Normalmente pensiamo la guerra come un’impresa a termine, ma per “loro” la guerra è una condizione perpetua; crediamo che l’obiettivo bellico sia conquistare terre o affermare una supremazia ma per “loro” l’obiettivo è reclutare fedeli; riteniamo che la forza venga dalle armi quando per “loro” viene dalla convinzione; siamo convinti che per vincere occorre progredire, ma “loro” non fanno programmi, l’azione stessa è il programma. La mentalità terrorista passata al setaccio da un autorevole studioso americano.

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:51:45

Come i corsari del sedicesimo secolo che solcavano i mari per razziare e distruggere le cittadine costiere, i jihadisti contemporanei colpiscono un po' in tutto il mondo. I loro ultimi attacchi fanno notizia: Londra, Sharm al-Sheikh, Bali, Delhi, Amman, Karachi. Diversamente dai pirati del passato, però, i terroristi di oggi non sono motivati dalla prospettiva di bottini e riscatti da esigere, ma si dedicano a morte e distruzione. 300 morti nei loro ultimi sei attacchi, un migliaio dall'11 settembre, senza contare la strage in Iraq o le vittime delle continue campagne terroristiche in Afghanistan, Kashmir, Russia o Algeria. Migliaia da quando Osama Bin Laden ha dichiarato guerra agli infedeli e agli apostati nel 1996. È una "guerra" senza campi di battaglia, intrapresa contro persone che fanno festa negli hotel, mangiano nei ristoranti, fanno acquisti nei supermercati, viaggiano sugli autobus o sulla metropolitana. Questo tipo di terrorismo assomiglia poco alla violenza spesso simbolica e con obiettivi più precisi del terrorismo passato. L'obiettivo per eccellenza è ora il numero delle vittime. I modi di operare dei terroristi sono ormai noti. Un'autobomba esplode in una strada affollata. Uno zainetto o un giubbotto riempito d'esplosivo, imbottito di chiodi, bulloni o cuscinetti a sfera per ottenere l'effetto granata, viene abbandonato in un luogo pubblico o portato in mezzo alla folla da un attentatore suicida. Una bomba terrorista provoca in media dai 15 ai 20 morti. Gli attacchi multipli e coordinati dimostrano capacità organizzativa e le vittime aumentano. Poco importa chi siano le vittime. Non diventano vittime perché fossero obiettivi. Vengono etichettati in seguito come obiettivi perché è capitato loro di essere vittime. Ma chi sono questi assassini nel nome del jihad? Che cosa li porta all'omicidio indiscriminato? Cosa vogliono? Cosa si aspettano di ottenere? è semplice liquidarli come folli fanatici, anche se il loro comportamento può essere difficilmente descritto come normale. Mentalmente, occupano il loro proprio universo. Comprendere questo universo è essenziale per comprendere il loro modo di pensare, la loro visione del mondo, il loro concetto di guerra, il loro codice operativo. Nei conflitti del passato una grande attenzione è stata dedicata a capire il nemico. Gli ufficiali di Stato Maggiore si sforzavano di entrare nelle teste dei comandanti nemici.

Durante la Guerra Fredda i cremlinologi si dedicavano a comprendere che cosa il Politburo pensasse del contesto internazionale. Meno attenzione è stata posta nel capire il modo di pensare dei nostri attuali nemici jihadisti, per vari motivi. Storicamente, gli sforzi per raggiungere una cooperazione internazionale contro il terrorismo hanno richiesto che venisse mantenuta una forte concentrazione sulle tattiche terroristiche. Abbiamo deliberatamente classificato il terrorismo in base alla qualità dell'atto, non all'identità dell'autore o alla natura della causa. Le indagini sui motivi del terrorismo rischiavano di finire in fuorvianti dibattiti su cause giuste e ingiuste e discussioni sul fatto se chi era terrorista per uno fosse agli occhi di un altro un combattente per la libertà. Al contrario le ricerca si è focalizzata sulla patologia individuale. Che cosa porta qualcuno a diventare un terrorista? Si trattava di una personalità terrorista o propensa al terrorismo? O forse una disfunzione dell'orecchio interno che all'inizio dava un leggero disturbo porta al dirottamento di un aereo? Ampi studi non hanno evidenziato che i terroristi fossero pazzi nel senso clinico, sebbene alcuni fossero chiaramente psicopatici. Condividevano il modo di pensare di molti veri credenti, che vedono il mondo diviso in bianco e nero, noi contro loro; erano orientati verso l'azione, affascinati dalle armi da fuoco e dagli esplosivi le armi erano i loro feticci. Le prime ricerche hanno identificato sottoculture di violenza, simili a quelle delle bande di strada, con sistemi di valori e codici di comportamento propri. Questo rimane un riferimento utile per analizzare i terroristi di oggi. In ogni caso, nel periodo immediatamente successivo all'11 settembre, c'è stato poco interesse all'elaborazione di modelli di analisi. I terroristi furono demonizzati come male assoluto, che non richiedeva ulteriore indagine. La ricerca di una spiegazione rischiava di apparire come una legittimazione dei terroristi.

Anche la correttezza politica giocò un ruolo. I combattenti del jihad traggono specificamente la loro ideologia dall'Islam, rendendo così rischioso una esplorazione di questa ideologia senza recare offesa a tutti i musulmani, sebbene questi siano colpiti quanto gli altri dall'uccidere sfrenato che si perpetra in nome della loro fede. I combattenti del jihad vedono la guerra tra loro e gli infedeli non come un'impresa a termine, che è una visione occidentale, ma come una condizione perpetua. Da secoli, l'Islam, secondo la loro visione, è sulla difensiva, aggredito. Il vasto territorio che una volta controllava, dai Pirenei all'India e oltre, è stato ridotto dalle invasioni e lacerato dal dissenso interno. Agli occhi dei jihadisti l'aggressione, iniziata secoli fa, continua. Gli americani e le truppe alleate si trovano in Arabia Saudita, Afghanistan, Iraq, negli Stati del Golfo e in Asia Centrale mentre la Palestina è occupata da Israele che conta sul supporto occidentale. I governi apostati si sono uniti agli aggressori. Dovunque il devoto soffre un'oppressione brutale. Videocassette di atrocità contro i musulmani in luoghi come la Bosnia e la Cecenia vengono usate in modo massiccio nelle campagne di reclutamento jihadiste mentre i leader di al-Qaida forniscono il contesto storico ricordando agli ascoltatori le crudeltà delle crociate cristiane o le conquiste mongole che saccheggiarono Baghdad nel XIII secolo. Il messaggio è quello di una continua aggressione contro l'Islam. Questa aggressione continuerà, avvertono i combattenti del jihad. I musulmani non devono attendere che gli infedeli distruggano la loro fede, ma unirsi per supportare i jihad in corso ed espandere l'area di combattimento ad altre zone. La minaccia non viene solo dall'aggressione esterna.

L'invasiva cultura occidentale con le sue eretiche nozioni di legge creata dall'uomo (in contrapposizione alla legge data da Dio), con la parità dei sessi, comportamenti licenziosi, droghe ricreative, pornografia commerciale, adulterio assai diffuso, prostituzione tollerata, assimilazione obbligatoria, minaccia di corrompere l'anima stessa del credente. I combattenti del jihad affermano che la violenza è giustificata. Solo l'aderire al jihad, non come ricerca spirituale, ma come azione armata permette all'Islam di difendersi. L'azione galvanizza ed istruisce i credenti, diffonde l'ideologia del jihad, unifica la causa, rafforza l'anima. è una potente polemica, densa di riferimenti a umiliazione, vergogna e onore e, come sempre per questi messaggi, essa non è senza attrattiva per giovani inquieti pieni di rabbia. Gli obiettivi del jihad combinano richieste politiche con sogni trascendentali. Gli infedeli devono essere mandati via dalla penisola araba, dall'Iraq, dall'intero Medio Oriente. I governi apostati devono essere rovesciati. Israele dev'essere cancellato dalla mappa. I confini nazionali devono essere cancellati, il califfato ripristinato, imposta la Parola di Dio. Gli obiettivi cosmici e il concetto di lotta permanente riducono la necessità di una strategia coerente. A volte, i leader jihadisti offrono piani sequenziali: dobbiamo cacciare gli infedeli dall'Arabia Saudita dicono, far crollare i suoi governanti corrotti, impadronirci del controllo sulla sua ricchezza petrolifera per continuare il jihad. O più recentemente: dobbiamo cacciare gli infedeli dall'Iraq, creare un emirato, trasformarlo in un califfato stabile che diffonda il suo potere attraverso tutto il Medio Oriente. Ma questi scenari sono teorici e di comodo. I combattenti del jihad non hanno necessità di programmi. Non hanno bisogno di misurare il progresso. Allah rimane il sommo stratega. L'obiettivo del jihad è quello di costruire un esercito di fedeli, non di conquistare terre. Gli obiettivi strategici non dettano l'azione è l'azione stessa ad essere l'obiettivo. Le operazioni continuate sono doverose. Esse tengono vivo il marchio di al-Qaida, sostengono i suoi leader, attraggono nuove reclute, incoraggiano i contributi finanziari. Il reclutamento è continuo, non semplicemente per le necessità delle operazioni, ma come un fine in sé un'impresa missionaria che mira alla diffusione dell'ideologia jihadista.

Entrare a far parte del jihad è un processo a più passi. Solo dimostrando un crescente impegno, i giovani alcuni alienati, altri arrabbiati, alcuni alla deriva, altri alla ricerca di un maggiore significato nelle loro vite vengono promossi da novizi a terroristi operativi, diffondendo in una sottocultura guerriera risentimenti per l'umiliazione e il disonore patiti. Il codice operativo jihadista proviene da una varietà di fonti, incluse quelle parti del Corano e degli hadith che si riferiscono alla battaglia armata del primo Islam. In verità i versetti spesso citati dai jihadisti riflettono lo schema della guerra tribale pre-islamica che prevaleva nella penisola araba. La guerra allora era quasi continua, ma era una guerra nel deserto che non permetteva operazioni su larga scala o lunghe campagne. La guerra comprendeva raid isolati, una parola ancora usata dai combattenti del jihad odierni. C'erano poche grandi battaglie. La vittoria era ottenuta attraverso la tenacia e l'astuzia, stando in attesa, assediando il nemico, attaccando quand'era distratto, rendendogli la vita impossibile. Il codice operativo enfatizza il processo più che il progresso. Combattere è un obbligo religioso. I suoi benefici sono individuali ed interni. La forza deriva dalla convinzione, non dalle armi. I jihadisti sanno di non poter sconfiggere l'Occidente in campo aperto, ma credono che la loro superiorità spirituale schiaccerà la superiorità della tecnologia militare occidentale. I raid sono opportunità per dimostrare convinzione personale, coraggio e valore. Tutti gli attacchi jihadisti possiedono un elemento di esibizionismo propagandista: gli attacchi multipli coordinati dimostrano capacità organizzativa; assalti coraggiosi evidenziano l'abilità dei guerrieri; attacchi suicidi provano fede e valore dinanzi a Dio.

Noi possiamo chiederci per cosa combatteremo, i combattenti del jihad mostrano per che cosa moriranno. L'eroismo e il sacrificio sono più importanti dell'esito della battaglia, con il paradiso garantito per coloro che si sacrificano completamente. Morte non significa sconfitta, ma il fallimento tattico dev'essere evitato. L'esito delle operazioni deve sempre apparire positivo. Questo può spiegare perché i jihadisti preferiscano obiettivi semplici e chiarire la loro riluttanza ad abbandonare tattiche consolidate. Gli attacchi dell'11 settembre sono stati un azzardo rischioso. Siamo ancora incerti a proposito di che cosa volevano ottenere con l'11 settembre coloro che stabiliscono i piani di al-Qaida. Credevano che un unico spettacolare attacco avrebbe indotto un rapido ritiro americano dal Medio Oriente? O prevedevano una feroce risposta americana che avrebbe a sua volta scatenato un'intifada globale? L'11 settembre avrebbe aumentato le file del jihad o avrebbe spinto gli alleati di al-Qaida a correre a rintanarsi? L'unità di fede non elimina il dibattito dalle file dei jihadisti. Evidentemente, non tutti pensavano fosse prudente lanciare una campagna terrorista in Arabia Saudita, tradizionalmente un pilastro di sostegno ad al-Qaida. Informazioni successive hanno asserito che il bilancio ufficiale degli attacchi terroristici a Riyad ha ridotto il numero di vittime infedeli e aumentato quello di musulmani, un'indicazione della sensibilità di al-Qaida su questo punto. Ayman al-Zawahiri, il numero due di al-Qaida e Abu Musab al-Zarqawi, il comandante sul campo di al-Qaida in Iraq, hanno chiaramente un giudizio diverso sul fatto di attaccare gli sciiti e di decapitare gli ostaggi. L'anziano veterano ha ricordato al giovane agitatore la necessità di mantenere un supporto popolare da parte di tutti i musulmani nella battaglia per cacciare gli Stati Uniti dall'Iraq. Zawahiri si preoccupa di "cuori e menti". Egli fa calcoli strategici, poiché non vuole irritare l'Iran.

Adottando una posizione "Se non sei con noi sei contro di noi", Zarqawi risponde che continuerà a prendere di mira infedeli ed eretici. Questo dibattito dottrinale può riflettere rivalità personali. Zarqawi non era la prima opzione di al-Qaida per condurre il jihad in Iraq. Solo dopo aver compreso che egli teneva la maggior parte dei sunniti militanti sotto la sua bandiera, i leader storici di al-Qaida hanno aperto le trattative con lui. In cambio della dichiarazione di lealtà a Osama Bin Laden resa dalla sua organizzazione, Zarqawi ha ottenuto il sostegno di al-Qaida. Questo l'ha reso rivale di Zawahiri per quanto riguarda chi alla fine erediterà il "mantello" di Bin Laden - il vecchio consigliere egiziano o il giordano comandante sul campo. Su questo punto Zawahiri è svantaggiato. Non solo è lontano dal campo di battaglia centrale del jihad in Iraq, come Zarqawi ci ricorda nei suoi comunicati, ma l'influenza di Zawahiri si sgretolerà nel caso in cui appaia troppo moderato. In una sottocultura di fanatici, risulta difficile essere meno estremisti del più estremista e mantenere il comando. Chiunque consigli una limitazione rischia di essere marchiato come traditore. Gli estremisti non moderano i loro messaggi o le loro tattiche per guadagnare voti al centro. Provocano una polarizzazione per dare energia alle loro basi e radicalizzare quelli nella loro frangia. Nelle dinamiche dei gruppi terroristici, i più violenti alla fine prendono il posto degli ideologi. La questione è emersa di nuovo nei recenti attentati agli hotel. Il gruppo di Zarqawi ne ha rivendicato la responsabilità, ma vedendo che i giordani manifestavano contro la strage, il gruppo ha messo prontamente in circolazione una insolita seconda dichiarazione sostenendo che gli alberghi erano stati attaccati solo dopo che coloro che avevano pianificato l'operazione si erano accertati che essi erano "centri da dove si lanciava la guerra contro l'Islam" e "luoghi preferiti per il lavoro delle organizzazioni di intelligence, specialmente quelle degli americani, degli israeliani e di alcuni paesi occidentali". Zarqawi potrebbe calcolare che coloro che non hanno gradito tali attentati non possano ad ogni modo essere sostenitori del marchio di al-Qaida nel jihad.

I sostenitori di Zarqawi non partecipano ad eleganti matrimoni in alberghi occidentali. è più facile per loro vedere gli attacchi come coraggiosi assalti contro apostati traditori. E se gli attentati di Amman provocheranno un'ondata di repressione in Giordania, Zarqawi ne recluterà i perseguitati. L'area dei combattenti del jihad si è sempre estesa al di là di al-Qaida. è un universo di fanatici che la pensa più o meno allo stesso modo e che contiene galassie di gruppi collegati in modo precario e disseminati in 60 paesi. è una rete di addetti al proselitismo, reclutatori, addestratori e propagandisti itineranti del jihad. Ma la connettività è poco chiara. L'impresa si trasforma costantemente. La perdita di basi accessibili in Afghanistan e un ambiente operativo più ostile in ambito internazionale l'ha obbligata a decentralizzarsi. Le forze locali giocano un ruolo molto più importante nel finanziare, pianificare, preparare ed eseguire attacchi. Noi ora abbiamo a che fare con tante al-Qaida consociate. Quale sia il ruolo che il comando storico può giocare nelle operazioni specifiche rimane incerto. Alcuni analisti pensano che sia ridotto ad una mera esortazione, ma altri sostengono che sarebbe prematuro espungere dalle analisi il centro. I leader di al-Qaida continuano a comunicare pubblicamente e clandestinamente dai loro nascondigli. Reclute che provengono da tutto il mondo si infiltrano ancora verso i campi di addestramento in Pakistan. Le proposte per nuove operazioni venivano sottoposte al comando centrale ancora nel 2004. I comandanti militari ritengono che al-Qaida stia giocando un ruolo crescente nella rivolta in Afghanistan. Non si sa ancora dove il leader degli attacchi del 7 luglio a Londra abbia stilato il suo ultimo comunicato, ma esso era collegato ad un messaggio di Zawahiri, anche se i due uomini non apparivano insieme nella ripresa televisiva. Come interpretiamo questo fatto?

La rete globale del jihad ricava grandi vantaggi da Internet. Essendo uno degli sviluppi tecnologici più significativi per il terrorismo contemporaneo, internet permette comunicazioni dirette e non manipolate tra i terroristi ed il loro pubblico. All'epoca dell'11 settembre 2001 esistevano una manciata di siti web jihadisti. Oggi ce ne sono migliaia, prova del successo di al-Qaida nel condurre il dibattito ideologico. I jihadisti pubblicano giornali on-line, spiegano le loro azioni, discutono sulla dottrina e forniscono istruzioni su come esaminare attentamente gli obiettivi e su come confezionare bombe. Anche recentemente al-Qaida ha messo annunci di lavoro su internet, richiedendo volontari con conoscenza di arabo e inglese per riempire posti vacanti per la produzione di video e la stampa. Propagandisti capaci, i jihadisti rivolgono messaggi specifici ad un pubblico diversificato: combattenti, potenziali reclute, musulmani simpatizzanti, la più ampia comunità dei credenti, quelli che si oppongono alle politiche del loro governo. Proprio come i video realizzati per il reclutamento enfatizzano atrocità e sofferenze, il lancio sul web degli attacchi più recenti - uccisioni, esplosioni di ordigni e decapitazioni fa apparire queste azioni, a giovani inclini alla violenza, come realizzazione di fantasie di vendetta, sostituendosi per loro a spargimenti di sangue concreti ed incoraggiandoli alla violenza. Lo sfruttamento della comunicazione elettronica permette la democratizzazione della violenza, una spinta collaterale in più verso l'estremismo individuale. Gli "acquirenti" possono comperare sistemi di credi che li immergono in un gruppo virtuale, incoraggiando ed approvando il loro comportamento violento. Come valuterebbero i jihadisti la situazione attuale? Un aiutante di campo che si trovasse ad informare Osama Bin Laden dell'attuale bilancio dovrebbe ammettere che dall'11 settembre sono stati cinquanta mesi difficili. I campi di addestramento sono stati smantellati; migliaia di fratelli in giro per il mondo sono stati arrestati, inclusi alcune delle figure operative chiave dell'organizzazione. I leader supremi sono ora nascosti o in fuga. Il flusso di contanti è stato ridotto di molto.

Ora è più pericoloso mandare messaggi, attraversare i confini, spostare denaro. E tuttavia allo stesso tempo i leader di al-Qaida potrebbero vedere anche risultati positivi. Essi potrebbero affermare che l'impresa del jihad è sopravvissuta ai più potenti attacchi degli infedeli. La sua ideologia si è espansa. Il reclutamento continua. E il ritmo delle operazioni terroristiche si è accelerato. Dall'11 settembre operazioni di rilievo sono state realizzate con una media di una ogni due mesi e mezzo, senza contare la crescente rivolta in Afghanistan, la continua campagna terroristica in Kashmir, i combattimenti in Iraq o la resistenza cecena in Russia. Sebbene l'intelligence americana abbia smentito le affermazioni a proposito di un'alleanza precedente alla guerra fra al-Qaida e Saddam Hussein, il Presidente Bush e Osama Bin Laden sarebbero d'accordo nell'affermare che l'Iraq rappresenta attualmente il fronte principale del jihad. I jihadisti vedono che l'invasione condotta dagli USA ha portato loro grandi benefici. Ha provocato rabbia nei musulmani e ha diviso gli infedeli. E la rapida "vittoria" militare americana ha posto i suoi soldati in una situazione di vulnerabilità, nel genere di guerra che i combattenti del jihad conducono al meglio e che gli americani odiano di più, lo stillicidio di sangue di un conflitto senza fine che strema le forze, mette a dura prova il morale ed erode il consenso popolare. Ci sono voluti dieci anni perché i sovietici abbandonassero l'Afghanistan. Le truppe americane saranno ancora in Iraq nel 2013? Nel corso di un lungo impegno bellico possono accadere molte cose. Un attacco andato a buon fine con un gran numero di vittime americane o anche una lenta crescita del conto delle vittime potrebbe pesare a favore di un più rapido ritiro americano. In Iraq potrebbe esplodere un'aperta guerra civile rendendo insostenibile una prolungata occupazione americana.

Rivelazioni a proposito di nuovi abusi sui prigionieri potrebbero inoltre screditare gli sforzi degli USA. Eventi esterni, disastri naturali, nuove crisi in altri luoghi o sconvolgimenti della politica interna potrebbero far cambiare le priorità. Nel frattempo, la rivolta in Iraq attira nuove reclute, fornisce loro una valida esperienza sul campo e sta creando una nuova schiera di veterani che andrà a far nascere nuovi jihad in luoghi diversi. Negli anni a venire dobbiamo aspettarci di convivere con questo fenomeno. Anche se abbiamo ridotto in maniera significativa la capacità operativa di al-Qaida, non abbiamo intaccato la determinazione dei suoi aderenti a continuare la lotta né abbiamo effettivamente interrotto il reclutamento. Contro i sovietici in Afghanistan, nella guerra civile afgana o in quella iniziata contro l'Occidente, i jihadisti sono presenti da un quarto di secolo. Ci assediano, ci attaccano quando siamo distratti, cercano di renderci la vita impossibile.

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