come i soldati perduti di ogni buona causa il diritto di utilizzare altri versetti espliciti sul ricorso alla guerra "giusta" o jihad. Si improvvisano così delle esegesi moderne, ricacciando nei tempi storici trascorsi il versetti che un numero crescente d'occidentali irritati dall'opportunismo apologetico del processo oppongono al bricolage ideologico dei "credenti".

 

 

Tocchiamo qui l'infermità comune ai protagonisti credenti e democratici laici nelle società pluraliste. Per ragioni differenti, né i credenti né i laici modernisti soprattutto quelli che ostentano con una significativa insistenza il loro non essere credenti sono capaci d'aprire ed animare un cantiere fecondo sul tema fondamentale del "credere e della formazione del soggetto umano", nei contesti terribilmente sfalsati delle società sottomesse a dominazioni a cascata da un lato e nelle società travagliate dalle forze dell'economia di mercato e dell'innovazione tecnologica dall'altro. È importante sapere in quali condizioni psico-socio-culturali ciò che si chiama utilmente "fede" si costruisce, si dispiega, si rifonda incessantemente alla prova del tempo. In quanto espressione di credenze che strutturano il soggetto umano e ne motivano la condotta pratica, la fede così concepita e vissuta merita un totale rispetto nella misura in cui si dà i mezzi per contribuire in tutte le circostanze ai compiti di liberazione della condizione umana al di là delle categorizzazioni e delle gerarchie imposte dalle dottrine religiose e dai sistemi moderni d'ineguaglianza.

 

 

Si è mostrato fino a che punto l'attenzione rivolta alla parola rivelatrice è ancora debole e marcato di scetticismo per due motivi principali: il primo è legato alle sconfitte successive del pensiero umanista che, dopo la prima guerra mondiale, hanno condotto alla morte dell'uomo e del soggetto umano (strutturalismo) dopo quella di Dio (marxismo-stalinismo e laicismo politico militante) con tutti gli effetti correlati, come l'espansione di un relativismo generalizzato, dello scetticismo radicale, della precarietà e dell'inconsistenza dei "valori", della quasi impossibilità di dire l'Etica, in breve di tutto quello che allarga il campo della parola assente. Il secondo motivo è l'illusione creata dal sedicente ritorno del religioso con la «Rivincita di Dio», annunciata poco tempo fa dal politologo Gilles Kepel. Sì, Dio ritorna sotto due figure differenti che attestano la permanenza delle forze contraddittorie all'opera in ogni soggetto umano: vi è la figura del terrorismo sanguinario, della negazione della persona, del fondamentalismo dogmatico di cui rimane da identificare la genealogia storica, politica e culturale riprendendo ed ampliando la ricerca avviata da Nietzsche con un senso tragico della verità indefinitamente alterata dagli uomini, animali politici; vi è in secondo luogo quella dell'istanza dell'autorità spirituale finalmente liberata da tutte le ambizioni del potere e che vuole testimoniare la fecondità dell'esperienza umana del divino nelle sue vie più antiche e nei suoi itinerari moderni più erranti. Nella sua traiettoria mistica promettente, ma ben presto interrotta dalle ortodossie, il pensiero islamico ha conosciuto e celebrato il senso tragico della "Verità attraverso Dio, in Dio, per Dio" (al-Haqq bi-l-Haqq li-l-Haqq), votata alle vicissitudini di una storia di cui nessuno fino agli anni 1930-1940 avrebbe potuto prevedere che trascinasse l'esperienza islamica del divino fino agli attentati suicidi ed agli assassinii di tanti innocenti, persino nel seno di una comunità lacerata dalla vecchia ed inaugurale grande querelle così giustamente chiamata "forza di seduzione del male", Fitna.

 

 

Aggiungo con insistenza che la condanna unanime dell'attentato dell'11 settembre non riceverà la sua piena e feconda legittimità fino a quando gli storici non avranno stabilito con gli strumenti loro propri quella che io chiamerei la genealogia delle morti successive di Dio, dell'uomo, del soggetto, conducendo alla quasi eliminazione della parola rivelatrice quale tento di definirla. Il concetto di parola rivelatrice è infatti contemporaneamente più modesto e più pertinente per mettere in scacco gli usi inconsistenti della Parola detta rivelata.

 

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